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VIDEO DELL’ANNO 2018: LA TOP 20

 

#20

T69 Collapse (Aphex Twin)
diretto da Weirdcore

Parte come un desktop-clip, con le scritte che scorrono in sincrono con la musica e poi lascia defluire un fiume di immagini scannerizzate in 3D di luoghi ed edifici della Cornovaglia, a creare un itinerario simulato sempre più complesso. I labirinti escheriani dalle prospettive ingannevoli nei quali l’art designer Weirdcore ci conduce giungono a impossibili crocicchi (lo stesso volto di Aphex Twin prende forma) grazie al ricorso allo Style Transfer. Aphex, sempre alle prese con il tormentato dopo-Cunningham, abbraccia da qualche tempo il linguaggio cinetico-figurativo di Weirdcore anche per i visual dei concerti e per l’artwork, secondo un’intransigente logica optical che non mira mai al cuore, ma soltanto all’occhio. E che vuole stimolare lo spettatore, non abbandonarlo alla sola contemplazione.


#19

Pussy Money Weed (Tommy Cash)
diretto da Tommy Cash

Il percorso di Tommy Cash è oramai riconoscibile, lo segnalo praticamente ogni anno, ma la sua ricerca – una forma stilizzata (il set design è sempre curatissimo) al servizio di una provocazione tematica – continua a imboccare direzioni imprevedibili. Stavolta è quello dell’handicap il nuovo orizzonte politicamente scorretto a essere sondato e sperimentato sul terreno della coreografia e di alcuni stilemi di rappresentazione molto frequentati dalla videomusica (a cominciare dall’onnipresente format di questi ultimi anni, il portrait video).
In un ambito come quello videomusicale in cui l’omologazione e l’estenuazione delle forme è all’ordine del giorno, la sua proposta personale, ossessiva, stilisticamente inconfondibile è una boccata d’aria fresca. Al momento ancora di nicchia, i suoi lavori sono destinati a essere saccheggiati in futuro.


#18

Biscuit Town (King Krule)
diretto da cc Wade

King Krule conferma la bontà di un percorso videografico estremamente attento sia alla scelta del taglio da conferire ai clip (coerente con l’ombrosità noir del personaggio) sia agli autori a cui affidarsi. In questo caso il duo cc Wade già testato in Rock Bottom. Ancora una volta una storia torbida che si consuma in un’atmosfera vagamente onirica, in cui realtà, sogno, allucinazione si sovrappongono, mentre la scenografia della città si spegne col protagonista.

#17

Babe (Sugarland feat. Taylor Swift)
diretto da Anthony Mandler

Marito, moglie e amante. Negli anni 50, come fossimo in Mad Men. Solita concentrazione di frustrazioni, illusioni, falsità in una partita risaputa del gioco dei ruoli in cui non vince nessuno, a parte la dignità. Messa in scena sontuosa, massima resa attoriale, perfetto mélange delle performance con la narrazione. Mandler è il maestro che conosciamo (una risorsa che in tempi magri mostra tutto il suo valore), non ha mai sbagliato un video (persino quando si deve confrontare con la retorica pelosa) e lo ameremo sempre.

#16

My Life (ZHU, Tame Impala)
diretto da American Millennial, Elliott Sellers

A ritroso, dal luogo di un incidente stradale in cui l’unica superstite è la protagonista Willow Smith, la storia di quattro giovani che si muovono tra feste e skateboard. Willow sta con uno di loro, gli altri due scopriranno di piacersi e si riveleranno (anche a se stessi) pochi momenti prima dell’impatto. Elliott Sellers (qui in combutta con American Millenial – ovvero Ben Tan e David Altobelli -)  conferma il suo speciale talento nel costruire racconti di grande intensità drammatica.
Tra i migliori narrativi del 2018.

#15

If The Car Beside You Moves Ahead (James Blake)
diretto da Alexander Brown

Brown, come suo solito, fa leva sull’impianto figurativo, facendo di una corsa in automobile una fascinosa sarabanda visiva. I riflessi distorti delle luci della strada che screziano la carrozzeria dell’auto, le gocce d’acqua che rigano il vetro di una portiera, le strisce dei neon di una galleria, il paesaggio stradale in time lapse creano una composizione di segni multicolori che si astraggono dalla realtà fenomenica per diluirsi e convertirsi, ritmicamente, in pura forma. Così lo schermo si fa spazio pittorico in cui la musica trova una naturale, ipnotica traduzione visiva.


#14

In My View (Young Fathers)
diretto da Jack Whiteley

Riflessione sulla cripticità del videoclip, delle immagini che propone, delle storie che sottende, attraverso un fuoco di fila di miniature di significato insondabile che sollecitano l’interpretazione dello spettatore. E vertigine metadiscorsiva finale con la proposizione del making of e delle strategie comunicative sottese a ogni sipario.

#13

Sky Full of Song (Florence + The Machine)
diretto da AG Rojas

Rojas continua, con una chiarezza di intenti e un’evoluzione tematica e stilistica evidenti, un percorso che, partito dal docufiction, è pervenuto a sperimentare su un piano di personale, originalissima  stilizzazione del reale. In Sky Full of Song Florence Welch canta distesa a terra, mentre una serie di piani fissi evoca, attraverso elementi semplicissimi (una candela, un germoglio) l’effimero quanto prezioso respiro della vita. La ricerca estetica del regista usa lo stereotipo, ma solo per ricollocarlo, in equilibrio pittorico, in uno spazio di rappresentazione in cui documentazione e celebrazione trovino la loro icastica sintesi.

#12

Supernova (Ansel Elgort)
diretto da Colin Tilley

Che Colin Tilley sia un maestro di stile non ce ne si accorge certo oggi, i suoi video sono costantemente presenti in queste classifiche di fine d’anno. E l’ho segnalato più volte come uno dei registi chiave degli anni 10. In questo caso si supera con un pianosequenza tutto giocato a livello luministico e facendo di questo dato un elemento narrativo. Se quello che sta vivendo Ansel Elgort (sì, l’attore) è un incubo che lo fa vagabondare da un punto all’altro di un mondo oscuro, in cui ogni elemento è illuminato a dettaglio, il finale lo svelerà come una dimensione a se stante, isolata in un capannone, mentre il mondo esterno è fatto di un’accecante luce bianca. Non solo un virtuosismo, perché l’acrobazia tecnica non è fine a se stessa, ma parte sostanziale dell’idea narrativa.
Quest’anno (al solito prolificissimo) da citare almeno la potente allucinazione fatta tragedia di Jay Rock (The Bloodiest), il routinario Kream per Iggy Azalea (neon + money + twerking), il fresco disimpegno di The Way I Am (Charlie Puth), il dramma relazionale di Without Me di Halsey e l’immancabile nickiminajata.

#11

Over and Over and Over (Jack White)
diretto da Us

Gli Us (e le loro seduttive spirali ottiche) al meglio. La ripetitività della canzone trova un riscontro naturale in una successione di sequenze che non solo ripropongono lo stesso ambiente, ma che lo scandagliano con un identico movimento di macchina (magie del Motion Control). Ecco un loop legato a una soluzione tecnica che non si risolve in un mero esercizio, ma che, basandosi sulle variazioni (di colore, arredo, situazione, personaggi – set design superlativo -) parte da una base realistica per pervenire alla sua astrazione, sull’onda dell’esaltante esibizione: si sventagliano così dimensioni parallele, ipotesi temporali alternative, percorsi onirici, laddove, fin dall’inizio, quella vernice blu che inonda le scale lascia intuire gli slittamenti di livello che si succederanno di lì a poco. E quell’evitare il rosso e il nero, legati indissolubilmente al passato (The White Stripes), apre il campo anche a possibili interpretazioni autobiografiche.
Chapeau.
Del duo anche la regia del coreografico Movement (Hozier), nuovo festival del Motion Control.

#10

Apeshit (The Carters)
diretto da Ricky Saiz
vedi qui


#9

Heavy Metal (Justice)
diretto da Filip Nilsson

Nilsson si innamora delle evoluzioni della banda Spartan Legion, della Norfolk State University,  e decide di farne videomusica.
Docu-clip gavrasiano, ennesimo esempio di quanto è stata assorbita la lezione del regista francese nel promo del nuovo millennio: prendi un contesto preciso, aggiungici coloro che lo abitano, illustra innaturalmente il modo in cui vi agiscono, e porta il tutto in un videoclip che, senza snaturare gli ingredienti ambientali di partenza, ne esalti il lato visivo. Qui poi la banda suona il brano dei Justice e lo coreografa ad hoc: l’adesione dell’immagine al suono diventa irresistibile.

#8

This Is America (Childish Gambino)
diretto da Hiro Murai

Inutile girarci attorno, se c’è un video che rimarrà di questo 2018 è questo, non perché sia il migliore, ma perché, come sempre accade con i pezzi di cultura pop che lasciano un segno, è quello che ha saputo intercettare il momento, sublimarlo in immagini significative e in un costrutto che, come sempre accade per i clip che colonizzano l’immaginario, spinge lo spettatore alla revisione, alla ricerca del significato ulteriore, all’interpretazione anche esasperata e alla conseguente condivisione e mitizzazione istantanea.
This Is America ripropone (senza innovarla, ma confermandone tutte le coordinate poetiche) la collaborazione tra Murai e Glover/Gambino che, nata nella videomusica, ha sconfinato nella serie Atlanta. E coniuga con efficacia alcune costanti del regista: la danza come significato in movimento e la concentrazione dell’azione in uno spazio circoscritto e anonimo (si confronti col video-loop Dis Generation per A Tribe Called Quest). La rappresentazione (gli Stati Uniti di oggi nel loro controverso rapporto con la comunità nera) è punteggiata da sipari simbolici che si intersecano. Sulla messe di riferimenti, allusioni e significati (più o meno nascosti) che ciascun quadro serba esiste una letteratura in rete, non c’è che da googlare.


#7

hostage (Billie Eilish)
diretto da Henry Schofield

Il promo musicale per Henry Schofield è un campo di sperimentazione tecnica: i suoi sono quasi sempre tricky video, che, partendo dai maestri degli anni 90, hanno evidenziato un approccio stilistico originale, legato a una poetica ricorsiva: il disorientamento dell’individuo, le sue crisi personali e relazionali, sono resi metaforicamente attraverso sdoppiamenti, viaggi in dimensioni parallele, sovvertimento delle leggi fisiche. Quest’anno ha furoreggiato con IDGAF di Dua Lipa, ma hostage è il suo video migliore di sempre perché finalmente porta le sue intuizioni a un livello di compiutezza, a lui finora sconosciuto, che va oltre il razionale calcolo degli ingredienti. Qui ogni elemento (l’uso del movimento, del colore, dell’effetto speciale, del décor) è al completo servizio del topic e il complesso scenico, anche grazie alle interpretazioni, dimostra un’intensità di marca superiore. Dire soltanto che è il miglior coreografico dell’anno è sminuirlo.

#6

Say Something (Justin Timberlake feat. Chris Stapleton)
diretto da Arturo Perez Jr.

Video performance del 2018: pianosequenza funambolico di Arturo Perez Jr. al pieno servizio del brano. L’occhio di Perez celebra l’esibizione di JT e Stapleton per come è contestualizzata all’interno del dedalo ottocentesco di scale esterne e ascensori a vista (siamo nel Bradbury Building di Los Angeles) e ne asseconda mirabilmente il crescendo. Il massimo budget utilizzato per una produzione La Blogotèque. Risultato impressionante.
Blogo anche in Italia per Hola, diretto da Giorgio Testi, video torinese di Marco Mengoni girato a Palazzo Madama (i paralleli fatti con Apeshit, dunque, c’entrano come i cavoli a merenda).

#5

Call Out My Name (The Weeknd)
diretto da Grant Singer

Grant Singer e The Weeknd continuano a narrare, scopertamente o velatamente, un’unica saga, quella del percorso tormentato della star, tra tentazioni divistico-diaboliche e crisi esistenziali e sentimentali. Anche in questo caso l’esibizione porta l’artista a confrontarsi con i propri demoni attraverso uno sdoppiamento visionario, una sorta di proiezione dell’angoscia (l’urlo con il vomito di pipistrelli è lacerante: effetti speciali di serie A firmati The Mill) sullo schermo metaforico del cinema interiore (platealmente: la sequenza in bianco e nero davanti allo schermo che rassembra la successione di fotogrammi di un protofilm). E usando il genere (gotico, drammatico, fantascientifico) per dire del sempiterno tema dell’amore che finisce (il paesaggio desertificato, il ricordo degli esseri che lo hanno popolato, i falò morenti, fino allo spettro della donna perduta – Selena Gomez? – che più avanti si riaffaccia dal balcone di un caseggiato in un’apparizione esplicitamente orrorifico-fantasmatica).
The Weeknd è dotato di una video-presenza di intensità rara, ma Singer è il “suo” regista perché riesce, come nessun altro, a creare un mondo credibile nel quale farla abitare.
Singer da applauso anche nello scoperto battuage di My My My! di Troye Sivan, performativo eccelso che si conficca sul podio dei migliori dell’anno.

#4

Reset (Gesaffelstein)
diretto da Manu Cossu

Primo vero video a nome proprio per Cossu, dopo il divorzio da Fleur Fortuné (Fleur & Manu, uno delle sigle-chiave della videomusica dell’ultimo decennio) e rivendicazione di una marca riconoscibile e di uno stile visivo di grande impatto (l’uso del ralenti che esalta le figure in campo e le epicizza). Un promo problematico perché riproduce una precisa retorica rappresentativa, quella autoreferenziale e autocelebrativa dell’hip hop, per farne piazza pulita. L’avvento del simulacro di Gesaffelstein starebbe a indicare proprio questo: il distaccarsi da un certo modo di interpretare egoticamente la scena musicale e il fare contraria storia a sé, lo scarnificare la propria immagine perché la musica che si produce non venga identificata con essa. E questo messaggio (reset, un titolo che non lascia scampo) viene servito a puntino da Cossu con una messa in scena superba, di decadenza definitiva in cui si consuma l’apocalisse di una modalità propositiva, modalità che viene decostruita e tacitamente messa da parte assieme ai pezzi di una storia musicale riconoscibile. Un video rap in cui non si rappa, perché lucidamente volto a riprodurre i codici riconoscibili di un genere (la frontalità, gli sguardi in camera, il twerking) solo per frantumarli (il loop rirpropone le microsequenze con dettagli via via diversi), ridurli a flebili echi di una teatralità di strada che si vuole svuotare di senso. Un clip che pone anche degli interrogativi, stante la sua ambiguità: delle persone bianche (l’artista, il regista), sembrano salire su un pulpito e giudicare sommariamente una cultura musicale che, nata dal basso, è riuscita a imporsi fino a dominare il panorama attuale. Una provocazione calcolata? Che lo sia o meno quello che conta sono queste immagini, la loro potenza.
Del regista, per il 2018, aggiungo questo e (soprattutto) questo.

#3

Hard Rain (Lykke Li)
diretto da Anton Tammi

La fine di una storia d’amore raccontata in flashback, per frammenti ripresi da prospettive sghembe, imprevedibili, insistendo su alcune immagini metaforiche che stilizzano l’ambiguità (lui, dietro il vetro smerigliato, infine sparisce). In un’estasi stuporosa si ammicca a un erotismo dissolto, fattosi sogno o ricordo, tra specchi d’acqua e incanti naturalistici.
C’è stile, c’è dramma. E un regista con le idee chiarissime che sa sempre cosa guardare.
Lykke Li è creative director.

#2

Ottolenghi (Loyle Carner Ft. Jordan Rakei)
diretto da Oscar Hudson

Se Hudson guarda alla tradizione già nel portentoso dittico Fear & Loathing/Britney (Col3trane) in cui il gioco delle prospettive serve sia la performance sia la narrazione visionario-allucinata (con una strizzata d’occhio all’ironia sbilenca di Keith Schofield), è la spirale concentrica e latamente onirica che asseconda il gioco di livelli di Ottolenghi, ludo-video di leggerezza e spiralità gondryane, a darci il capogiro. Hudson, ancora una volta, forza i limiti della tecnica utilizzata con trucchi visivi che sembrano realizzati in grafica digitale, ma (che ci si creda o no) sono tutti rigorosamente “in camera”. È un clip, che dietro la sua leggerezza, cela una complessità stupefacente a ogni livello: narrativo, concettuale, tecnico, realizzativo.
Altro exploit 2018 del regista è Holy Ghost in cui domina il punto di vista di una videocamera termica, uno strumento di sorveglianza utilizzato a scopi militari (individua infallibilmente la presenza umana nel paesaggio), rappresentando, con brutale semplicità, il confronto tra uno sguardo dominante e un soggetto dominato. Ancora una volta la sostanza di ciò che viene rappresentato non è scindibile dalla tecnica prescelta per rappresentarla e soprattutto dal rifiuto di una postproduzione elaborata che, per pure ragioni estetiche, snaturi l’approccio teorico di partenza.

#1


A$AP Forever
(A$AP Rocky feat. Moby)
diretto da Dexter Navy
vedi qui

Vedi anche:

Video dell’anno 2018: tutte le categorie

Video dell’anno 2018: il numero uno, l’artista, il regista