Documentario

WHERE TO INVADE NEXT

Titolo OriginaleWhere to Invade Next
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Durata120'
Interpreti
Sceneggiatura

TRAMA

Michael Moore invade alcuni Paesi per rubare le esperienze positive e migliorare gli Stati Uniti d’America.

RECENSIONI

Il cinema di Michael Moore nel 2016 è inerme. Dopo Capitalism: A Love Story il regista sembra consapevole, non è più tempo di documentare/tuonare contro le armi, né contro Bush, né contro la sanità malata. Per sfuggire a questa stasi egli innesca un movimento: si dirige fuori dagli USA, invade altri Stati, rimodula in commedia il reportage di viaggio, indaga sistemi diversi e ritaglia parziali per incollarli al suo Paese. Lo sguardo interno slitta all'esterno ma la sostanza non cambia, è un altro film sugli Stati Uniti, su ciò che manca. Dalla premessa fantapolitica (il Pentagono sospende le guerre e chiede a Moore di eseguire le invasioni), il documentarista osserva le realtà con studiata ingenuità e stupore: visita due coniugi italiani con 8 settimane di ferie pagate, la mensa irreprensibile di un asilo francese, i detenuti norvegesi liberi nel loro spazio, e così via.
Moore si rivolge all'Europa 'in positivo', come chiarisce en passant nel segmento italiano («Se mi si chiede perché non abbia sottolineato il tasso di disoccupazione in Italia, la mia risposta è che sono andato lì a raccogliere fiori, non erbacce», dal pressbook): non critica né stigmatizza ma invade a fin di bene, ed è una posizione legittima. Moore, uscendo dai confini, è volutamente fuori luogo, non è quindi un presunto problema di esattezza dello sguardo che lo porta al fallimento. La questione, piuttosto, è che Where to Invade Next non funziona in alcuna delle strade che percorre: è una commedia che non fa ridere, a meno di non considerare acuto lo 'sconcerto' di Moore dinanzi a modelli avanzati; è una provocazione che non scuote, limitandosi alla costruzione immediata di senso per elementare montaggio alternato, come la convivenza scandinava guardie/ladri accostata ai pestaggi nelle carceri americane. Il regista inoltre, dove c'è spazio, opera deviazioni improvvise dall'invasione per affermare verità scolpite nel marmo e - secondo il metodo Moore - trascinare chi guarda sulla sua posizione, incassare indignazione dovuta, riscuotere consenso obbligato: ecco dunque l'impennata di sentimento, con l'intervista al padre della vittima di Breivik, o il richiamo al diritto incontestabile con la parentesi sulle donne al potere (la più dissonante rispetto al resto, con la scena peggiore, la carrellata di volti che guardano in camera).
Se da sempre l'evidenza è cifra del cineasta, però, diverso spessore aveva la rimasticatura ironica dell'assurdità del contemporaneo: in Roger & Me (1989) l'inseguimento per vedere/parlare con l'ad di General Motors diventava gradualmente la distanza tra l'uomo e il Potere, il divario tra sottoposti e dominanti, il gradino doloroso tra noi e i capi che resta intatto. Qui e ora il viaggio di Moore non diventa nulla. Al fuori luogo, alla fine, si aggiunge il fuori tempo: il film si chiude davanti al Muro di Berlino crollato, fatto storico e simbolico del tardo Novecento, che vuole ipotizzare un nuovo umanesimo ma suona come resa, rivolgersi a ieri per l'impossibilità di guardare e capire l'oggi.