Drammatico

UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONI

NazioneFrancia/U.S.A.
Anno Produzione2004
Durata134'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo di Sebastian Japrisot
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Mathilde ha perso in guerra il suo fidanzato, partito due anni prima per il fronte. Nonostante le notizie contrarie la ragazza è convinta che lui sia ancora vivo e fa di tutto per ritrovarlo.

RECENSIONI

All’epoca non capii l’astio diffuso nei confronti di AMELIE, un’opera che aveva l’unico difetto di essere furba quanto certi film hollywoodiani ma di fattura ben superiore e con un sostrato abbondantemente più colto. Il dopo AMELIE se da un lato è tematicamente meno azzardato (Jeunet si rifugia tra le pagine di un romanzo) è sicuramente più arrischiato negli sviluppi e nell’esito. Il drammone di fondo, come anche il contenuto - evidentemente pacifista -, sono infatti, più ancora che nel suo fortunato predecessore, un semplice pretesto, sufficiente all’autore per applicarvi il suo riconoscibile metodo: ecco allora che, sotto la lente deformante del regista, il film apre mille piste divagatorie, la storia centrale essendo il centro di diramazione di tanti rivoli narrativi – alcuni solo abbozzati, altri portati avanti e sviluppati in un ricorso continuo a flashback (e flashback di flashback) veri o solo presunti – con quel tono letterario che per la leggera demenzialità fa pensare a Queneau e per la metodicità maniacale a Perec. L’inizio del film è in tal senso quasi programmatico e imbastisce la storia dei cinque personaggi cardinali seguendone le vicende da molteplici prospettive, così come avverrà (il pensiero va naturalmente a Kurosawa) per la raffica dell’Albatros che falcia Manech-Fiordaliso, mentre il film scorre sul binario della memoria, di un tempo mitico e cartolinesco che si dipanano in ambienti da fiaba (la casa della protagonista) e in cui il confine cosciente con lo spot viene spesso e volentieri superato (gli arrivi del postino, le degustazioni delle leccornie preparate dalla padrona di casa, i tormentoni verbali). In tal senso la cura del décor, il perfezionismo che sovrintende a ciascuna sequenza, il non porre limiti ai registri (si passa dal filmato di repertorio all’onirismo reso – genialmente – nelle forme del film muto), il ricorso a un digitale umano e a una fotografia virata e satura, se da un lato possono apparire manie stucchevoli e, per l’appunto, smaccatamente pubblicitarie, rappresentano dall’altro la perfetta resa di una poetica visiva e di un immaginario ossessivo in cui dettaglio, espressionismo, vintage, modernariato e bric à brac la fanno da padroni.
La vicenda procede mentre si gioca col destino, un destino che la protagonista, folle d’amore (la stessa Amelie, nella sua fissa della felicità per tutti, non era anch’ella, a suo modo, una psicolabile?), cerca di afferrare per i capelli e piegare alla sua volontà (l’amato deve essere vivo: e Mathilde ci tiene a precisare che non si tratta di ostinazione ma di speranza –  la speranza è la forma normale di delirio, diceva Cioran -) e che, disseminando tracce ed indizi che verranno poi coerentemente recuperati e contestualizzati, tocca un catalogo (quasi luperiano) di personaggi, i più diversi (si confonde – nel comparsame – persino Jodie Foster).
Forse non c’è nulla di realmente nuovo in questo se non la perfetta messa a punto di quel metodo di cui sopra (e Pelleschi, argutamente, all’epoca di AMELIE si augurava che l’occhio capace del regista fosse ancora fatto prigioniero della megaproduzione castrante – come in ALIEN RESURRECTION -, rinvenendo in questa la disciplina di cui abbisognava per esprimersi al meglio), probabilmente la costruzione teorica alla base del lavoro è elemento appariscente (Greenaway docet) tanto da congelare il melodramma (ma, ne siamo certi, l’autore ne aveva ogni intenzione), forse due ore e passa di leziosità sotto controllo finiscono con l’essere troppo (ma sempre meglio di un qualsiasi, pallosissimo Gilliam, che, per più versi, possiamo avvicinare al francese), forse la Maniera Jeunet ha raggiunto il suo apice e da adesso rischia seriamente l’esercizio sterile ma, di fronte alla massa anonima di tanta celluloide, l’operazione UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONI, con tutti i suoi difetti, è da salutarsi comunque con favore.

Non è la nostalgia del passato a suggerire la superficie traslucida su cui scorrono i titoli di testa: più che il calco dei polpettoni d’amore e guerra di una (s)perduta età dell’oro, la nuova opera di Jeunet è un’esplosione in puro stile Amélie. Non è solamente la presenza di Audrey Tautou a permettere il paragone: UN LONG DIMANCHE DE fiançailles (il fidanzamento deve cedere il posto, nel titolo italiano, a generiche passioni) è un quasi-remake del film precedente, proponendosi come una ricerca che parte da una “scatola dei tesori” (contenente gli ultimi brandelli di vita di un gruppo di uomini consacrati alla morte), coinvolge/sconvolge eterogenee esistenze e approda a una stentata, eppure magnifica, gioia amorosa. Dopo un’introduzione convenientemente aggrondata (appesantita da qualche ammiccamento di troppo a ORIZZONTI DI GLORIA), il film sfoggia la propria sovrana esuberanza creando una lanterna magica ripiena di vispe macchiette e marine incantate, viaggiando attraverso il tempo e lo spazio con la morbida irruenza della voce over, facendo del rettangolo dello schermo espressivi brandelli fra il gotico e il liberty, ammucchiando e sfogliando immagini e suoni con una puntigliosità che scivola in una dolce pazzia (Bénédicte dixit). La sontuosità visiva, ricca di dettagli algidi e innaturali (le bizzarre protesi utilizzate dai personaggi nella loro personale caccia al tesoro), è innegabile, ma se alcune sequenze offrono perle d’eleganza (gli amanti riluttanti) e secca tensione (l’ospedale nell’hangar, con la catastrofe sottolineata da un peto meccanico), altre suonano lambiccate e grevi (la verdiana vendetta nei confronti dell’ufficiale inadempiente). L’ironia perde abbastanza spesso la strada di casa, la tenerezza non sempre sa colmare il vuoto. Non è, per Jeunet, un passo indietro, ma una parentesi godibile e tutto sommato piuttosto comoda. Ottima, comunque, la direzione del variopinto cast, in cui spicca una Foster di delicata disperazione.