Western

TOMBSTONE

TRAMA

1879: l’ex-sceriffo di Dodge City Wyatt Earp e i suoi fratelli giungono a Tombstone. Si scontrano da subito con una temibile banda locale, “I Cowboys”.

RECENSIONI

Regia e sceneggiatura cozzano l’una contro l’altra per differenti vocazioni, ma hanno entrambe qualcosa da offrire. Il greco Cosmatos è un regista di serie B, buon mestierante per lavori “di pancia” (per quanto inficiati da mere mire commerciali) ma del tutto grezzo se deve affrontare e rendere riflessioni di spessore. Per due volte regista di Sylvester Stallone (in un piccolo ruolo c’è suo fratello Frank), sa stuzzicare gli istinti primari, esaltando nella componente epica o nella costruzione di sequenze tese e violente (vedi i confronti fra Ringo e Holliday, la sfida all’OK Corral), ma rischia di passare alla Storia anche come “sciacallo” di progetti: uscì con Leviathan, thriller sottomarino, poco prima del ben più impegnato e impegnativo Abyss di James Cameron; ora sforna questo Tombstone (il suo primo western) con un supercast di attori minori poco prima del Wyatt Earp di Lawrence Kasdan. Per fortuna, la sceneggiatura di Kevin Jarre non gli permette di affossarsi nella routine, intenta ad edificare un manicheismo insolitamente elaborato, una ricostruzione storica (si basa sulle memorie di Wyatt Earp) con forti dosi di revisionismo del mito (l’eroe diventa Doc Holliday, in un curioso gioco speculare con la nemesi Ringo) che lo scrittore trasfigura, prima in apologo sull’eterno conflitto (americano) fra legalità e devianza (la banda dei “cowboys” fu la prima criminalità organizzata negli Stati Uniti, con collusioni politiche), poi in una contrapposizione sempre più metafisica-biblica (varie citazioni dalla Bibbia e sulle tentazioni del maligno) fra Bene e Male che tocca, con sottile classe allegorica, vari temi, compreso il rapporto di coppia, il male di vivere, il rapporto con la propria natura, la figura femminile (con perversioni “frenate” dalla voglia di Cosmatos di passare il visto della censura) e la droga (simpatico lo scambio fra “pipa dell’oppio” e canna della pistola…). Inadatta a tali finezze, la regia “fisica” di Cosmatos, incapace anche nella direzione degli interpreti (si salvano, e bene, Elliott, Biehn magnifico villain e Boothe) e loro psicologie, fa ingiustamente sembrare il testo prolisso e dal minutaggio eccessivo. Narrato, in originale, da Robert Mitchum (da noi Pazzaglia).