Thriller

THE STRANGERS

Titolo OriginaleThe Strangers
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2008
Genere
Durata90'
Sceneggiatura
Fotografia
Musiche

TRAMA

“Ispirato a fatti realmente accaduti”. I due fidanzati Kristen e James passano la notte nella casa di famiglia di lui, un villino fuori città. Durante la notte vengono assediati da tre misteriosi individui mascherati…

RECENSIONI

The Strangers è Funny Games(s) privo di progettualità metaestetica, è la risposta americana a Ils/Them o la versione indie di Vacancy? Nessuna delle tre, probabilmente. Anche perché l’incipit aforistico è messo lì più per sgombrare preliminarmente il campo dai possibili referenti che altro. Quel che è certo è che l’opera prima di Bryan Bertino ci consegna un regista/sceneggiatore, come si dice, “promettente”. The Strangers è un thriller basico/archetipico nei presupposti (la coppia – la casa – i cattivi) ma abbastanza anomalo nella sua volontà di (ri)dare una certa dignità arty al genere: Bertino evita quasi sistematicamente tutti i cliché dello slasher/thriller contemporaneo (cinepresa mobilissima, montaggio subliminale, violenza grafica esibita) e rilancia con una lodevole compostezza formale. Nel film prevalgono la lentezza, il dettaglio e il tempo morto. La macchina da presa, costantemente ma impercettibilmente “nervosa”, stringe spesso e volentieri sui volti o sui particolari affidando così alla dilatazione spaziale del fuori campo il compito di generare suspense, lasciando che siano la composizione del quadro, la profondità di campo o il lavoro sul profilmico in piano fisso a fare senso; si veda la prima apparizione de “l’uomo mascherato”, un unico, lungo e immobile totale in cui l’elemento estraneo è letteralmente in secondo piano ma tiranneggia l’inquadratura, con la discrepanza informativa spettatore-personaggio [noi (lo) vediamo, Kristen no] a generare orrore. Questi accorgimenti della mise en scène, uniti ad altre chicche (il montaggio che mutila sul nascere il – comunque rarissimo -, potenziale compiacimento gore staccando sul fuori contesto), testimoniano idee chiare e una precisa volontà che sottende il tutto. Interessanti anche le scelte musicali: non tanto il corretto score di tomandandy, quanto le canzoni diegetiche suonate dal piatto di casa Hoyt, non banali in senso assoluto (Joanna Newsom, Billy Bragg&Wilco, Jennifer O’Connor, Gillian Welch, Richard Buckner e Merle Haggard – la cui band si chiama, guarda un po’, The Strangers -) ma soprattutto ben amalgamate al tessuto narrativo del film e sapientemente manipolate a fini drammat(urg)ici (la puntina che salta innescando un loop ossessivo e snervante).

Ma non sono tutte rose e fiori. Il citato utilizzo maturo e consapevole dello specifico filmico cede a volte il passo a (e stride con) delle indulgenze registiche che sanno troppo di déjà vu (i “falsi allarmi”, le “improvvisate” magnificate dal Dolby) e anche la sceneggiatura soffre di questo procedere dicotomico. L’idea di presentare una coppia in crisi, ad esempio, e di spiegare il perché in flashback sembra inizialmente destinata a stratificare i livelli di suspense con, magari, un progressivo e strategicamente parallelo disvelamento della/e “verità” (cosa accadrà ai due malcapitati? e perché sono ai ferri corti?) ma è lasciata cadere prematuramente nel nulla, allorché si realizza che lei non si sente semplicemente pronta alla richiesta di matrimonio di lui (e che sarà mai?). Parimenti, sul fronte dialoghi si passa da efficaci ipotesi di “realismo a-generico” a cadute che lasciano il tempo che trovano (lei, concitata, alla vista dell’inettitudine di lui nel caricare il fucile: “ma non andavi a caccia con tuo padre?” – e lui: “no, l’ho detto solo per fare colpo su di te”. Sic/gh.), così come migliorabili ci sembrano i minuti conclusivi, con il finale “vero e proprio” che andava (anche narrativamente) bene per Buio Omega ma che non ci è parso del tutto intonato con The Strangers. Quello degli attori (otto in totale) ci è parso infine un contributo piuttosto neutro, con la Tyler e Speedman più che accettabili ma non sempre convintissimi di quello che fanno e che dicono.

Non ci lamentiamo troppo, comunque. Quello di Bertino è un film complessivamente riuscito, dotato di una sua precisa (benché non originalissima in senso stretto) personalità, che senza darsi arie auteur-iali si prende credibilmente sul serio e chiede al suo pubblico pazienza, attenzione e partecipazione. Non ci sembra poco.