Biografico

TONYA

TRAMA

“I, Tonya è la storia vera della pattinatrice di fama mondiale Tonya Harding (Margot Robbie). Conosciuta per il temperamento focoso, Tonya fu protagonista di una carriera eccezionale e di uno degli scandali più grandi della storia degli Stati Uniti” (dal pressbook).

RECENSIONI

EDUCAZIONE DI UNA CANAGLIA

Probabilmente sarebbe più appropriato nonché à la page osservare il mockumentary Tonya attraverso il filtro politicizzante della categoria "white trash", quella feccia bianca che germina e vermina nel ventre molle dell'America. Personalmente, invece, preferisco ricondurre la connotazione politica - che indubbiamente c'è e si palesa in modo inequivocabile - alla più ampia costellazione della diversità. Vedendo e rivedendo Tonya, difatti, mi è sembrato sempre più inevitabile fare i conti con la natura difforme e irriducibilmente differente della pattinatrice interpretata da Margot Robbie: un autentico corpo estraneo nell'universo ultracodificato del figure skating.

Il film di Craig Gillespie, insomma, si premura scrupolosamente di non celare mai la dimensione smaccatamente freak di Tonya, sfiorando/sfidando il rischio del ridicolo a più riprese. Basta fare caso all'inadeguatezza anagrafica rappresentata dalla discrepanza tra il corpo della ventisettenne Margot Robbie e quello della ragazzina poco più che adolescente che dovrebbe incarnare per buona parte del film. La plateale inverosimiglianza non può certo essere imputata a banale disinvoltura di casting o faciloneria cosmetica: Tonya è un soggetto irrimediabilmente alieno e questa sua stridente diversità si oggettiva anche in questa corporeità incongrua e sfalsata.

Ma dove Tonya si rivela, al pari della sua antieroina, un film alieno al protocollo della Hollywood contemporanea - sempre più monopolizzata dal mito del supereroe - è soprattutto nella tenacia con cui associa invariabilmente la diversità alla fragilità. Contrariamente a L'ora più buia e The Post, giusto per menzionare due titoli recentissimi dove l'anomalia dei rispettivi protagonisti si capovolge in trionfale sicurezza, il film di Gillespie non fa dell'incongruità di Tonya un elemento di gloria, ma ne sottolinea le ricadute tragiche nella sfera esistenziale. Detto altrimenti, l'eccezionalità di Tonya non viene estratta dalla sua personalità e convertita in "turboqualità", ma viene lasciata nel disegno organico del personaggio, come se - di fatto è così per ogni individuo - questa straordinarietà costituisse un aspetto inseparabile dagli altri, semplicemente e puramente un tratto del suo carattere.

È proprio questo, naturalmente, a riscattare il personaggio di Tonya dallo statuto di caricatura diabolica (lo stereotipo manicheo di "supercattiva" in cui è stata incapsulata dai media) e a farne un ritratto composito di persona, ovvero un coacervo di talento, contraddizioni e pulsioni autodistruttive. La stessa strategia depistante informa l'impianto testimoniale del film di Gillespie, che sovrappone, facendone risaltare le versioni contrastanti, interviste simulate a Tonya Harding, al marito Jeff Gillooly (Sebastian Stan) e all'improbabile guardia del corpo Shawn Eckhardt (Paul Walter Hauser): sono proprio la faziosità e la contraddittorietà delle versioni fornite a costruire uno spazio per l'elaborazione personale della vicenda rappresentata. Steven Rogers, sceneggiatore di Tonya, racconta così la genesi del lungometraggio: "Il programma tv 30 for 30 aveva trasmesso uno splendido documentario di Nanette Burstein su Tonya, e mi era capitato di vederlo insieme a mia nipote che non la conosceva. In quel documentario avevo trovato degli spunti interessanti sulla vita di Tonya. Per esempio, l'analisi di come i media e la gente modifichino la narrazione delle storie che leggiamo o di cui sentiamo parlare. Così, sono andato sul sito web di Tonya Harding e ho scoperto che i diritti sulla sua biografia erano ancora disponibili. Mi sono detto: "Non so dove mi porterà questa storia. Ma ovunque mi porti, io ci andrò". Sono volato a Portland e ho intervistato prima Tonya e poi Gillooly. Le loro versioni erano così contraddittorie che ho capito di aver trovato la chiave del film: avrei presentato le due facce della vicenda, lasciando decidere al pubblico da che parte stare".

Il registro stilistico adottato da Craig Gillespie per mettere in scena questa giostra impazzita di tripli axel e multipli atti sconsiderati carambola tra l'estetica farlocca del mockumentary (le interviste frontali a più personaggi), la tumultuosità del videoclip (Gillespie: "Nel film mi interessava sottolineare soprattutto la determinazione e l'energia di Tonya, e questo significava molti movimenti di camera, stacchi veloci e una colonna sonora che aiutasse a trasmettere il caos e l'euforia della sua vita all'epoca”) e la stilizzazione fumettistica (la sequenza a episodi dell'allenamento prima della rentrée olimpica, l'epilogo pugilistico). Pur non aggiungendo nulla a quanto visto e rivisto sul grande schermo (si pensi, giusto per non menzionare lo scontato Scorsese, al Paul Thomas Anderson di Boogie Nights), questo impasto audiovisivo comunica con sufficiente impulsività la diversità e la dissipatezza della vicenda umana e sportiva di Tonya. Irriconciliabile con l'ex marito Jeff, con la madre LaVona (una prodigiosa Allison Janney, Oscar per la miglior attrice non protagonista) e, soprattutto, col successo della normalità. Un personaggio e un film costantemente in bilico tra apoteosi e catastrofe, con l'allenatrice Diane Rawlinson (Julianne Nicholson) a offrire allo spettatore una bussola ripetutamente incrinata.