Drammatico

WHITE OLEANDER

Titolo OriginaleWhite Oleander
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Genere
  • 66507
Durata109'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo di Janet Fitch
Fotografia

TRAMA

Ingrid è un’artista che, in preda ad una crisi di gelosia, uccide il suo amante. Incarcerata, lascia sua figlia Astrid in balia degli assistenti sociali. Inizia così, per la ragazza, una lunga serie di affidi.

RECENSIONI

Le premesse non sono delle migliori: nei primi minuti il regista gioca con le sue figure e ne propone pose plastiche di studiatissima disinvoltura, le bionde protagoniste in mostra come in un diario adolescenziale, del quale manca solo l'imprescindibile effetto flou, o in un photobook di David Hamilton o altra robaccia del genere. Impressione sballata, il film va da tutt'altra parte e anche quelle primissime immagini avranno un loro perché, nella descrizione del rapporto tra questa madre forte e carismatica e una figlia che, fin quando rimane sotto la sua ala, sembra avere un precario equilibrio e che, appena ne uscirà, si troverà con un bel carico di veleno accumulato che tracimerà travolgendo i nuclei sociali, familiari e non, nei quali vivrà. Il film non azzarda nulla, le convenzioni le rispetta ossequioso e ciò, tutto sommato, non è un male perché non ci sono tentativi in alcuna velletaria direzione volendo Kosminsky rimanere attaccato alla sua storia e rendere solidamente i caratteri che mette in scena. L'intreccio narra della confusione postadolescenziale di una ragazza che, imbeccata da una madre-artista con deliri di onnipotenza, assassina per niente pentita, dovrebbe attendere all'unico importante diktat: non dimenticare chi è. Il problema è che, se la madre sa o crede di sapere benissimo Astrid chi sia e cosa debba ottenere dalla vita, la ragazza non lo sa, non riesce a capirlo e, vedendosi imporre lo scomodo standard anche quando i contesti di vita sono cambiati, finisce col provocarne il corto circuito e l'inevitabile tragedia interna: nella prima famiglia alla quale viene affidata riesce a subire un tentato omicidio e a provocare l'abbandono del tetto da parte dell'uomo di casa; nell'istituto viene accusata di concupire il ragazzo di un'altra; nella seconda famiglia assiste a una nuova tragedia (suicidio) ma stavolta formativamente fatale e tale da farle decidere di cambiare rotta, di fare a pezzi il totem malefico e di prendere in mano la propria esistenza e i propri affetti: dunque basta a quella bionda chioma, che nella prima scena aveva detto con chiarezza di un rapporto simbiotico con la madre, e via libera a un look aggressivo e fricchettone, obbligatoriamente antitetico a quello austero della genitrice: trucco carico, capelli scuri, abiti che sono il contrario dell'essenziale linea materna. Michelle Pfeiffer, dea dalla grazia affilata, succube della sua castrante concezione della bellezza e di un cinismo che la porta a vedere negli altri il nemico, è superbamente bella e superbamente brava alle prese con un personaggio che non si risolve in una cattiveria di maniera ma che ha più di un'interessante sfaccettatura. Quando la figlia (una discreta Alison Lohman), la vittima principale di questa visione estrema delle cose, ribalta la prospettiva e fa presente che, forse, il nemico non sono gli altri ma loro stesse, la storia cambia e tutto volge, con dolore, al meglio.
Il regista porta avanti la storia (tratta dal best seller di Janet Finch) passando dalla Pfeiffer (che uccide il suo uomo con veleno di oleandro, anche se, chi non ne era già al corrente, rischia di non capirlo), a un'invasata Wright Penn, per concluderla tragicamente con la Zellweger (ciascuna delle dive rappresenta una stazione della via crucis della giovane protagonista e ciascuna di queste tappe segna anche una sua trasformazione fisica) e lo fa senza indulgere in ricercatezze, con una concreta macchina a mano, che viene usata spesso e volentieri, una fotografia livida e senza affettazioni, affidandosi agli scenari naturali spesso desolati e a una ricostruzione frammentaria e narrativamente strategica del passato. Niente di particolarmente sconvolgente, si viaggia sul filo della noia, ma non si può negare al regista un buon pragmatismo e una certa, apprezzabile indiosincrasia per il fronzolo. Il film si chiude con le opere della giovane: tante valigie, ciascuna delle quali rappresenta un pezzo della sua storia, persone che hanno contato nella sua vita, piccole cosmogonie portatili che riassumono un percorso e che verranno definitivamente chiuse, forse bruciate.