Commedia

WHISKEY TANGO FOXTROT

NazioneU.S.A
Anno Produzione2016
Genere
Durata112'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Musiche

TRAMA

Decisa a dare una svolta alla propria vita, la reporter Kim Baker atterra a Kabul nel momento in cui tutta l’attenzione mediatica convoglia verso il nuovo fronte iracheno.

RECENSIONI


«La peggior cosa che mi sia capitata, è capitata proprio a casa mia». Queste parole, pronunciate dalla sventurata ma speranzosa protagonista di Unbreakable Kimmy Schmidt (serie televisiva creata da Tina Fey e Robert Carlock, la prima interprete e produttrice, il secondo sceneggiatore di Whiskey Tango Foxtrot, espressione del gergo militare che sta per "what the fuck"), che sbarca a New York senza soldi né bagagli e dopo essere riemersa dal bunker di una setta apocalittica, bene si prestano a introdurre la Kim Baker (Fey) del film di Ficarra e Requa (I love You Phillip Morris, Crazy, Stupid, Love., Focus). Per le unbreakable women della Fey, decise a farsi strada in situazioni estreme al passo di pessime decisioni prese con entusiasmo, la posta in gioco è sempre la stessa: una prospettiva nuova su se stesse e sul mondo, lontana da una vita di reclusione più o meno metaforica. Così, con indosso uno zaino troppo vistoso per una zona di guerra, la reporter televisiva Kim Baker raggiunge Kabul nel 2003, lasciandosi alle spalle un'esistenza capace di solcare unicamente le trame della sua moquette.
Se le prime immagini del film (la sequenza di una festa nella «fun house» di Kabul che ospita i corrispondenti esteri, subito interrotta dallo scoppio di una bomba) lasciano sperare in una rappresentazione irridente di un microcosmo di professionisti della guerra, che si dimenano fra l'hangover e l'esplosione che suona il segnale di un paradossale ritorno all'ordine dopo i bagordi notturni, questa war comedy nata dall'intuizione di un agente della Fey (il quale legge sul «New York Times» che Kim Barker, reporter del «Chicago Tribune» e autrice del libro The Taliban Shuffle da cui è tratto il film, definisce se stessa come «a sort of Tina Fey character») manca stranamente – per dirlo con M.A.S.H. – di risate e amputazioni, di una loro coalizione in un'immagine dissacratrice degli automatismi di un gruppo umano alimentato dalla percezione distorta del reale che ha trasfigurato Kabul nella «casa»; delle sue schermaglie per la sopravvivenza su una scena afgana che, dopo l'inizio del conflitto in Iraq, non fa più notizia. Quello che resta, ovvero i ranghi di una «american white lady story», si trascina fino a una scia moralistica (la presa di coscienza di Kim, in parte responsabile dell'incidente che ha causato la mutilazione di un marine) che stride con la versione più ostinata e imperturbabile di Kim, quella armata di telecamera e assetata di (immagini di) guerra accanto alla quale ci eravamo gettati nello scontro a fuoco e avevamo consumato, esaltati, l'abbattimento del nemico.