Coming of age, Drammatico

UN’ESTATE CON SOFIA

Titolo OriginaleUne fille facile
Anno Produzione2019
Durata92'

TRAMA

Un giorno d’estate Sofia raggiunge a Cannes la cugina Naïma da Parigi per passare le vacanze insieme a lei. La giovane resta affascinata dallo stile di vita disinibito di Sofia: libero, lussuoso e dove tutto sembra possibile…

RECENSIONI

Pinocchio à la p(l)age

Un'estate con Sofia è per tema, trama, location un'estate affollata di rimandi e riferimenti, più o meno espliciti, più o meno consapevoli, di solito ingombranti. Sofia si presente a mezzobusto e seno nudo contro il mare, emerge dalle acque, ma più che Venere è letteralmente Monica, la protagonista di un'estate in altri tempi e luoghi sognata da Ingmar Bergman. In realtà, oltre la citazione iconografica, non resta molto: quanto Monica era una nature's daughter che anelava la fuga dal disagio nella civiltà, tanto Sofia è un prodotto interamente culturale, i cui slanci aderiscono pedissequamente al manuale dalla società dei consumi e delle celebrity. Lo fa con un piglio francese, batailliano, tendente allo sperpero piuttosto che al calcolo e all'interesse ma per il resto è fin dall'aspetto un prodotto lineare dello showbusiness americano, una figlia delle Kardashian.
Sofia si mette in mostra non soltanto per l'imprinting televisivo ma perché, per tutta la durata del film, è oggetto di uno sguardo dedicato. Non lo sguardo intermittente e intercambiabile degli uomini da lei sedotti, bensì lo sguardo minuzioso e mimetico della sedicenne cugina Naïma con cui divide le vacanze a Cannes. Un'estate con Sofia pesca a piene mani più archetipi correlati: l'estate e la sua sterminata area simbolica; i sedici anni, la pubertà e la perdità dell'innocenza; il rapporto simbiotico e la rivalità mimetica; il romanzo di formazione.
Per una ricognizione completa delle estati campali vissute al cinema sulla costa francese probabilmente non basterebbe un'enciclopedia. Il giansenista Rohmer prediligeva le più fredde spiagge normanne e atlantiche - le sue storie di deriva esistenzial-sentimentale poste in un tempo estivo che parallelamente perde consistenza e si deforma hanno probabilmente suggerito qualcosa alla regista Rebecca Zlotowski - ma è lecito pensare non esista angolo della Costa Azzurra in particolare e in generale del Midi rimasto vergine allo sguardo di una macchina da presa. In tempi recenti il bellissimo Mektoub, My Love di Abdellatif Kechiche e Jeune & Jolie di François Ozon spartiscono con Un'estate con Sofia non soltanto lo scenario marittimo ma la sua integralità alla scoperta della sessualità, della vita, dell'età adulta tramite l'azione e la partecipazione (Ozon) oppure tramite l'osservazione e il voyeurismo (Kechiche). Del resto c'è luogo più intimamente liminare della spiaggia e perciò al contempo più cinematografico (Fellini, Varda, Truffaut, Rohmer, Kitano e ad libitum) e più adatto a rappresentare e accogliere l'esplosione dell'indeterminato e della fluidità adolescenziale, la permeabilità tra la sicurezza del litorale e le infinite possibilità marine? Esattamente di fronte a Cannes sta la Baia degli Angeli, luogo cinematografico plurimo. Per ora ci limitiamo a ricordarla come sede di uno dei film più miracolosamente aderenti allo spirito violento e romantico, erotico e lupesco dell'adolescenza,  Marie Baie des Anges del compianto Manuel Pradal, un film senza adulti.

L'adolescenza e l'estate, entità intercambiabili, non hanno soltanto un tempo - troppo breve - tutto loro bensì anche uno spazio. L'iniziazione di Naïma da parte di Sofia passa attraverso una serie di prove tra cui la sovversione del rapporto con lo spazio che il bambino vive in modo passivo, portato da altri oppure condannato a tragitti abitudinari tra luoghi sicuri. Le ricadute esistenziali sono ovvie. Come l'eroe della fiaba nel racconto di formazione, l'adolescente (qui Naïma) diventa un eroe picaresco che inzia a esplorare il mondo polimorfo. Prima in discoteca (ancora accompagnata dall'amico-ancora Dodo) poi, appoggiandosi alle entrature smaliziate della cugina, il bel mondo che vegeta tra gli yacht ancorati nel porto, i ristoranti di alto bordo e le ville del jet set internazionale tra Italia e Francia, un jet set apolide che si sposta rapido via mare. La perdita dell'innocenza è la perdita consapevole di un baricentro spaziale e esistenziale e passa attraverso la disparità delle esperienze: di luoghi, situazioni, classi sociali...
Ogni romanzo di formazione comincia con lo smarrimento dentro una selva, fisica o metaforica. E l'estate è sabbatica nel doppio senso della vacanza e del sabba. Se Sofia spesso si prende il ruolo del diavolo tentatore, Naïma si lascia trascinare nei baccanali del sesso, della ricchezza e del consumo. La scena primaria, visivamente marcata come discesa agli inferi, in cui Naïma a osserva la cugina fare sesso con il miliardario brasiliano trova una corrispondenza - ideale se non estetica - con altri superamenti di soglia: la boutique d'alto bordo, la villa mozzafiato sul promontorio ligure e così via. I passaggi di soglia sono passaggi di classe, compiuti in modo più o meno allegro e spensierato dalle due sodali di estrazione piccolo-piccolo borghese, se il proletariato ufficialmente non esiste quasi più dagli anni '60 e l'illusione di prossimità tra mondi separati da abissi di censo è data dalla condivisione dell'immaginario di riferimento. La regista vorrebbe caratterizzare in senso marxista l'interpretazione del film e così facendo se lo fa sfuggire di mano: nella scena della cena allegra nel ristorante stellato, l'insistere sulla disapprovazione dei camerieri al comportamento caricaturale dei ricchi debosciati lascia un effetto posticcio, esornativo come una morale appiccicata da un super io terrorizzato di apparire colluso con i padroni e/o non abbastanza solidali con gli oppressi. E quindi lascia il dubbio dell'insincerità e il fastidio dell'imposizione.

Rebecca Zlotowski ha coraggio nel tentare uno stile che sia al tempo stesso citazionistico e autonomo rispetto alla mole schiacciante di antecedenti nell'area geografica e tematica. L'operazione purtroppo non riesce pienamente. Il registro varia dallo studio di carattere (le due cugine-sorelle uguali e contrarie, il rapporto simbiotico e succube) che però si ferma a un certo punto e non supera una serie di stereotipi (ad esempio l'eventuale complessità psicologica di Sofia si limita a certi accenni vaghi e di maniera a drammi e sofferenze private; Naïma attraversa uno schema di tentazione e redenzione da manuale; i personaggi secondari sono bozzetti monodimensionali) e un impulso al verso libero, al poema visivo che invece trova alcune immagini molto felici (la già citata citazione di Monica e il desiderio, i lungomari notturni come strisce luminose liminari tra due oscurità, l'atmosfera oltremondana della villa, l'escissione chirurgica, senza soggezione, di punti disarticolati utili a una storia erratica dal corpo urbanistico sacro tutto-immaginario che è Cannes) ma non ha il coraggio di far saltare gli schemi della circolarità diegetica e dell'anelito alla coerenza ideologica. A differenza di Marie Baie des Anges che, essendo senza adulti, si liberava dello stato di minorità creativa e utilizzava il realismo e l'intreccio come possibilità da prendere e lasciare liberamente. A proposito di età di passaggio, vacanze al mare (atlantico, in quel caso) e rapporti mimetici declinati specificamente al femminile, À ma sœur! di Catherine Breillat (2001) aveva il coraggio della deflagrazione, di portare i discorsi alle loro estreme conseguenze violente e scioccanti.
Invece qui grava un'aria collodiana, un certo manicheismo, una certa legnosità Un'estate con Sofia si salva da risultare un remake dei suoi innumerevoli illustri antecedenti cadendo nella versione camuffata della fiaba di Pinocchio. Il burattino di legno che diventa ragazzo (Naïma), Lucignolo (Sofia), la città dei baloccchi (aka lo yacht), Mangiafuoco (il milionario), la fatina buona (l'amico Dodo): potremmo continuare, c'è una corrispondenza per tutto. Purtroppo c'è anche la scelta di chiudere il film con il moralismo tagliato con l'accetta (no pun intended) dell'autore toscano. Finita la festa, uscita dalla festa senza neppure un graffio, la protagonista ritorna all'ordine costituito per la sua classe d'origine. Sarebbe un finale dal retrogusto triste, così tanto rassicurante e così poco emancipatorio e radicale, tanto sul piano politico quanto su quello esistenziale, se non fosse tutto apparecchiato, con un make up pesante, da happy end. Gli abiti, le borsette, gli orologi superflui sono stati venduti - tutto tranne un oggetto che resta a modo di memorabilia e forse di memento: "non ricascarci" - e con i soldi ricavati si pagano gli studi, ci si rimette in riga nella società e coscienziosamente si può inseguire un sogno lecito (la carriera da attrice). È sicuramente tutto molto ragionevole e, in un'ottica riformista, di buon senso. È anche educativo. Tuttavia se il cinema è ribbon of dreams e non solo prosa l'immaginazione si rifugia in un sogno vecchio 55 anni, un capolavoro di Jacques Demy, La Baie des Anges, ambientato negli stessi luoghi. Jeanne Moreau e Claude Mann muovono belli come il sole e sconsiderati come esistenzialisti da un casinò al successivo, vincono e perdono fortune, passano da Grand Hotel a bettole, comprano e vendono automobili, si incontrano, si amano, si lasciano, si riprendono. Demy li pedina, li celebra come outcast, ne subisce il fascino fisico, carnale e non ha neppure una sola inquadratura giudicante. Erano tempi molto diversi, era una Costa Azzurra diversa. Ma l'aria di libertà era inebriante.