Commedia

UNE ROBE D’ÉTÉ

Titolo OriginaleUne robe d'été
NazioneFrancia
Anno Produzione1996
Genere
Durata15'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Due giovani amanti sono in vacanza al mare. Uno dei due, annoiato dalle moine dell’altro, va in spiaggia da solo e incontra una ragazza, con cui ha un’avventura che gli costa il furto di maglietta e pantaloncini lasciati incustoditi. Per tornare a casa, la ragazza gli presta il suo vestito.

RECENSIONI


Tous nos jeux étaient les mêmes
Au gendarme et au voleur
Tu me visais droit au cœur
Bang bang ! Tu me tuais
Bang bang ! Et je tombais
Bang bang ! Mais ce bruit-là
Bang bang ! Je ne l'oublierai pas

Quindici minuti di immagini limpide, trasparenti, assolutamente cristalline: l’apice del cinema di François Ozon, secondo chi scrive. Con quintessenziale purezza, in Une robe d’été il giovanissimo cineasta parigino rovescia la tormentata complessità de La Petite Mort in gioia spensierata e comunica apertamente i sentimenti dei personaggi, senza più remore o impedimenti di sorta. Usando le parole dello stesso Ozon, Une robe d’été è “un film gioioso e colorato sul periodo dell’estate, che mette in scena l’ambivalenza sessuale dell’adolescenza, senza colpevolezza”. Un corto liberatorio, dunque, che mostra con sorridente freschezza e stupefacente semplicità una sessualità rigogliosa, piena di vita e felicemente priva di complicazioni intellettuali. Ed è letteralmente stupefacente se si pensa che la lavorazione del corto è stata quasi proibitiva: “il tempo era esecrabile, uno degli attori era molto angosciato e aveva l’impressione di girare un film porno, ci sono stati problemi di produzione e delle preoccupazioni tecniche ci hanno costretto a rifare delle scene”, racconta candidamente Ozon smentendo del tutto l’affermazione di Rivette, secondo cui ogni film può essere visto come un documentario sulle riprese. Eppure dalle immagini di Une robe d’été questa difficoltà non traspare affatto: ogni inquadratura possiede una leggerezza tale da sembrare nata senza sforzo alcuno, ogni espressione degli attori trasmette una spontaneità tale da far pensare all’improvvisazione pura, ogni immagine sembra possedere il dono della bellezza naturale. I sentimenti dei personaggi promanano dai fotogrammi con energia incorrotta, immacolata. Fastidio, imbarazzo, desiderio, complicità, sorpresa, euforia, riconoscenza, affetto: tutti stati d’animo che passano direttamente dalla pellicola allo spettatore senza perdere un’oncia della loro ricchezza e  complessità, della loro verità emotiva. L’incontro con la ragazza sulla spiaggia ad esempio ha del miracoloso, si tratta di una vera e propria comparsa metonimica: prima i suoi piedi, poi l’ombra, infine la sua voce. Un’apparizione. Il dialogo che precede l’amplesso dura una manciata di secondi, ma la complicità che si stabilisce tra i due possiede una credibilità pari a quella che si costruirebbe faticosamente in un film di tre ore. Oppure si pensi alla sequenza d’apertura: un balletto di una sensualità scherzosa e sfacciata - a metà strada tra seduzione e provocazione - di uno dei due bellissimi ragazzi (Sébastien Charles) sulle struggenti note di Bang Bang interpretata da Sheila. Ozon gira questa bizzarra performance con uno stile visivo personalissimo: interpretando le convenzioni del découpage in modo assai singolare, imposta frontalmente la scena con un campo medio di matrice teatrale per poi isolare in primo piano il ragazzo che canta e guarda in macchina, interpellando direttamente lo spettatore. Si tratta di una prassi che il cineasta parigino riprenderà per filmare il balletto di Gocce d’acqua su pietre roventi e i numeri musicali di 8 femmes, ma che in questo caso possiede una vitalità assolutamente eccezionale. E se ogni sequenza meriterebbe un trattamento approfondito e uno sperticato panegirico, è umanamente impossibile non citare quella che con ogni probabilità è l’inquadratura più felice dell’intera filmografia ozoniana: dopo aver preso in prestito la robe (un vestitino celeste a fiori rossi) della ragazza (Lucia Sanchez) per non tornare a casa nudo, il ragazzo (Frédéric Mangenot) inforca la bicicletta, attraversa la strada e inizia a pedalare. Passa una macchina che suona il clacson un paio di volte come segnale di corteggiamento: è stato scambiato per una ragazza. Parte un camera car laterale di circa 20” in cui i sentimenti del ragazzo, inquadrato in piano medio, modulano rapidamente dallo stupore all’euforia passando per l’imbarazzo. La mdp con un leggerissmo movimento verso il basso inquadra le sue gambe sfiorate dal tessuto svolazzante del vestito: improvvisamente la gioiosa femminilità che lo ha sorpreso fuoriesce dal quadro e investe irresistibilmente lo spettatore. “È la prima volta che il risultato è tanto vicino alle mie intenzioni di narrazione e di sensazioni” (François Ozon). Fotografia prodigiosamente argentea di Yorick Le Saux.