Drammatico

VOLEVO SOLO DORMIRLE ADDOSSO

TRAMA

Il dottor Marco Pressi, giovane manager in un’azienda, è chiamato a tagliare 25 posti di lavoro su 90 dipendenti in un periodo di 3 mesi.

RECENSIONI

Questo esordio italiano, istintivamente accostato a MI PIACE LAVORARE della Comencini, si svincola in realtà dallo specifico del mobbing suggerendo una visuale lineare ed agghiacciante: oggi l’uomo è approdato alla completa identificazione con il suo stesso lavoro –sei ciò che fai- generando non più il classico appiattimento sul ciclo della routine, ma una vera e propria confusione della personalità. Il protagonista del film rivolge la sua frase-simbolo (Ti stimo molto) ai propri colleghi ma anche alla madre e alla fidanzata, e non lo fa (solo) per una deriva personale: è caratteristica l’assenza d’ogni possibilità di scelta, stante l’innesto filmico essenziale del cinico collega in crisi di vendite (Lei ha tempo per giocare a tennis e rompersi la mano) che sottilmente suggerisce la negazione dell’essere umano (dunque: l’essere disumano). Da qui il titolo del film: nel privato di Pressi amare e scopare coincidono, dove l’avverbio “solo” non è affatto dichiarazione di umiltà (ho bisogno solo di quello) ma una nitida limitazione della prospettiva (non sono capace di altro), che non nasce per (evidente) imposizione ma da un’evoluzione naturale dell’homo laborans. Come in TEMPI MODERNI il proletario, tanto avvezzo alla produzione seriale, manteneva il gesto dell’ingranaggio anche oltre le mura della fabbrica così si può inquadrare Marco Pressi: una missione da killer aziendale l’ha condotto alla totale spersonalizzazione, impossibile da relegare tra quattro mura lavorative e quindi trasportata in quelle domestiche, nell’i(n)terazione con la donna e conseguente scappatella. La sua mente è un’intelligenza artificiale infetta da plusvalore meccanico: si muove roboticamente, senza nulla che lo scuota, non la lingua di una prostituta stampata sul finestrino dell’auto (una sequenza torva ed allucinata che adeguatamente rompe l’indugio del reale), figurarsi la fidanzata (non) ufficiale. Nel finale, che sembra virare finalmente sul dato umano (un ufficio addobbato per Natale, una telefonata non più rimandata), qualcuno ha visto uno scioglimento ottimista che mi pare solo apparente: la voce off racconta di un movimento circolare del tempo, un ufficio dopo l’altro (dopo l’altro, dopo l’altro...), la convenzione vince la convinzione, l’involucro uomo continua ad essere encefalogramma piatto perennemente inquadrato di spalle. Domani è lo stesso giorno.
Se le RISORSE UMANE sono lontane, se alcuni spaccati del privato corteggiano lo stereotipo, se gli incontri di Pressi con i dipendenti rischiano (/raschiano) la galleria dei caratteri, se il cast allunga una parvenza televisiva tuttavia Cappuccio, costringendo all’angolo pomposità e retorica (da sempre sorelle della malafede), tenta di indorare la pillola con silente ironia (il cameo di Freccero) e, celandosi tra estemporanee variazioni di registro (dal dramma al melò), invero raccoglie energie per sferrare il colpo letale sotto la cintura. Un’interessante sottigliezza che ci lascia doloranti.