Drammatico

UN LEVER DE RIDEAU

Titolo OriginaleUn Lever de Rideau
NazioneFrancia
Anno Produzione2006
Genere
  • 66465
Durata30'
Sceneggiatura
Tratto dada 'Un incompris' di Henry de Montherlant
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Bruno attende l’arrivo di Rosette. Gli fa compagnia l’amico Pierre. Rosette è per l’ennesima volta in ritardo e Bruno ha preso una decisione irrevocabile.

RECENSIONI


Una bagattella, un lever de rideau, appunto, poco più di una scenetta nell’attesa del “piatto forte” di una serata teatrale. E la dimensione teatrale è fortissima, in questo come in altri film di Ozon: ce lo ricordano, oltre al titolo e all’origine letteraria (Un incompris di Henry de Montherlant), il décor fisso e impermeabile al mondo esterno (l’ennesima trappola per topi del corpus ozoniano), le porte aperte e chiuse a scandire la successione delle scene, i dialoghi fitti e lievemente ampollosi, il taglio stesso della vicenda, impostata come una moralità alla Marivaux, con tanto di sentenzioso epilogo affidato all’”osservatore” Pierre. Eppure Un lever de rideau non è teatro filmato, bensì cinema, e cinema puro, se “cinema puro” non fosse un pleonasmo, poiché, come scriveva Sartre a proposito del teatro, non dovrebbero esisterne altri. L’addio di Bruno a Rosette (un addio sofferto, meditato, attuato come un gioco che si ritorce, ovviamente, su colui che l’ha progettato e realizzato) non ha nulla di ingessato, al di là del paludamento ironicamente evocato da Pierre (sarà una scena degna degli antichi, commenta all’udire i propositi dell’amico).


L’ansia e i tormenti di Bruno, l’innocenza maliziosa di Rosette, il sornione compatimento con cui Pierre maschera il sincero affetto verso il giovane amico, tutti questi elementi si amalgamano superbamente attraverso la regia di Ozon, la cui mdp, morbida e raggelata come il luminoso arredamento dell’appartamentino di Bruno, accarezza gli attori (meravigliosi, con menzione particolare per Vahina Giocante) e sembra soppesarne le pulsioni, cogliendoli al contempo in pose plastiche che non hanno nulla di compiaciuto o morboso, essendo l’artificio [conscio e meditato, come nel caso di Bruno, oppure innato e “fantastico”, nella leggerezza (in)colpevole di Rosette] il tema di fondo della breve pièce. L’elegia di un amore finito prima ancora di cominciare (forse) non ha nulla di stucchevole, perché la distanza da cui il regista esamina i suoi personaggi (senza averne l’aria) concilia l’infinitamente piccolo di una stanza e gli spazi sterminati del cosmo. Un parassita infesta il frutto che la donna porge all’uomo: il Paradiso terrestre ha cessato di esistere, o forse non è mai esistito al di fuori del sogno.