Avventura

VITA DI PI

Titolo OriginaleLife of Pi
NazioneCina/ U.S.A.
Anno Produzione2012
Genere
Durata127'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Yann Martel
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Una zebra malmessa, un orango, una iena affamata, una tigre del Bengala chiamata Richard Parker e un adolescente di nome Pi(scine). Il gruppo male assemblato si ritrova a condividere l’angusto spazio di una scialuppa di salvataggio dopo che la nave che li trasportava, insieme allo zoo del padre di Pi, è affondata nell’oceano. Per Pi la lotta per la sopravvivenza non sarà facile.

RECENSIONI

È il 2007 quando esce per Piemme l'edizione economica del best-seller di Yann Martel. La quarta di copertina recita: "La 20th Century Fox ha acquistato i diritti cinematografici del romanzo per trarne un film che è già in lavorazione, con la regia di Jean-Pierre Jeunet". In realtà Jeunet era già la terza opzione dopo un interessamento di M. Night Shyamalan, poi sfumato, e l'abbandono di Alfonso Cuaròn. Ma anche Jeunet rinuncia al progetto che resta vacante fino all’arrivo di Ang Lee. Il regista taiwanese lo trova abbastanza ambizioso per le sue corde di sperimentatore instancabile, poco incline alle etichette. Il resto è ormai impresso su pellicola.

Le maggiori difficoltà, nel trasporre il romanzo, sono nel dialogo interiore su cui si basa buona parte della narrazione, incentrata sul rapporto tra un ragazzo sedicenne e una tigre, entrambi alla deriva su una scialuppa di salvataggio, al largo dell’oceano Pacifico, dopo il naufragio della nave che li trasportava dall’India al Canada. Per ovviare all’empasse Ang Lee mantiene inalterata la struttura del libro, suddiviso in tre atti, dando risalto sia alla fase preparatoria che all’epilogo rivelatore, e nella corposa parte centrale si prende il tempo necessario per far crescere la sventura del protagonista insieme alla sua ricerca di un equilibrio salvifico.

Rispetto al romanzo Lee stempera la crudezza di molte situazioni, aggiunge qualche dettaglio (la superflua liason del ragazzo prima della partenza), elimina quasi del tutto l’ironia e accentua la spiritualità, suggerendo una complementarità tra uomo e bestia a cui sulla carta si giunge con maggiore progressione. Ecco quindi la tigre abbandonare la barca e tuffarsi in acqua per poi essere (insensatamente) salvata dal ragazzo, episodio presente nel libro con una scansione diversa. Nel testo, infatti, la tigre viene avvistata in acqua dal protagonista durante il naufragio e il suo primo istinto è quello di aiutarla, in quanto unico collegamento con il passato nello zoo di famiglia, salvo poi cambiare idea all'ultimo quando ormai il possente animale è già salito sulla scialuppa. Lo scopo di Lee è evidente: definire fin da subito la forza di un legame indissolubile.

La scelta è forse funzionale ai tempi del cinema, in cui la comunicazione passa attraverso pochi rapidi dettagli, ma la conseguenza è di ridurre la tensione del rapporto tra i due protagonisti che il romanzo mantiene per buona parte a una maggiore distanza. Curioso, poi, l’effetto paradosso della conclusione che non lascia molto spazio alla fantasia, àncora di salvezza per sopravvivere al dolore e a ricordi brucianti per Pi, ma di fatto poco necessaria allo spettatore per comprendere l’effettivo svolgimento dei fatti. In questo senso il romanzo insinua un dubbio che il film si preoccupa di chiarire, ponendo l’accento su un percorso di redenzione individuale di cui la fede è più che altro un accessorio. La sceneggiatura opta quindi per una circolarità priva di mistero e sfuma le implicazioni filosofiche a favore della comprensione, da una parte donando compattezza, dall’altra perdendo in profondità.

Dal punto di vista visivo Ang Lee sceglie un approccio fiabesco che trova nel 3D un alleato in grado di esaltare l’impatto spettacolare. Il risultato convince solo in parte perché abbandona qualunque pretesa di realismo a favore di un bello palesemente contraffatto in post-produzione che ambisce alla magia ma inciampa nella fuffa informatica. La stessa tigre del Bengala tradisce in più occasioni la sua natura di sintesi (è il frutto dell’unione di quattro tigri vere con altre in computer grafica) moderando così l’efficacia della propria potenza e ferocia. Al di là di alcune scelte discutibili, delle furbizie già presenti nella fonte letteraria (il sincretismo religioso del protagonista, funzionale al racconto ma anche in grado di accontentare qualsiasi tipo di pubblico, il finale ad effetto che potrebbe celare un’incapacità di concludere) e della sensazione di cartolina dai tropici ritoccata in Photoshop, Ang Lee conferma la sua inafferrabilità adattando ancora una volta il suo stile all’ennesima, non per questo trascurabile, ricerca di identità. Avventura, misticismo, sense of wonder, esotismo e introspezione si inseguono in cerca di un centro che fatica però a trasmettere l’ampio respiro del romanzo, dove il divino, il naturale e l’umano diventano inscindibili, sfaccettature di una visione poliedrica immune da qualunque forma di giudizio.