Drammatico

THE WAY BACK

Titolo OriginaleThe Way Back
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Durata133'
Tratto dadal romanzo The Long Walk di Slavomir Rawicz
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Il lungo viaggio di un gruppo di prigionieri politici verso la libertà…

RECENSIONI

Dopo sette anni di silenzio, Peter Weir torna al cinema adattando The Long Walk: The True Story of a Trek to Freedom di Slavomir Rawicz, resoconto della fuga e del lungo viaggio di un gruppo di prigionieri politici da un gulag in Siberiafino al Tibet. Privilegiando la definizione delle dinamiche interne al gruppo, che si articola seguendo cadenze consuete e iterate (viaggio/pausa defatigante/confronto/fame/ricerca del cibo/pausa pranzo/nuovo scambio dialogico/spostamento/pausa/sete/pozzo/dialogo ecc.), in grado di concedere ad ogni fuggitivo i suoi cinque minuti di messa a nudo dell'interiorità,il racconto avanza faticosamente fino alla discutibile deambulazione diacronica di Janusk (Jim Sturgess) nella Storia (resa con un intarsio di sconcertante bruttezza) e il tanto agognato ritorno a casa. I problemi principali dell'ultima opera del regista di Master and Commander risiedono principalmente nella sceneggiatura e, peccato imperdonabile, nella messa in scena del paesaggio naturale.Weir pare soggiacere alle logiche del (bel) quadro e del (personaggio a tutto) tondo, optando per un'esteriorizzazione dell'interiorità, costantemente verbalizzata, che annichilisce il corpo e rigetta a priori ogni possibile generalizzazione dell'evento particolare; il fatto storico non diviene simbolo di una condizione transtorica. Terribilmente aneddotico e sbrigativo le rare volte in cui rinvia alla Storia, sfiorando a momenti il ridicolo involontario (l'ingresso in Mongolia e la “scoperta” del patto di ferro russo-mongolo), il regista è ancorato ad una messa in scena inanellante ridondanti panoramiche, che riduce lo spazio naturale a cornice meramente esornativa.

La natura selvaggia e aspra ne risulta così ripulita e anestetizzata, sprovvista di quell'afflato lucreziano che ci saremmo legittimamente aspettati, al punto che ci sfiora il triste sospetto, faticosamente fugato, di un ricorso indebito al catalogo visivo della National Geographic, non a caso produttrice del film. Della prolissa lunga marcia verso la libertà, restano impresse nella memoria alcune isolate splendide pagine, come la lunga sequenza nella grotta (uomini e lupi), il folgorante avvistamento del bovino nel fango (immagine di sublime forza espressiva) e la silenziosa morte della giovane russa Irena: un frammento di puro cinema classico, in cui la macchina da presa sfiora il trapasso con un pudore che nasce unicamente dalla cristallina scansione delle inquadrature. In silenzio, senza quelle parole, troppo secche per non suonare artificiali e non abbastanza ruvide per sfiorare l'astrazione, con tratteggiano i monolitici caratteri dei vari Zoran, Valka (un Farrell che “denireggia” con la grazia di un bisonte) e Mr. Smith.