Drammatico

ZETA

TRAMA

Roma. Alex, Gaia e Marco sono tre amici poco meno che ventenni che vivono il sogno dell’hip hop e vogliono sfuggire al destino che la società ha in serbo per loro: la vita di strada, il lavoro al mercato, i casermoni di periferia, la povertà, il piccolo spaccio.

RECENSIONI

Fai progetti sul futuro io lo faccio adesso
Se domani crepi sicuro che vado a letto presto
Non dare mai la colpa al fumo quando stai depresso
Se cerchi di essere qualcuno prova con te stesso
(Mic Taser - Salmo)


Alex, figlio della Roma operaia, sogna di sfondare nella scena rap. Ha talento, ma prima scopre che la via del successo comporta scelte dolorose e dopo che l’ambiente del quale vuol far parte ha un codice rigoroso. La tentazione della fama facile lo porta a rinunciare a se stesso: cambia pelle, sacrifica l’anima, si vende al pop.
Il film di Cosimo Alemà, uno dei nomi storici del videoclip italiano, rappresenta un mondo attraverso il suo linguaggio. Così, la scelta di una voce fuori campo, quella con la quale Alex racconta di sé, segue una logica integralmente musicale (che di un film musicale stiamo parlando), traducendo cinematograficamente le caratteristiche del genere celebrato e impiantandole in un intreccio che è un semplice, paradigmatico Bildungsroman. In Zeta, dunque, secondo la poetica rap, il protagonista, come ogni MC che si rispetti, muovendosi in equilibrio tra una rivendicata autorevolezza e l’essere figlio della strada, fa della sua vita la storia da raccontare attraverso testi diaristici coniugati, come il genere prevede, in un presente continuo.
Il contesto è reso attraverso robuste pennellate (lo spaccio, l’etica granitica, il gergo, i reali protagonisti della scena italiana - da Salmo a Clementino -) e la parabola di Alex/Zeta, incrociando il dramma, la love-story, la sceneggiata (altro cinema che dice con la musica e che qui viene richiamato nell’umiliazione del padre - lo spregio delle origini, come nello Zappatore meroliano -) e i film-sfida alla Rocky (nel ring dello scontro finale, persino nella doccia che lo precede), culmina nella crescita, nella ritrovata autenticità, nel doloroso riscatto, nella conquista del sogno di vivere e non sopravvivere (l’apparizione presagica di J-ax).


Ma la storia di Zeta è anche la rappresentazione metaforica di una condizione: quella del rap che in Italia non conosce visibilità, se non a fatica, e il cui potenziale viene disinnescato puntualmente dai grossi media a forza di pop: non bastano le cospicue vendite, non bastano le arene stracolme, non bastano le visualizzazioni sul Tubo (numeri che tanto pop si sogna). Già nel clip di Tranne te (più di 30 milioni di view, mica spiccioli) Alemà e Fabri Fibra (un sodalizio) avevano segnalato la situazione, dati alla mano. Nel brano In Radio di Marracash - nel cui splendido video Alemà evoca proprio quella poetica del riscatto che in Zeta domina: l’artista arrivato al successo e, nel contrappunto narrativo, il confronto con le sue umili radici - si recita «Ti dicono non sei nessuno se poi non passi in radio»: il brano, genialmente, era concepito proprio come potenziale hit radiofonico, come Cavallo di Troia che, aggirando le resistenze di una comunicazione restia ad aprirsi al genere, si insediasse nella programmazione, occupandola. Zeta, dopo la diffusione bel documentario sulle origini del rap italiano (Numero Zero di Enrico Bisi), ha lo stesso obiettivo: parte da una storia di amicizia, amore, redenzione, fortemente calata nella realtà contemporanea, e porta sul grande schermo tutta la complessità di un movimento, la sua fauna e il suo slang, la sua poesia fatta di vita vissuta e di tenace lavoro su stessi, secondo un’estetica che molto rinvia al videoclip, con un montaggio che asseconda la logica del frammento, e che trova nella musica e nelle canzoni la primaria fonte ispirativa. Un lavoro che apre alla conoscenza di un mondo in cui la gioventù italiana si immedesima e che viene vissuto, nonostante questo, come un corpo estraneo nel panorama della nostra cultura di massa. Un'opera sanamente, genuinamente generazionale che un po' mancava.