Commedia

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

Titolo OriginaleEn duva satt på en gren och funderade på tillvaron
NazioneFrancia/ Germania/ Norvegia/ Svezia
Anno Produzione2014
Genere
Durata101’
Sceneggiatura

TRAMA

Come dei moderni Don Chisciotte e Sancho Panza, Sam e Jonathan, due commessi viaggiatori che vendono le ultime novità sul mercato, trascinano lo spettatore in un caleidoscopico vagabondare attraverso i destini umani. Un viaggio che mostra lo splendore dei singoli momenti, la meschinità degli altri, l’ironia e la tragedia che è in noi, la grandiosità della vita così come la fragilità degli esseri umani.

RECENSIONI

Leone d’Oro a Venezia 71, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence chiude la trilogia di Roy Andersson dedicata all’«essere un essere umano». Partendo dalla fine di quest’essere, aprendo i suoi bozzetti surreal-esistenzialisti con tre incontri con la morte. Perché il comico, sosteneva Henri Bergson, ha a che fare con una momentanea anestesia del cuore. E perché questo è un canto funebre ghignante. I quadri sono 39, raffinati tableaux vivants di un cinema che è una vitrea bande dessinée: una galleria comica di personaggi, un gomitolo di possibili linee narrative, di repentine digressioni nel non sense e parentesi d’imponderabile che si tengono insieme, dialogando tramite rimandi ritmici e ritorni musicali, associazioni eccentriche, paradossi e scacchi, inversioni. E, soprattutto, tramite la colla secca di un pessimismo sardonico, del sentimento di miseria che l’occhio del regista cola sull’umanità messa in scena. Un teatro beckettiano in cui il senso che s’attende non si chiama Godot ma denaro. E in cui un bagliore d’affetto, e di rispetto, è sempre rimandato: Andersson congela i suoi protagonisti nel grigio pallore stremato e anaffettivo del tempi della crisi, in balia del potere storico di pochi (un re da un altro tempo, un gruppo di vetusti neocolonialisti) e costruisce gag rallentandoli nella durata dei pianosequenza e cercando, in questi tempi lunghi, il ridicolo e il grottesco nel semplice esserci di quegli esseri umani, nella mera, goffa e irritante presenza dei corpi di fronte alla macchina da presa, all’interno del vuoto assorto di buffi e mesti quadretti. Non sono i trucchi che due dei protagonisti cercano di vendere, a far ridere. Ma l’uomo.

Lo sguardo e il suo insistere - in dialogo con la meccanica svuotata della ripetizione continua di gesti e parole, tra una vignetta e l’altra, tra un’epoca e un’altra - rivela l’assurdo nelle traiettorie esistenziali dei personaggi, nel loro agire sociale di uomini: l’autismo delle ricorrenze, l’incedere marionettistico, la vacuità di ogni atto comunicativo risuonano nella lunga durata delle inquadrature, raccontano di una struttura sociale in cui l’uomo si perde. Andersson guarda, fisso, sino a far evaporare ogni senso. E all’uomo - alla maceria sfiancata di questa struttura, a questo morto vivente - ritorna. Film satirico e catastrofico, danse macabre surreale, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence chiede allo spettatore di esperire lo svuotarsi del fattore umano, di guardare la caricatura di un mondo in cui la crisi economica stilizza il non senso dell’esistere, come uno strambo osservatorio satirico su un microcosmo in cui i sentimenti sono in esilio, al limite mimati, l’incomunicabilità è proporzionale alla comunicazione e non esiste comprensione per il prossimo. Sul finale, in un sincerissimo rivoltamento autocritico, è proprio questa visione del mondo, questa posizione di privilegio critico (artistico e industriale) a precipitare in abisso: un gruppo di ricchi spettatori guarda bruciare e risuonare come musica i corpi ridotti a cenere di un gruppo di uomini sacrificabili, un personaggio si chiede se sia lecito divertirsi con il patimento degli altri. Ed è in queste domande che affiora l’umanesimo residuale di un film comico e apocalittico.

39 episodi, squarci compiuti/incompiuti, quadri ripresi con macchina da presa fissa e in montaggio interno, non tutti prorompenti (anche spossanti, ripetitivi, insipidi), alcuni con ingredienti dirompenti, altri interrotti nel minimalismo da un’ironia nera sottotono (quello con Carlo XII, quello con gli schiavi cotti nell’enorme cilindro Boliden, riferimento alla società mineraria svedese che negli anni ottanta smaltiva rifiuti tossici in Cile). Un’opera da valutare nel complesso, da cui le figure ricorrenti: come il precedente Canti dal Secondo Piano (più riuscito e geniale), non è un film ad episodi ma con episodi, anche indipendenti come i primi tre sulla morte o gli ultimi sull’homo (ironicamente) sapiens. Presi insieme, restituiscono il nonsense della vita, come il titolo tratto da una poesia inventata da una ragazza “diversamente abile” durante un saggio (facendo anche riferimento ad un uccello nel dipinto “Cacciatori nella neve” di Pieter Bruegel il vecchio: Andersson s’è sempre chiesto cosa pensasse dei cacciatori). Il piccione sul ramo osserva gli esseri umani che abitano ambienti vuoti come le loro esistenze, le loro parole, i sentimenti che non rispecchiano l’enunciazione (la gag ripetuta di persone al telefono che dicono, senza provarlo, “Sono contento che state bene”). Ci sono anche la Storia (scalfendo il mito di Carlo XII, eroe nazionale della destra) e l’Economia (i due venditori con business ridicolo, stretti fra creditori e debitori), ma la cifra “filosofica” dominante è il Non Senso, pur in presenza di capitoli che aprono alla speranza, come quello ambientato nel 1943 con la claudicante barista Lotta che, ai soldati, chiede solo un bacio in cambio di un bicchiere o quello con il venditore piagnucolone, sensibile ai mali del mondo, modellato su Stanlio con compare Ollio, abitanti una partitura alla Samuel Beckett. Un modo originale di fare ironia, che riduce all’essenziale, fino al banale, concetti anche complessi, con corpi attoriali fra i Monty Python e Ciprì & Maresco e con onnipresenza di bar e astanti kaurismakiani. Fra colori spenti e tristi, sperimentando in digitale la messa a fuoco totale, l’autore s’è ispirato anche ai pittori del movimento tedesco “Nuova oggettività”, per la compresenza di simbolismo e realismo.