Drammatico

THE ROVER

Titolo OriginaleThe Rover
NazioneAustralia, U.S.A
Anno Produzione2014
Durata100'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Dieci anni dopo il collasso economico._x000D_
Siamo in una tavola calda, tutto intorno troneggia il deserto australiano. Un uomo sta bevendo al bancone, quando un gruppo di criminali in fuga, dopo aver fatto un incidente, gli rubano l’auto e scappano._x000D_
Rick, questo è il suo nome, prende velocemente il mezzo abbandonato dai ladri e si mette al loro inseguimento. Durante il viaggio incontrerà Reynolds, il fratello ferito di uno dei teppisti, e lo curerà con lo scopo di farsi indicare la strada per recuperare la sua automobile così importante per lui. Con le buone o con le cattive.

RECENSIONI


In un’opera sospesa nel silenzio e nelle sonorità ipnotiche di Antony Partos (c’è pure Variation V di Basinski per intenderci), l’attacco a tutto volume di Pretty Girl Rock di Keri Hilson è assai straniante, l’unico lampo di memoria che sembra per un attimo scuotere la desertificazione umana e sociale di The Rover.
Reynolds è chiuso dentro l’auto, immerso nel buio canta il ritornello della canzone, quasi si trattasse di un ultimo residuo alieno proveniente da un passato ormai fittizio, irreale. Fuori lo aspetta Eric, sdraiato vicino al fuoco, sempre con il suo sguardo fisso nel vuoto e pieno di feroce rancore. La luce è lì, la nuova resistenza  di quest’epoca post-collasso è proprio lui, un vagabondo dentro cui non c’è più nulla di rappresentabile, un guscio talmente inaccessibile che svuota letteralmente ogni retaggio del tempo che fu, disgregando tutto quello con cui viene in contatto.
Lo stessa atipica dinamica da buddy movie che lo legherà a Reynolds, lo porterà a imporre l’unico orizzonte che questo mondo può permettersi, ossia il totale individualismo che sbriciola ogni struttura basata sui legami interpersonali.  Sono infatti il totale distacco e la più cruda anaffettività il solo antidoto per sopravvivere. Non rimane altro che assecondare questo processo di sottrazione emotiva e radicarsi in uno stato animale che eclissa definitivamente ciò che di umano era rimasto.


The Rover è costruito come una costellazione di luoghi chiusi, le auto, le piccole baracche che resistono alla monocromia del deserto che tutto ricopre.
E Rick vive di questo isolamento nei confronti del mondo, già dalla prima inquadratura che filtra il desolante paesaggio australiano attraverso il parabrezza della sua quattro ruote. Una condizione  di distacco, doloroso ma mai retorico, che caratterizza fin da subito il protagonista sempre collocato simbolicamente in spazi che lo separano dalla vita (o quel che ne è rimasto) esterna. Più che altro si sopravvive nel proprio luogo di solitudine, un po’ come quei cani che senza gabbia sarebbero potenziale cibo per gli uomini.
Poi però arriva Reynolds, un elemento estraneo e potenzialmente destabilizzante, così ingenuo nel suo ritardo da essere l’ultimo libero superstite, capace di convivere con la morte, non condizionato dal peso del passato di cui invece ricorda piccole suggestione e le verbalizza. Solo perché lo incuriosiscono. 
Non è altro che il controcampo alla gelida ineluttabilità di Rick, uno spiraglio di vivere il momento che apre metaforicamente quella gabbia dentro la quale il protagonista trova la sua ragione d’essere.
Su questo punto è illuminante la sequenza del salvataggio dove lo stesso recinto metallico attraverso cui Rick osservava il deserto davanti a lui, viene manomesso da Reynolds che lo toglie dalla prigionia. Perché il giovane è ancora ancorato a una dimensione spiccatamente umana nutrita dal dialogo, dalla riconoscenza, dal rapporto con l’altro. Sono tutte però resistenze che non hanno il terreno per essere ospitate, quasi si trattasse di una disfunzione naturale che si interfaccia in modo autistico con una realtà radicalmente diversa e ostile.
Non a caso lo spirito di adattamento ha sempre ragione e le due parabole dei personaggi sono già scandite in un parallelismo di inquadrature molto eloquente: mentre Reynolds riprende i sensi guardando in faccia il corpo di un soldato agonizzante, lo sguardo di Rick incrocia quello di un’aquila. E’ il secondo ad aver trovato il giusto percorso per proseguire in questo deserto dell’anima, lo stesso luogo dove seppellirà l’ultimo attaccamento (e proprietà) che lo rendeva ancora umano. 
Il futuro, casomai ci fosse, non potrebbe che essere un animal kingdom.