Commedia, Musical

VICTOR VICTORIA

Titolo OriginaleVictor/Victoria
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1982
Durata135'

TRAMA

Victoria Grant, cantante d’operetta ridotta alla fame, decide di rilanciarsi come… uomo: d’ora in poi, sarà per tutti Victor Grazinsky, conte polacco e omosessuale dichiarato.

RECENSIONI

A Blake Edwards è sempre piaciuto prendere in giro il suo pubblico, depistarlo, circuirlo con soave crudeltà, e, alla fine, portarlo ad ammettere la totale, tartufesca arbitrarietà del quotidiano: se "Hollywood Party" faceva letteralmente a pezzi il mondo del cinema e più in generale dell'arte contemporanea e la "Pantera Rosa" smontava il giallo canonico, "Victor Victoria" si spinge, con tono volutamente fatuo e démodé, su un terreno ancora più difficile, quello della sessualità negata, occultata, tradita in nome della società. Per sopravvivere, ma più ancora per essere una "vera" donna, artista di grido e oggetto del desiderio maschile, la protagonista è costretta a rinnegare se stessa, a mascherare il proprio corpo ("se mi comprimo i seni per i prossimi vent'anni finiranno per sembrare due portamonete sgonfi!") e la propria voce (deve cantare una terza sotto, affinché la voce risulti quasi maschile), a diventare un ibrido che non è quello che sembra e non può diventare quello che desidera. Si tratta di una prostituzione pubblica, in cui la donna (l'attrice) si dona al pubblico dando corpo alle fantasie "proibite" della massa (che disprezza, ma accorre numerosa) e annullandosi, perdendosi nel proprio personaggio: se all'inizio della vicenda Victoria, dopo una fallimentare audizione, arriva ad offrire il proprio corpo al ripugnante padrone di casa in cambio di... una polpetta, nel corso del film aumenteranno sia la posta in gioco (la ricchezza, la fama, l'amore) sia la quantità del "sé" che viene mercificata, al punto che persino i vestiti indossati lontano dalle quinte divengono oggetto di marketing ( - "Non posso portare sempre la sciarpa!" - "E perché no? Puoi lanciare la moda!").
Il regista scherza con amabile implacabilità sul destino delle persone che fanno dello spettacolo la propria vita, ed esaspera il conflitto tra interprete e personaggio spingendolo all'estremo: per Victoria, immersa in una rete di simulazione che supera l'usuale confine della sala teatrale (o del set), non esistono più luoghi in cui ritrovare la dimensione del suo essere donna (è costretta a dividere un letto matrimoniale con l'amico - manager - finto amante Toddy, e l'imbranatissima spia assoldata dal "nemico" la segue fino nella stanza da bagno, proprio per verificarne il sesso).
L'immagine come specchio non dell'anima, ma della morbosa curiosità del pubblico (che non sembra dubitare un momento di quello che vede): Edwards insinua velenosamente che il successo di Victor sia indipendente dalla bravura di Victoria, e, del resto, fin dal titolo del film la parte "maschile", assolutamente fasulla, precede e quasi soffoca quella femminile. L'angoscia della protagonista trova il suo doppio in quella dell'attendente del gangster americano: lo scagnozzo del boss simil - mafioso è gay, ma non può farlo capire, a causa della sua professione, ed è costretto, come egli stesso ammette, ad enfatizzare gli atteggiamenti "virili" (o presunti tali) per comunicare agli altri un'impressione adeguata al ruolo che deve sostenere in società. Ma se le restrizioni imposte dalla società civile mortificano implacabilmente la realizzazione dei singoli, il gioco capriccioso e simmetrico del caso fa giustizia di molti manicheismi e svela numerose ipocrisie: il gangster, immagina antonomastica della sicurezza (fisica e intellettuale) maschile, viene mostrato in tutte le sue debolezze, dall'impotenza depressiva alle meschine vigliaccherie (rispedisce in fretta la sua "bambola" oltreoceano dopo la défaillance fra le lenzuola, s'improvvisa voyeur per spiare il sedicente conte da cui, suo malgrado, si sente attratto). E sarà proprio questo "uomo d'affari" (come ama definirsi) americano a mettere in discussione la propria concezione del mondo, quando dichiarerà a Victoria di non curarsi del fatto che lei sia... un uomo. - "Ma io non sono un uomo", è la risposta. - "Non m'importa lo stesso". Alla fine, spinta dall'amore o più semplicemente dalla stanchezza, Victoria sceglierà la vita, rinunciando ad un palcoscenico sul quale andrà in scena la massima parodia possibile: un uomo che finge di essere una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna... e il pubblico, estasiato, applaudirà!
Sebbene la struttura sia quella di una commedia musicale e i dialoghi (dello stesso regista) contengano autentiche perle, Edwards modella la sua opera come se fosse un film muto, nelle trovate ricorrenti (il bicchiere infranto, il cameriere impiccione), nelle inquadrature (geniale il campo lungo all'esterno del ristorante, quasi un ricordo del "Club dei 39" di Hitchcock) e nel ritmo, davvero travolgente. La centralità dell'immagine (nodo problematico del racconto) è ribadita dalla cura ossessiva e commovente con cui è ricostruita in studio una Parigi fantastica e inverosimile, nella quale la commedia sofisticata e lo slapstick s'incontrano e si legano indissolubilmente, tanto che nella scena finale non riusciamo più a considerare separatamente l'aerea raffinatezza della musica di Mancini e le irresistibili buffonerie che si susseguono davanti ai nostri occhi. Julie Andrews è affascinante, sommamente ambigua e infinitamente deliziosa, e James Garner ha sufficiente autoironia per reggere una parte davvero ingrata. Lesley Ann Warren non fa la pupa del gangster, è La Pupa per eccellenza, scesa dall'Olimpo a ricordarci quanto si può essere stupidi, ignoranti e superficiali (se ci si mette d'impegno): dopo la sua Norma, solo la Olive di Jennifer Tilly in "Pallottole su Broadway" può vantarsi di avere raggiunto un simile livello di demenziale perfezione. Robert Preston caratterizza con grande abilità un personaggio ad elevato rischio di macchietta: non gay da farsa, ma manager consapevole, tenero e implacabile. Come Edwards.