Thriller

ZODIAC

Titolo OriginaleZodiac
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2006
Genere
Durata156'
Sceneggiatura
Tratto datratto dai romanzi Zodiac e Zodiac Unmasked: The Identity of America's Most Elusive Serial Killer Revealed di Robert Graysmith
Fotografia
Montaggio

TRAMA

1969. Un serial killer inizia a colpire a San Francisco; il maniaco invia una serie di lettere ai quotidiani e, firmandosi Zodiac, sfida gli investigatori attraverso messaggi cifrati. Tre uomini sono sulle sue tracce: Paul Avery, cronista di nera, Dave Toschi, ispettore di polizia, Robert Graysmith, disegnatore di vignette. Il più celebre caso irrisolto nella storia americana.

RECENSIONI

Zodiac si propone come film culto, che segna l'età adulta di David Fincher e il punto di non ritorno nel serial killer movie.
Attenzione: l'autore americano, alle prese con una figura saccheggiata soprattutto negli ultimi anni (The Zodiac Killer di Tom Hanson, 1971; The Zodiac Killer di Charles Adelman, 2005; Zodiac Killer di Ulli Lommel, 2005; The Zodiac di Alexander Bulkley, 2005), davanti alla complessità di un plot/piovra che si dibatte all'infinito, contiene la propria cinepresa; lontano dalle mirabolanti acrobazie di Panic Room, dove esplorava smaniosamente tubature, spioncini, mura e infissi, il costrutto pare qui oscillare verso una grammatica filmica più lineare. Ma il tocco di Fincher c'è tutto: si veda il carrello che introduce al primo omicidio, perfetto per sospensione, caratura dei tempi e spiazzante capacità di non disvelamento (non è immortalato il protagonista, ma soltanto una preda), e la splendida stupenda di Graysmith in casa del proiezionista, tra Hitchcock e la manipolazione del gotico, ma profondamente fincheriana (si può dire) e cinefila. Sono esempi per chiarire che, archiviato il pezzo di bravura obbligatorio, oggi il regista fa ciò che vuole: in 156 che sembrano 5 minuti innesta una serie di momenti rarefatti e riflessivi, poi accelerazioni infuocate, quindi personaggi ancora a riposo (quando la storia sembra finita, c'è ancora un'ora di film tutta da ricordare).
Zodiac se ne infischia di illustrare l'ennesima caccia all'assassino: è un dramma procedurale, fatto di dialoghi appuntiti e roventi squarci drammatici, che al percorso del criminale preferisce gli effetti devastanti che questo imprime su chiunque ne fiuti le tracce. L'innovativa visione teorica, che emerge chiara nel quadro d'insieme, squarcia la gabbia del genere: il serial killer più temibile è quello che non verrà mai catturato. A Fincher, che non può avvalersi del colpo di scena, resta da manovrare la tecnica ellittica; lo fa sontuosamente, saltando di frammento in frammento, suggerendo scenari che proseguono oltre lo schermo, concentrandosi sui personaggi per inciderne il dolore latente e poi lasciarli verso altri problematici lidi. Molto resta sottinteso: l'instabilità sentimentale di Graysmith, già divorziato in apertura, l'inesorabile metamorfosi dell'ispettore Toschi (da testardo segugio a sbirro appassito, sospettato di inquinamento di prove), la rovina alcolica di Avery e la diffusa sconfitta professionale/umana dei comprimari. Nella storia dell'assassino, non priva di un sospetto metafilmico (la perenne citazione è per The most dangerous game, da noi La pericolosa partita di Ernest Schoedsack, 1932), alla pari delle situazioni umane germogliano indizi irrisolti: la pista Rick Marshall, la fallibilità della perizia calligrafica, l'ipotesi del doppio colpevole (e altre ancora) sono le deviazioni che innescano l'esplosione dell'intreccio, ponendo domande, mettendo sempre in dubbio. Proprio l'impossibile ricostruzione e il vuoto della logica riaffermano, come conseguenza riflessa sui protagonisti, quelle stimmate incollate a Fincher da sempre: lo slittamento dei rapporti umani in ossessione, paranoia, follia.
Il regista, con quest'opera monolitica, scavalca il passato; superato l'imperativo di consegnare l'assassino quindi finire male (Seven), la rincorsa alla sorpresa che restava finora la pecca maggiore (la prova più acerba: Fight Club) e anche la tentazione del virtuosismo eccessivo (Panic Room), firma con Zodiac un gioiello di alto carato, un film che non ha conclusione ma vanta una partitura drammatica salda e compiuta, affine al bellissimo The Game. Contributo decisivo della fotografia di Harris Savides, un fantastico en plen air sull'ultimo trentennio di società americana, e soprattutto del cast: se Downey Jr. e Ruffalo sottoscrivono i rispettivi, diversi talenti, Gyllenhaal raggiunge finalmente la maturità con una rocciosa prova di sostanza che è la migliore della sua carriera. Grande Fincher.

Nota a margine
Reduce dalla versione originale, oltre a confermare il nove pieno, aggiungo solo un paio di annotazioni: vedere il film in inglese è obbligatorio per godere delle voci del trio protagonista (Gyllenhaal - Downey Jr. - Ruffalo) che, ascoltati in lingua, rendono i loro scambi di battute molto più corti e lapidari rispetto all'italiano. Risulta così nettamente sforbiciata la presunta verbosità del film, che al contrario vive tutto di frasi secche e pungenti. E soprattutto: nella prima parte i giochi di parole di Zodiac, la gamma dei suoi diabolici trabocchetti acquista finalmente senso (nella versione doppiata è totalmente lost in translation) e getta sulla vicenda una nuova luce malsana.

Mah, questo Zodiac non è che rischi così concretamente l’indimenticabilità. Forse sono un tantino severo, ma quando un “thriller introspettivo” si introspettisce troppo e mette alla prova lo spettatore con la proliferazione di ipotesi e piste che montano una sulle spalle dell’altra, oltre alla schiena iniziano a dolere anche altre parti del corpo. Vabbè, sciocche allusioni a parte, la sciarada fincheriana soffre per così dire di una “metastasi investigativa” che ne rende davvero estenuante la visione. Non intendo dire che l’esposizione dei dati sia farraginosa (anzi, il tappeto degli avvenimenti è piuttosto leggibile), ma vanamente laboriosa. Vanamente poiché la mole di lavoro richiesta dal plot non prelude a un’evoluzione teorica o drammatica degna di nota. Resta un po’ piantata lì, insomma, senza incoraggiare la costruzione di un senso diverso da quello manifesto, finendo per stordire a colpi d’informazione l’immaginario dello spettatore. La cosa bizzarra è che gli ingredienti giusti ci sarebbero tutti e almeno apparentemente sarebbe giusto anche il loro posto: la prima parte del film concentra con esemplare efficacia gli eventi sanguinosi (la sequenza dell’omicidio del 4 luglio 1969, sulle note dolciastre di Hurdy Gurdy Man di Donovan, è crudele delizia) per lasciare successivamente spazio al dipanarsi delle indagini e all’addensarsi di quell’ossessione investigativa che contagerà uno dopo l’altro i suoi “portatori” (impossibile non rimarcare che nella creazione di questa dimensione ossessiva Zodiac riesce là dove The Black Dahlia ha clamorosamente fallito). Inoltre è il tenore dell’indagine a possedere un fascino particolare: i protagonisti della detection (applausi a scena aperta per Ruffalo e Gyllenhaal, i loro dialoghi sono quanto di meglio sia dato vedere in modalità overacting) sembrano meno assillati dal desiderio di “fare giustizia” che dal bisogno di “fare verità”, vale a dire costruire un quadro coerente, sistematico e incontrovertibile dei fatti. La loro rovina si chiama razionalità. Ovviamente questa componente è inserita nel film come requisito logico delle indagini, ma va a finire che è proprio il razionalismo a imprigionarli nelle maglie dell’ossessione (trovare nessi, fare associazioni, inferire, desumere, congetturare: le fiamme dell’intelletto). Sembrerebbe andare tutto a gonfie vele, insomma, invece col passare dei minuti (156, davvero troppi) le lettere, le cifre, le informazioni e gli informatori si accumulano senza un attimo di tregua, appesantendo terribilmente la visione e posizionando lo spettatore in una zona intermedia tra la vertigine e la tensione, una zona chiamata noia (senza il prefisso d’ordinanza). Un altro paio osservazioni tra il cinefilo e l’eccentrico. La prima riguarda la relazione tra Melanie (Chloë Sevigny) e Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal): vi si respira un’austerità affettiva che sembra uscita direttamente da un film di Fritz Lang (e a mio avviso Zodiac è un film sottilmente langhiano, non solo per il possibile riferimento a M, il mostro di Düsseldorf, ma soprattutto per il progetto geometrico della messa in scena). La seconda invece ha a che fare con l’“effetto sagoma” creato dall’uso della cinepresa digitale Viper: immerse nelle luci livide e smorzate di Harris Savides (Birth e Last Days, giusto per nominare un paio di titoli), le silhouette degli attori, soprattutto nelle inquadrature strette, si stagliano sullo sfondo in modo visibilmente innaturale, come fossero collocate su un piano ottico separato. Ora, se in alcune sequenze (penso in particolare a quella del colloquio con Leigh) l’effetto contribuisce a potenziare la tensione psicologica, in altre (specialmente quelle in esterni o più luminose) prende il sopravvento un senso di ingombrante artificiosità. Difficile persuadersi che sia desiderata.

David Fincher è il regista americano sul quale, nell'ultimo decennio, si è maggiormente concentrato il dibattito da parte degli addetti ai lavori, colui attorno al quale, fin dalle prime opere, si è certosinamente costruita l'aura dell'Autore. L'aspetto interessante della questione è che Fincher di questa attenzione da parte della critica è stato da subito consapevole, tanto da poter leggere nel suo lavoro, soprattutto nelle ultime opere (si pensi soltanto al programmato maledettismo di Fight Club), un costante tentativo di avvalorarne la teoria autoriale: la stessa indecisione di questi anni (progetti abortiti a bizzeffe: da Rendezvous with Rama a Black Dahlia, da Resteraunt confidantial al remake de Il misterioso caso Peter Proud, dal bellico Fought for food, con Pitt, fino all'annunciato film sui ragazzi di Dogtown - ma c’'è una letteratura a riguardo, e molto nutrita -) rende perfettamente l'idea dell'importanza che il regista per primo attribuisce a ogni singolo passo della sua carriera. È dunque davvero impossibile non accettare il gioco - game? - e inevitabile la considerazione di un nuovo film di Fincher alla luce del suo percorso artistico e della consapevolezza teorica che lo ha sempre caratterizzato (mi diverte, lo confesso, pensare che una volta tanto critica e Autore si diano da mangiare a vicenda).
Zodiac è un film ambizioso che ispirandosi a un periodo d'’oro, quello del cinema americano civile e d'inchiesta che dominava negli anni 70 (penso, innanzitutto al paradigmatico Tutti gli uomini del presidente di Pakula) punta ad almeno quattro obiettivi decisivi (non tanto per la riuscita dell'opera ma) per l'Autore Fincher:
1) offrire al microscopio critico un omaggio cinefilo di chiaro spessore che si articola in un'operazione in cui l'Autore cita filologicamente un genere (le didascalie che riportano i dati cronologici sono in questo senso una marca riconoscibile e una dichiarazione d'intenti);
2) evitando strategicamente gli ammicchi tipici del cinema commerciale, in virtù della freddezza del costrutto e in forza del dato realistico di riferimento, pervenire alla lucida nemesi di Se7en, proseguendo in un discorso di (auto)referenzialità tutta postmoderna che è un’altra costante dell'Autore;
3) ricostruendo in maniera puntuale la vicenda dell'assassino seriale Zodiac, fare del film l'inevitabile update della poetica dell'Autore, incentrata sul Panico Contemporaneo (le tre F di cui parlavo in Panic room che, come questo film, mostrava che le metafore che L'Autore ama rappresentare sono nella realtà prima che nel racconto di essa);
4) fornire la definitiva conferma dell'eclettismo, a ogni livello, dell'Autore (di nuovo la sua filmografia, da capo a piè) svuotando il racconto di un fatto sensazionale da ogni sensazionalismo.
Il film, dunque, sposando con coerenza la causa antispettacolare (anche la durata abnorme mi sembra calcolata in questa stessa ottica), si consuma in un febbrile elenco di fatti (meccanicamente) implacabile e distaccato: Zodiac è oberato dagli eventi, dai documenti, dalle dimostrazioni verbali e fattuali che portano i protagonisti a scavare nella banalità del Reale e nei pezzetti di tante verità che non accennano a completarsi in un quadro risolutivo (il che è indiscutibilmente affascinante perché nel gioco - game? - lo spettatore è chiamato direttamente in causa, entrando in frontale collisione col film, con quello che racconta e con le modalità scelte per raccontarlo); l'estenuante tour de force è dunque evidentemente cercato ma, opprimendolo di rigida sostanza, Fincher non concede respiro al suo lavoro, rinunciando all'Idea in favore della Naturalità; egli amputa, in favore della Causa, il suo bel cinema da vedere (tranne alcuni squarci, splendidi e calcolati) per dare vita a un testo filmico massimalista, soffocato ad arte da una pletora di note e corollari e in cui, tentennando non poco nello spianarsi la strada, dimostrando una certa opacità di registro, non rinuncia neanche a tentativi (chiari fino alla disperazione: si veda la seconda parte) di conferire introspezione e sfaccettature ai personaggi, inciampando lo script quasi sempre nel puro tic (il personaggio del pur bravo Ruffalo, per tutti); un'incertezza, quest'ultima, che decreta l'affanno dell'operazione citazionista (il che, francamente, non è poco): lo snocciolare dati vorrebbe essere sperimentale (drammatizzare attraverso l'accumulo) ma suona solo ped(/s)ante, Fincher squilibrando (volutamente, ma non importa: la padronanza del linguaggio non è in discussione) il film sul versante documentaristico epperò non consegnandoglielo del tutto, cercando di sostanziare i personaggi ma peccando di superficialità, risultando asciutto ed efficace solo a tratti (gli squarci suddetti: le sequenze degli omicidi e la visita alla casa del proiezionista). In questo senso Zodiac è davvero il deliberato e strategico opposto di Panic room: se quello era un film 'fisico' questo è un film 'mentale', se quello era funambolico (pensiamo alle evoluzioni della mdp, alla quantità di piani sequenza, veri e truccati) questo è un film fratto e posato, se quello si proponeva come una splendente riflessione sullo spazio scenico, sulla capacità di rappresentarlo (il ragguardevole lavoro sui raccordi operato nel découpage) e sulla resa figurativa del movimento negli ambienti, Zodiac, e arrivo al punto centrale, mi pare segnare un netto arretramento su forme di messa in immagine staticamente prone al contenuto, forme dalle quali Fincher aveva dimostrato (quasi) sempre di sapersi (e soprattutto volersi) affrancare (impresa questa che riesce, con risultati tanto eclatanti, a pochissimi autori di film mainstream: e allora, davvero, viva il soggettino di Koepp sul quale Fincher si sbizzarriva da par suo) qui rinunciando a una filosofia visiva e concettuale che ci si è sempre parsa il suo punto di forza ('Fincher ha smesso di fare Fincher' mi scrive un deluso Gianluca Pelleschi) e, temendo di essere confuso nella indifferenziata massa (e messe) di cinema effettistico preferisce al leggero rischio della moda - vogue? - il pesante marmo del monumento.