Commedia, Thriller

UN PICCOLO FAVORE

Titolo OriginaleA Simple Favor
NazioneU.S.A., Canada
Anno Produzione2018
Genere
Durata117'
Sceneggiatura
Trattodal romanzo A Simple Favor di Darcey Bell
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Stephanie è una giovane mamma vlogger, vedova e sempre impegnata. La sua migliore amica è Emily, giovane e bellissima mamma super glamour che, dopo averle chiesto “un piccolo favore”, andare a prendere il figlio a scuola al suo posto, sparisce misteriosamente nel nulla.

RECENSIONI

Come Gone Girl di Gillian Flynn (che l’autrice Darcey Bell dimostra di conoscere bene) A Simple Favor è un romanzo che si basa su una struttura polifonica: i tre protagonisti - Stephanie, Emily e Sean - raccontano i fatti alternando i rispettivi punti di vista. Il personaggio di Stephanie, poi, si sdoppia in una versione pubblica e in una privata: nella prima - che si manifesta nei post del suo blog (nel film diventano dei video) - la donna è una super mamma che parla ad altre mamme; rispettabile, doviziosa di consigli, empatica, commossa allorquando la sua amica scompare, commenta in modo inappuntabile gli avvenimenti, applicando un’ipocrita netiquette che sa sempre come aggirare. La versione privata svela invece la vera Stephanie: piena di sensi di colpa, molto meno innocente e ingenua di quanto si sarebbe portati a credere. Anche per questo  spregiudicato (e all’occorrenza perverso e vantaggioso) uso della rete e dei social, associato alla misteriosa sparizione di una donna, moglie apparentemente felice, il pensiero va al romanzo Gone Girl e al film di Fincher. Ma i paralleli si esauriscono sul piano puramente tematico perché Feig, da subito, semplifica la storia, virandola sulla commedia nera. Così si gioca sulle personalità agli antipodi delle due protagoniste (donne diversamente corrotte dal dio denaro: perché alla spietata determinazione di Emily, fa riscontro la frustrazione di Stephanie che diventa ansia di sostituirsi all’invidiata amica) e il thriller rimane in controluce a favore di un registro isterico, esteriore ed effettato, da telefilm d’antan. E non è un caso che il regista (che la TV la conosce bene) al posto dei libri di Patricia Highsmith (e dei film che ne sono stati tratti: il romanzo vi rimanda esplicitamente) faccia citare a Stephanie un classico della sitcom a stelle e strisce, Vita da strega: il film si muove infatti nell’alveo del farsesco televisivo (antico e moderno), coi suoi personaggi ipercaratterizzati (Blake Lively, in quest’ottica, è una scelta di cast non certo casuale), le situazioni enfatizzate, i meccanismi a vista. Anche i poster del film, di grafica curatissima e assai fantasiosa, hanno rimandi precisi a quel mondo.

Fatta questa scelta di campo, il film la ossequia con vivacità per una buona metà, avanzando per contrasti e corteggiando tabù che contraddicono la laccata confezione (compreso quel bacio tra Emily e Stephanie che dà sostanza al sottotesto lesbico, mai esplicitato nella novella). E l’immagine di Anna Kendrick, attrice di ruoli sempre rassicuranti, viene profanata, rendendola una “scopafratelli” e la probabile causa di un omicidio-suicidio, laddove il piccolo Miles potrebbe essere il frutto di un incesto. Ed è intelligente il modo in cui queste possibilità vengano accennate, a suscitare solo un retrogusto malsano. Lo stesso incontro erotico tra Stephanie e il fratello è evocato come in un sogno patinatissimo, quello di certi romanzi rosa che lo stereotipato pubblico di mamme, a cui la nostra si rivolge dal suo blog, potrebbe leggere. Perché in Un piccolo favore tutto guarda allo stereotipo (e al suo sovvertimento), tutto è volutamente paradigmatico: una rappresentazione che si rivela un percorso guidato nei luoghi comuni di una certa americanità e, soprattutto, di un certo modo di ritrarla, a tale scopo costeggiando, com’è giusto, anche le sponde del trash.
Certo, il giallo lo si può sfumare, ma il racconto no: così, quando si tratta di tirare le fila dell’intrigo, la scrittura fa cilecca, ingolfando - di avvenimenti e capovolgimenti di fronte inveterati - tutta l’ultima, farraginosa parte, che non si riscatta neanche in una pura logica d’accumulo. Rimane lodevole, comunque, il tentativo di fare del thriller un pretesto (un po’ come avveniva per il genere spionistico in Spy) per una commedia bizzarra e inetichettabile su una femminilità a un tempo forte e fallibile.