Fantastico, Sala

ORFEO

NazioneItalia
Anno Produzione2025
Durata74'
Tratto daPoema a fumetti di Dino Buzzati

TRAMA

Fin da bambino, Orfeo immagina storie attorno a una villa abbandonata di fronte a casa sua. Pianista solitario e visionario, durante una serata al Polypus – il locale dove suona – incrocia lo sguardo di Eura. Tra loro nasce un amore assoluto, ma lei cela un segreto. Poi scompare. Una sera, Orfeo la vede entrare in una piccola porta su via Saterna, davanti alla villa. La segue. Prima della soglia incontra l’Uomo Verde, figura enigmatica che sembra conoscere i misteri di quel passaggio. Varcata la porta, Orfeo entra in un aldilà visionario, abitato da creature come le Melusine, il Mago dei Boschi e parate di scheletri. Nella villa incontra la Giacca, un diavolo custode che si impossessa del suo corpo per rivivere, attraverso la musica, memorie perdute. Poi gli rivela dov’è Eura: alla stazione, in partenza su un treno appoggiato al suo pianoforte. Solo una porta sul leggio – che si aprirà alle ore 12 – può condurla indietro. Orfeo arriva in tempo per salutarla. Al risveglio, trova l’anello di lei tra le dita. Torna al pianoforte e suona per lei, sapendo che vivrà nei suoi ricordi, nei suoi sogni, nelle sue note.

RECENSIONI

Arriva da lontano Orfeo, e non solo per la tradizione greca a cui si richiama, ma per un lavoro che si schiude dopo una gestazione pluriennale, un'opera manuale e maniacale che Virgilio Villoresi, giunto al suo primo lungometraggio di finzione, ha caparbiamente intessuto nei solitari interstizi tra un lavoro su commissione e un altro, tra un videoclip e una pubblicità d'autore.
Siamo fortunatamente capaci di stupircene ancora, nonostante la tradizione italiana, anche soltanto pensando a Bruno Bozzetto, non sia nuova a fantasticherie d'autore, animate e non, nate all'ombra di un Carosello.
Orfeo è un giovane e raffinato pianista, Eura una ballerina classica, attratti dalla forza dell'amore ma destinati a mondi diversi: l'opera prima di Villoresi - presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale grazie a Double Line - rilegge il mito di Orfeo ed Euridice scegliendo come riferimento primario Poema a fumetti di Dino Buzzati, tutto intriso delle nebbie novecentesche della sua Milano, città di adozione professionale per lo stesso Villoresi, dallo studio Fantasmagoria ai quartieri generali dei marchi del lusso e del design made in Italy per cui ha spesso messo a disposizione il proprio immaginario.
Le tragiche e secolari figure di Orfeo ed Eura/Euridice si muovono tra la fantomatica Via Saterna e i palazzi abbandonati di una Milano trasfigurata sì attraverso la lente del perturbante, ma una Milano che non si lascia dissolvere per diventare macchia astratta.
Villoresi dirige puntigliosamente un vortice vorace di animazione e riprese in 16mm, illusioni ottiche e giochi di specchi, mirabilia da Wunderkammer e paesaggi montani artificiosi e artificiali, silhouette che prendono vita a passo uno e astrazioni caleidoscopiche, a raccontare un ritrovato senso di fare cinema, la passione bulimica di un artigiano che si trasforma in artista.
La quête di Orfeo - «C'era qualcosa nel suo sguardo, era un invito a perdermi.» - si snoda quindi tra le atmosfere metafisiche di una città dispersa nel tempo, quasi immobile in superficie, una Milano antinaturalistica e sinistramente inoperosa, che ha ancora voglia di essere riscoperta e reinventata, a cavallo tra mondi altri e mondi-antri.

Alla ricerca della donna amata, ci conduce al cospetto di Melusine e voci perdute, in un universo popolato di parate di scheletri e giacche stregate, una dimensione in cui Orfeo può essere solamente ospite e noi curiosi osservatori, utilizzando l'estro del regista , la sua manualità e le mille forme dell'arte per portare sul grande schermo quel meraviglioso che già animava le tavole di buzzati.
Le memorie dal sottosuolo di Orfeo diventano un'immersione ipnagogica capace di infondere corpo e anima a tragedie così antiche da essere al di là di ogni tempo.
Le numerosi suggestioni visive, bagaglio di un ricco passato di letture, visioni e sperimentazioni, diventano parte integrante della muscolatura dell'opera, sono i nervi di Orfeo e i capelli di Eura.
Il gioco con le fonti era del resto già parte integrante del lavoro dello scrittore bellunese che, in questa inedita fusione tra parola scritta e disegnata, esplicitava in esergo la sua riconoscenza «per gli utili consigli» a Salvador Dalì e Federico Fellini, a Murnau e Caspar David Friedrich.
Il viaggio di Orfeo/Virgilio non può esistere senza passato, senza le immagini di cui, nella sua formazione umana e artistica, si è compulsivamente nutrito: dalle stesse tavole del Poema a fumetti che decorano il camerino del Polypus al gusto surreale che richiama Švankmajer e l'animazione est-europea, dagli illusionismi gotici alla Mario Bava alle forme architettoniche liberty, passando per le astrazioni in stile Jordan Belson.
Ancora una volta, l'antidoto contro la morte, contro la fine di tutto, è rappresentato dalla capacità di imparare a fare i conti con tutto ciò che è stato prima di noi, celebrandone la forza e reinventandolo, attraverso la caparbia operosità di un artista che rifugge la CGI e gioca con tutto ciò che è materico.
Se l'inedita forma del "libro-film" (così lo definì Montanelli) rappresenta per Buzzati un azzardo di fine carriera («Si sfogheranno tutti, ahimè. Non ha più niente da inventare questo vecchio scrittore, sentenzieranno, e si è messo a fare i giochini infantili.») l'opera prima di Villoresi è un felice unicum nel panorama italiano, esordio nel lungometraggio di un autore che attraverso la stop-motion, lo zootropio e l'animazione fatta a mano, dal videoclip (Blonde Redhdead, Vinincio Caposela, John Mayer) a cortometraggi e installazioni su commissione (Fornasetti, Alessi, Bulgari), è già stato in grado di rinnovare il panorama della forma breve.

C'era qualcosa nel suo sguardo, era un invito a perdermi.

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