Drammatico

WOMB

Titolo OriginaleWomb
NazioneGermania/ Ungheria/ Francia
Anno Produzione2010
Durata107'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Rebecca e Tommy si conoscono da bambini e tra loro nasce un’intensa amicizia. La partenza improvvisa di Rebecca per il Giappone li separerà per dodici anni fin quando Rebecca deciderà di tornare dall’amico d’infanzia…

RECENSIONI

Fliegauf disegna un delicato territorio di confine, un mondo concavo che si presta ad accogliere la tenue fusione tra passato e futuro, una marginalità che si fa membrana porosa protesa verso una nuova concezione di temporalità, un continuum informe plasmato sull'armonia del grembo materno. Non si esce mai fuori dalla dimensione sospesa e avvolgente dell'intima appartenenza che ognuno deve all'altro, dal rapporto simbiotico che si instaura tra se stessi e il corpo che genera. In Womb ogni minaccia di abbandono, che sia la morte che sia la volontà di uscire dal limbo, viene depotenziata dal ritorno alla posizione fetale, al grembo materno che annulla, azzera, ma non permette la dissipazione.
Cosa rimane e cosa si perde, cosa evapora e cosa si solidifica quando la pena è il ritorno continuo e le sensazioni di quello che è stato già vissuto riaffiorano come stranianti deja vu? La circolarità di Eros e Tanathos contagia i corpi e assoggetta lo spazio esterno creando una sfera unitaria in cui l'essere umano si muove protetto e trattenuto dal liquido amniotico. La spiaggia, preponderante esterno del film, è il luogo dell'incontro, dell'attrazione, dell'abbandono e del ritorno, scenario immobile e neutro che accompagna la perpetua riconsegna del dono, della vita che si affida ad un grembo materno per potersi rigenerare. E' nel grigio blu del cielo e delle onde del mare che da sempre ripete il suo moto, che Fliegauf inscrive la sua personale parabola sulla fine della temporalità, sulla sospensione come nuova formula di eternità e immortalità del ricordo e della carne.

In un futuro in cui la clonazione rappresenta una possibilità concreta di rinascita e la morte può essere superata, la concezione del tempo subisce un'alterazione, una scissione netta tra l'andamento biologico del corpo umano (Thomas rinasce grazie a Rebecca e cresce secondo il ritmo biologico naturale) e la ripetizione potenzialmente infinita che apre all'eternità (Rebecca, amante-madre, rimane bloccata alla sua bellezza giovanile, senza che il suo corpo risenta dello scorrere del tempo). Questo doppio andamento temporale, la crasi tra la caducità dell'esistenza umana e l'eternità conquistata, incalzata da una narrazione non lineare che si apre sulla sua stessa conclusione, rappresenta la risposta e al tempo stesso l'affollarsi di tutte le domande che il film scoperchia, andando a premere sull'incognita della clonazione e soprattutto sui suoi effetti. Pur nella sua forma astratta, la storia di Rebecca e Thomas è la propagazione, l'eco continuo e diffuso di una storia d'amore che tenta di oltrepassare ogni impedimento (concreto: la distanza che intercorre inizialmente tra Rebecca, in Giappone con la famiglia, e Thomas, la morte di Thomas, ed etico: i limiti della scienza e della tecnologia, i confini dell'accettazione di ciò che è naturale da ciò che può diventarlo, una nuova forma-famiglia). Fliegauf mette in scena tanti piccoli tagli (come il taglio cesareo a cui si sottopone Rebecca per partorire), tanti minuscoli ma profondi squarci e altrettante suture. Alcune più resistenti, altre più deboli e scoperte. Predispone il dramma con un ritmo modulare, alternando alcuni momenti di vicinanza tra i corpi alla loro successiva e forzata separazione. Una sorta di attrazione-repulsione che intensifica di volta in volta il contatto e accorcia le distanze fino ad annullarle nella totale compenetrazione della maternità.

La prima parte, fra flashback, dettagli illuminanti e incanti dell’infanzia, pone in essere, con dolcezza, un legame che resiste nel tempo: Benedek Fliegauf preferisce raccontare per immagini, dotato di un notevole talento fotografico, evocativo e d’atmosfera che sfrutta, sin dai titoli di testa, lo sferzare del vento e il rumore del mare. Trasporta la visione in un limbo, per una soggettiva dell’infanzia che non contestualizza ma celebra magicamente. Poi, in modo anche brusco, l’opera prende una piega quasi (perché in realtà attualissima, con il tema della fecondazione artificiale) fantascientifica per il tema della clonazione, su cui s’interroga senza partito preso, andando oltre il dilemma giusto/sbagliato, trovandosi di fronte al fatto compiuto, riconoscendo lo status d’essere umano del clone (le mamme che ghettizzano i bimbi clonati, invero figure un poco sopra le righe) e dando un diverso valore alle intenzioni di chi gli dona la vita. Da qui in poi, inizia una pellicola bertolucciana, non solo per La Luna e la presenza di Eva Green (fondamentale per l’espressività degli sguardi, in un cinema di poche parole), ma anche per un approccio dove sono le azioni a far sorgere le domande e per la maestria del regista nel non forzare mai l’opinione: si limita a raccontare una storia, immergendo in un grembo (womb) di location-immagini-fotostatiche meravigliose mentre, anche alla Ki-duk Kim, il microcosmo ferreriano da L'Ultima Donna, dove madre e figlio si isolano, inizia a disseminare tracce morbose, avviluppanti ed inquietanti come le musiche (il carillon) o i rumori di fondo del mare. Film coraggioso, originale, felicemente ambiguo (il finale in cui il figlio la chiama per nome e la ringrazia ma la abbandona). Girato in inglese, in co-produzione con Germania e Francia.