Fantascienza

TIME MACHINE

Titolo OriginaleThe Time Machine
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Durata96'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo La macchina del tempo di H.G. Wells
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Il prof. Alexander Hartdegen vede morire la fidanzata tra le proprie braccia, incolpandosene si dedica alla costruzione di una macchina per muoversi nel tempo per rimettere a posto le cose: il fallimento lo porterà nel futuro (e oltre l’infinito) del 802701, sempre nel territorio della fu New York, quando la razza umana è divisa tra gli ingenui (e arboricoli) Eloyn ed i loro predatori Morlok.

RECENSIONI

Insomma: nel tempo si può viaggiare, il fatto è che nel passato si è solo turisti (frustrati), nel futuro si può fare qualcosa. Il paradosso non è zemeckisiano (il ritorno al futuro, per intendersi) una volta tanto, ma di concetto: perché mai il protagonista non può evitare la morte della bella fidanzata (uccisa dal progresso nemmeno fosse Cable Hogue) nel passato(2) ma nel futuro(n) si decide ad agire per distruggere l'ultrafuturo(n+x) visto in un'altra traslazione? La base è nella domanda che tormenta il professor inventore, è il perché?, domanda basilare infantile e mistica, due livelli differenti ma, insomma, disperatamente vicini: è lo sguardo umano che si proietta alla novità, che incanala capacità e spirito perché conterà pure il percorso ma la meta non è da disprezzare. Lo scopo di un'esistenza è in essa stessa e nelle prospettive che si diramano; qui, paradosso o meno, siamo dalle parti di una dolce linearità classica, non a tenuta stagna ma aperta, slabbrata e - che bello - non moralistica.
Simon Wells - i press book tengono a ricordarcelo bisnipote di HG Wells dal cui romanzo…- ha al suo attivo opere ben differenti e non disprezzabili: prodotti d'animazione come Fievel conquista il West, Balto e Il Principe d'Egitto ("Time Machine" è prodotto dalla Dreamworks) portano la sua firma e, retrospettivamente, si può azzardare che da queste esperienze derivino i pregi ed i difetti di "The Time Machine". Il film più che essere tratto dal romanzo originale del bis-nonno è frutto della contaminazione di questo con la sceneggiatura si David Duncan alla base di "L'uomo che visse nel futuro" di George Pal (1960), lavoro epocale e fascinoso cui S. Wells si rifà ampiamente (i manichini, la trasformazione del mondo) ed è proprio questo a giovare: si colmano lacune, si spalancano alcuni errori ma tutto con un'abilità che ha qualcosa dell'intuizione artigianale, sostanziandosi in un'abile gestione dei contributi creativi. Animazioni in 2D e 3D, computer graphics e trucchi portano la marca d'uno sguardo unificante e di una cura del dettaglio che rimanda a Tim Burton, pur non possedendo di questo la pregnanza poetica. Pensiamo alla stratificazione sociale dei Morlok e alla definizione del personaggio (di pur breve apparizione) dell' UberMorlok interpretato da Jeremy Irons (anche in "Dungeon&Dragons", un ritorno "fantastico"), al carrello impossibile che definisce lo scorrere del tempo, retrocedendo nello spazio fino alla Luna, nei veicoli vieppiù' avanzati che incontra lo sguardo (velivoli a elica, a reazione, satelliti, astronavi, stazioni spaziali) - vero climax visivo lineare e temporale - ma anche nella lunghissima dissolvenza incrociata finale, simbolo dell'intero film. D'altro canto non si può dimenticare il limite di un inizio stentato e presto dimenticato, pretestuoso, come pure il personaggio del bibliotecario tecnologico Vox (Orlando Jones) interessante ma appena sbozzato. Tutto questo insieme alla discreta fattura d'insieme e la padronanza di più meccanismi cinematografici (brani di inseguimento e tonalità horror) lasciano ambigui residui di speranza: proprio come i cartoni animati (che espressione vetusta) di cui sopra; avventura e ricerca/affermazione di sé, estraneità culturale/sociale, misteriosi bilanciamenti che portano scintille di grandezza e lenti mormorii di fuoco che si spegne.