Drammatico, Sportivo

TORNARE A VINCERE

Titolo OriginaleTHE WAY BACK
NazioneUSA
Anno Produzione2019
Durata108'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Da ragazzo è stato una promessa del basket. Oggi di quel Jack Cunningham resta pochissimo:  ha perso un figlio di otto anni, sua moglie se ne è andata. Gli rimangono il lavoro da operaio in un cantiere e la sola, desolante compagnia dell’alcol. Un giorno, però, gli viene offerto di allenare la squadra di pallacanestro della scuola cattolica Bishop Hayes, istituto presso il quale molti anni prima è stato studente e dove ancora ricordano il suo talento sportivo. Seppur poco convinto, accetterà l’offerta…

RECENSIONI

Quello di Gavin O'Connor, nonostante la discontinuità delle firme in sceneggiatura da un'opera all'altra, è un cinema di ritorni. Di attori, temi, figure. Il regista filma, in fondo, le stesse storie, anche se passano ora dallo sport, ora dal crime, dal western, dal noir, dal thriller, dall'action. È come se  filmare, nel suo cinema, equivalesse prima di tutto a una volontà dettata da una mancanza, come se il regista imparasse a conoscere davvero i personaggi, le loro linee, i loro tempi, una volta che questi si fanno immagine, una volta che c'è un attore, un set a dare loro forma viva. Crede molto nel cinema, O'Connor (e molto più di colleghi maggiormente blasonati e apprezzati), alle sue storie, ai suoi sentimenti. Filmare quei personaggi significa filmarne i limiti, le smarginature del desiderio, il tempo che è spezzato come la loro identità, tra il passato e presente, tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che invece è stato, tra i fantasmi e i demoni che non vanno via, insieme a quello che rimane. Sogni, disincanti, perdite, riscatti. È un cinema in bilico tra estremi: inizio e fine, vita e morte, padri e figli, dolore e gioia.

Con Tornare a vincere (The Way Back, sceneggiatura di Brad Ingelsby) O'Connor torna a lavorare con Ben Affleck dopo The Accountant, con un ruolo, un carattere, una recitazione agli antipodi rispetto a quel film, eppure, al contempo, cercando di leggere le stesse zone nascoste. Perché, se l'analogia più immediata è con Miracle (con Kurt Russell a impersonare Herb Brooks che portò la giovanissima squadra degli Stati Uniti di hockey sul ghiaccio – a cui nessuno praticamente dava credito – al trionfo delle Olimpiadi invernali del1980), è più dalle parti di Pride and Glory, di Warrior, di Jane Got a Gun, che il regista cerca infine, per altre vie, di arrivare, di ritornare. E con un personaggio simmetrico rispetto al suo attore – ed anche produttore  –  perché non è difficile rintracciare nella crisi di Jack Cunningham certi episodi della vita recente di Affleck (la fine del matrimonio con Jennifer Garner, la depressione, i problemi con l’alcol; e non sono peraltro mancati anche sul set momenti emotivamente duri per l’interprete). E Jack e l’impresa dei suoi ragazzi  – di altezza insufficiente rispetto agli standard del basket, tendenzialmente meno talentuosi di molti avversari, e provenienti da condizioni familiari non così semplici – sarebbero, ad occhi chiusi, un perfetto racconto alla O’Connor, pensando subito poi  a quelle coordinate, come sempre, inizialmente date per poi entrare in crisi, sfaldarsi, capovolgersi, per mettere in cortocircuito i vari fili narrativi, i percorsi dei (e, soprattutto, tra) personaggi: mondi – lontani e vicini – pronti a incontrarsi a o scontrarsi, a intrecciarsi, a fondersi.

Perché una delle maggiori qualità del regista nato a Long Island è proprio quella di scoprire, di riconfigurare i suoi protagonisti non specificandoli mai, senza determinarli, ma  sempre calandoli in un situazione, un’attesa, una traiettoria che quasi li trascende, li supera, li ricolloca, che progressivamente ne rivela la profondità e complessità.  Difficilmente, insomma, in un suo film, un personaggio esiste senza gli altri. Ma, con Tornare a vincere,  se da una parte O'Connor prova a situare la leggerezza di un Miracle dentro la maturità delle opere successive, dall’altra gradualmente non s'accorge di separare i piani del racconto: è come se l'avventura con i ragazzi Bishop Hayes fosse un racconto tangenziale, una parentesi, un elemento accidentale rispetto al film di Jack. E così, alla fine, se l’intensità dolorosa di Affleck colpisce, O'Connor sembra preoccuparsi eccessivamente di doverla motivare, anche sacrificando quel visivo che altrove ha sempre coltivato senza sfoggiarlo. Questa volta c'è probabilmente una malinconia nuova, diversa, che comprendiamo ma non riusciamo ad amare.  C'è un film che ci dice perché  Jack Cunningham  è quello che ha, ma forse non riusciamo fino in fondo a sentire ciò che è.