Catastrofico, Storico

WORLD TRADE CENTER

Titolo OriginaleWorld Trade Center
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2006
Durata125'
Sceneggiatura
Tratto dadalla storia vera di John McLoughlin, Donna McLoughlin, William Jimeno, Allison Jimeno
Fotografia
Scenografia

TRAMA

11 settembre 2001: due aerei di linea si schiantano contro le torri gemelle di New York. Una squadra della polizia dell’autorità portuale, guidata dal sergente John McLoughlin, entra nella prima torre per aiutare i superstiti e resta intrappolata fra le macerie. Solo John e Will Jimeno sopravvivono, in attesa dei soccorsi.

RECENSIONI

Oliver Stone sdogana ufficialmente la tragedia dell'11 Settembre con il primo film ambientato sul luogo del disastro nel giorno che ha cambiato per sempre la Storia, distruggendo le sicurezze del mondo occidentale. Purtroppo, però, il viscerale regista americano continua, dopo il fallimentare Alexander, la sua parabola discendente. Non che manchi di interesse l'idea di concentrare lo sguardo sotto le macerie, stringendo il campo sui volti sofferenti di due poliziotti dell'Autorità Portuale rimasti intrappolati dopo la caduta delle torri. L'idea di passare dal collettivo al personale ha, almeno sulla carta, forza e originalità. Il problema è che il taglio intimista del taglio soccombe al fiume in piena della retorica. C'è una voglia smisurata di esaltare i buoni sentimenti cacciando qualsiasi ombra, per cui la politica resta fuori dallo schermo per lasciare spazio al dramma privato di due uomini in fin di vita e ai relativi nuclei familiari in trepidante attesa di notizie, come in un film catastrofico qualsiasi. Ancora una volta persone normali devono dimostrare di essere eccezionali per poter sopravvivere. La famiglia e la patria sono i valori che vengono celebrati e virtù ed eroismo gli strumenti per tutelarli. La monotematicità dei dialoghi, tutti improntati all'altruismo, agli affetti edificanti e al senso di colpa per non avere fatto abbastanza, non aiuta così ad accrescere l'interesse verso i personaggi, sempre a caccia di frasi, perlopiù fatte, da lasciare ai posteri. Il coinvolgimento, data la materia, è inevitabile, ma risulta frenato proprio dall'impeto con cui le lacrime vengono forzate. La resa spettacolare dell'incipit è indubbia, con un'ansia derivante dal contrasto tra chi sa (lo spettatore) e chi è ancora ignaro (i personaggi del film). Una contrapposizione ben diretta giocata tra la routine quotidiana di una giornata che sembra come tante altre e la casualità di gesti che si rivelano invece decisivi (essere in una posizione oppure in un'altra può rivelarsi determinante al momento della deflagrazione). Quando l'azione si sposta nel sottosuolo, però, il film perde vigore, tradendo la finzione di un teatro di posa e non riuscendo a superare la rigidità di un'impostazione teatrale. A peggiorare le cose, la spettacolarizzazione del dolore e il solito cattivo gusto di Stone, con addirittura la comparsata, tipo trip allucinogeno, di Cristo in persona munito di acqua minerale. Particolarmente reazionario, poi, il marine che capisce il suo scopo nella vita (indossare la divisa per salvare il prossimo) traendo ispirazione dalla croce e dalla preghiera. Una scelta acritica e discutibile quella di Stone, che mostra la consueta mano pesante nel tratteggiare le psicologie e la drammaticità degli eventi limitandosi, al di là della sincerità degli intenti e della volontà di non ferire la sensibilità di chi il dramma lo ha vissuto in prima persona, a celebrare l'unica faccia che gli americani vogliono mostrare. Quella del sogno infranto. Lecitissimo, ovviamente, ma poco illuminante.

Nonostante l’abuso di soluzioni cinematografiche clamorosamente ricattatorie (soggettive allarmate, ralenti enfatizzanti e un accompagnamento musicale grondante pathos), i primi trenta minuti di World Trade Center danno vita a una progressione drammatica tutto sommato credibile, introducendo lo spettatore in un’atmosfera metropolitana inizialmente ordinaria (New York che si risveglia e si mette in moto) e improvvisamente sconvolta dall’evento devastante. Fino al crollo della prima torre il film di Stone può infatti contare su un ritmo narrativo ben calibrato e su un respiro descrittivo efficace (anche se infarcito di stereotipi). Soprattutto nella sequenza che precede il crollo, catastrofe, terrore e tragedia sono parole che prendono la forma di immagini cinematografiche, grazie al dinamismo frenetico della macchina da presa e al sonoro fragorosamente ansiogeno che colpiscono lo spettatore dritto allo stomaco. Come al solito Stone non rinuncia ad alcun espediente per alzare il voltaggio emotivo del film, sfruttando la parte iniziale per portare a regime la partecipazione spettatoriale e trasformarla poi in piena identificazione coi protagonisti. L’intento è chiaro: una volta sequestrato emotivamente lo spettatore sarà facile trascinarlo nell’inferno delle macerie e nello strazio del dolore di Will Jimeno e John McLoughlin (Michael Peña e Nicolas Cage in prove decorose). Tuttavia, dalla caduta della torre in poi – cesura segnalata filmicamente da un’interruzione in nero di alcuni secondi – World Trade Center degenera irreparabilmente in polpettone lacrimogeno di una staticità snervante e di una tediosità micidiale. Giova qui notare che l’angustia spaziale, anziché incrementare la tensione, a lungo andare la neutralizza trasformandosi in fattore involontariamente antidrammatico. Stone ha un bell’adoperarsi nel rendere avvincente, attraverso melliflui flashback e acquose visioni mistiche, una vicenda imprigionata nel cemento e nell’acciaio: i suoi tentativi di vivacizzare la materia suonano prevedibili e convenzionali quanto un manuale di sceneggiatura. Nei restanti 100 minuti(!) il film arranca faticosamente collezionando dialoghi esasperanti (inutile invocare un malinteso senso dell’autenticità), situazioni improbabili (Maggie Gyllenhaal come moglie di Michael Peña proprio non la beviamo) e macchiette in mimetica (il marine invasato che si sente investito della missione salvifica!). L’apoteosi del raccogliticcio. Dallo sfacelo si salvano soltanto le splendide prove della già citata Gyllenhaal e della fenomenale Maria Bello, capace di comunicare uno smarrimento indicibile fissando semplicemente lo sguardo su un oggetto. L’epilogo tonitruante getta definitivamente sull’intero film la luce sinistra dell’eroismo, imprimendo su World Trade Center il marchio indelebile dell’estorsione sentimentale. Da queste parti, lasciatecelo dire, si è rimpianto molto Ace in the Hole: se ne consiglia la visione prima e dopo il film di Stone.

Tutto vero, quindi ancor più agghiacciante: Oliver Stone, però, riserva alla sua nuova “guerra del Vietnam”, con i soldati semplici in azione, solo il prologo, preferendo in seguito rinchiudersi in un singolo episodio da rendere emblematico (l’America risorge dalle ceneri: i sopravvissuti) affidato alla mediocre sceneggiatura dell’esordiente Andrea Berloff (un’attrice) che, per ingannare il tempo delle due vittime che urlano, piagnucolano e hanno visioni di Gesù, fa dei controcampi sulle loro famiglie in trepida attesa, per poi affidare la loro salvezza alla mano di Dio (il marines religioso) o all’amore muliebre (Cage salvato dall’immagine della moglie che lo vuole a casa). Retorica e populismo a go-go. Da un lato, canto doveroso e sentito agli eroi delle forze dell’ordine che morirono nel crollo delle torri, dall’altro manierato film catastrofico che si trasforma in dramma claustrofobico maneggiato nel modo più banale. Ciò che poi dona una marcia in più al cinema di Stone, la vena polemica contro il proprio paese, qui è quasi del tutto assente, per pudore e per “non sparare sulla croce rossa”, pur avendo facoltà di coltivarla (i superstiti lasciati a se stessi e rinvenuti dai “clandestini”; la fuga di notizie inesatte e contrastanti da parte delle forze dell’ordine…). Comunque, per quanto enfatico e grossolano (il film ricorda Tra Cielo e Terra, dove Stone mostrava di non possedere il giusto polso per sentimentalismi e melodrammi), il suo cinema, a livello di “pancia”, è sempre coinvolgente. Basato sui racconti dei due sopravvissuti.