Biografico

W.

Titolo OriginaleW.
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Durata129'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

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Biografia possibile del peggior presidente americano della Storia: Geroge W. Bush

RECENSIONI

Che Oliver Stone non sia mai stato un campione di finezza lo abbiamo sempre saputo, che del suo tratto pesante e sbilanciato abbia fatto una cifra stilistica la sua filmografia ipertrofica lo testimonia ampiamente: W., ennesimo ritratto biografico tracciato del regista, confermandocelo in pieno, per quanto potenzialmente interessante, risulta però un film indeciso, da qualunque parte lo si voglia guardare. Parlando di un personaggio ancora vivente e, fino a pochissimo tempo fa, ahinoi, operante e attivo, riesce difficile guardare questa pellicola per quello che è, senza giudicare la sostanza di ciò che racconta. Eppure sarebbe un errore (lo è sempre) criticare (e lo si è fatto) questo film per quello che non è: W., infatti, non è (né vuole essere) un atto di accusa al (dir poco) controverso presidente USA, né Stone sembra avere intenzione di dileggiare la sua figura, al di là di alcune coloriture che, peraltro, sono una caratteristica costante della sua opera. In questo senso abbiamo a che fare con una pellicola che ricalca le impronte di un altro ritratto presidenziale girato dall’americano, quel Nixon (dilagante-devastante, e a suo modo sperimentale, ricostruzione di una vita) che si proponeva, alla stregua del lavoro presente, come un tentativo di approfondimento, un’analisi della biografia (non solo politica) del personaggio, un’inchiesta portata avanti con distacco e rigore spassionato. Come allora anche oggi Stone fa prevalere, dunque, la volontà di indagare i fatti senza esporre alcuna tesi, proponendo in sostanza un interrogativo che si palesa in questi termini: com’è possibile che quest’uomo viziato e così palesemente mediocre, di intelligenza politica pari a zero, opportunista e frustrato, sia diventato Presidente degli USA?
Come in Nixon il personaggio viene inquadrato a partire dalle sue origini: Bush è dunque un ragazzo di buona famiglia che fa disastri al college, è un alcolizzato e uno scapestrato, dà grattacapi ai suoi genitori, viene raccomandato per entrare ad Harvard, vive all’ombra di un fratello che gli è chiaramente preferito. Peccato che in questo caso le vicende ricostruite (in un andirivieni temporale tipicamente stoneiano) non abbiano alcun tipo di mordente, né spessore, non rivelano nulla della personalità del soggetto in questione se non facendo emergere, in controluce, la sua endemica superficialità (vuol diventare un campione di baseball pur essendo una schiappa: le imbeccate che fa l’autore sono di questa fatta). Questa carenza di sostanza della rappresentazione (che non va confusa con quella del rappresentato) è la caratteristica principe dell’opera, che investe tutti i punti nodali, a partire da quello che vorrebbe essere il centro nevralgico della questione: il tormentato rapporto con un padre visto come modello, prima da raggiungere e poi da superare. In questo ambito la volontà chiara di Stone è di mettere in piedi una sorta di teatro tragico nel quale i personaggi si misurano shakespearianamente, ma che, a conti fatti, si rivela uno stinto drammetto che apre squarci freudiani di imbarazzante semplicismo (Bush figlio che, con la cattura di Saddam, vendica Bush padre; l'orrenda scena del sogno nella stanza ovale).
Per il resto il protagonista appare, senza essere ridicolizzato, come un personaggio ridicolo di suo, attraverso i suoi tic, le sue fisime, la fissa religiosa, con quelle forzature di tono cui accennavamo e che non convertono mai il film in un grottesco (anche se si vede Bush sul water; sputare, in una delle sequenze migliori del film, il fatale bretzel che lo stava strozzando; lamentarsi della qualità dei sandwich serviti alla Casa Bianca – piccoli dettagli che fanno colore e non dicono niente -), tenendoci l'autore a mantenere il timone sulla rotta dell'autenticità quantomeno presunta, ma senza nessun serio approfondimento, rimanendo fatalmente a mezza strada, limitandosi il regista a dipingere il ritratto frettoloso e confuso di un cafoncello incolto e materiale e non andando oltre una raffazzonata e tediosa rievocazione di situazioni e fatti, inanellando momenti e congiunture palesemente piegate alle esigenze della figura da restituire, figura che, però, permane monodimensionale e inconsistente, in nessun modo problematizzata, galleggiando caparbiamente la sua ricostruzione in una controllatissima (e presumiamo tattica) superficie.
Stone usa tutti gli artifici di cui lo conosciamo capace e che fanno il suo riconoscibile stile: primi piani deformanti, montaggio serratissimo, macchina da presa nervosa, scene intasate dai dialoghi, cast mimetico (le formazioni attoriali di cui si pregia sono da sempre uno dei suoi punti di forza: la Burstin è mamma Bush, Richard Dreyfuss è Cheney, Thandie Newton impersona la Rice; si rivede persino Stacy Keach...) ed è chiaramente lontano dal prendere posizione limitandosi a esporre dei fatti dai quali lo spettatore dovrà trarre le proprie conclusioni [1].
In questo senso la questione dell'invasione (ché tale è stata) dell’Iraq (la cui responsabilità si attribuisce ad informazioni errate di intelligence che insistevano sull'esistenza delle famigerate armi di distruzione di massa) è lo specchio e l'essenza significante del film: il Bush che Stone offre agli occhi dello spettatore è quello che da poche ore si è presentato agli occhi del mondo (“Ho sbagliato, l'Iraq è il più grande rammarico della mia presidenza” etc etc). Esattamente come il mondo che ascolta queste parole, il pubblico di W. è invitato a prendere posizione: è costui un patetico e abominevole commediante? E’ solo un sempliciotto ammanicato e furbetto che ha raggiunto incarichi di responsabilità non avendone per niente la stoffa? La risposta non è necessariamente unica, potendo accorpare entrambe le possibilità, ma rimane, in ogni caso, univocamente triste. 

[1] Anzi una presa di posizione c'è e appare alquanto discutibile: sparisce dall'orizzonte di questo biopic l'attentato alle Torri Gemelle (richiamato solo indirettamente); né si fa cenno alle vicende delle doppie elezioni di GWB (in particolare quelle contestatissime che lo videro prevalere su Gore). In compenso si vede la sconfitta elettorale del padre e l'elezione di Clinton...