Thriller

THE JACKET

Titolo OriginaleThe Jacket
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2005
Genere
Durata102'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia
Musiche

TRAMA

Jack Stars, veterano della Guerra del Golfo, è rinchiuso in manicomio per un omicidio che non ricorda di aver commesso. Sottoposto ad un particolare trattamento, inizierà a vedere il passato ma soprattutto il futuro…

RECENSIONI


Come gli Usa esportano democrazia, così il loro sistema produttivo: questo thriller all’apparenza frigido ed innocuo cade a fagiuolo per ricordarcelo insinuando che anche il cinema, oggi, si dibatte nella gabbia cui vogliono malvagiamente costringerlo. THE JACKET (camicia di forza) è tutto un programma, nel senso che è oggetto insincero studiato a tavolino con un’overdose di malafede: l’ambientazione recita anni ’90 ed il protagonista è reduce dal Golfo perché oggi se ne può parlare, quei presidenti (leggi: Bush sr.) sono scomparsi e quindi criticabili, dunque il cinema americano si diletta a ballare sulla tomba del morto sperando di spacciare un contenuto sociale. Niente affatto: se non si ha il coraggio di pronunziare i nomi Afghanistan ed Iraq (come avverrà puntualmente tra una decina d’anni) non ci lasceremo certo traviare dalla vigliacca metafora (si dice Golfo e si legge attualità), se non si possiede l’iniziativa di abbracciare una strada originale non fingeremo sorpresa dinanzi a soluzioni mesozoiche. Il film, infatti, è un assemblaggio facilmente riconoscibile di tutto ciò che è alla moda di questi tempi: dal solito MEMENTO sino al recente THE BUTTERFLY EFFECT – ma senza la sua salvifica ironia -, (ri)passando per l’accoppiata incubi & allucinazioni castrata da ogni sottigliezza. John Maybury (LOVE IS THE DEVIL) raccoglie la coppia d’attori “famosi ma non troppo” (Brody e Knightley, una doppia macchietta) e si lancia nel classico middle budget con un occhio alle tendenze del genere (qualcuno la dirà raccolta ecologica, per me è riciclaggio), estromettendo dal pacchetto il dono della regia: accostare tra loro un’immagine gialla, verde e blu in rapida successione non significa esplorare i labirinti mentali del protagonista ma propugnare un videoclip style figlio di un dio minore (per intenderci, non siamo dalle parte di Jonze e Gondry). Sul misero risultato, che nel tratteggio del diabolico dr. Becker vanta il suo spunto migliore (variazione sul tema del mad doctor), infierisce una scrittura direttamente in brutta copia: la netta dimenticanza di rileggere il copione trasforma il puro canovaccio in una pioggia di buchi narrativi, dal forellino alla voragine (citarne alcuni sarebbe far torto ad altri...), culminanti in un finale di aperta ruffianeria – quando il thriller zoppo è ormai deceduto il film tenta di ingraziarsi la platea annacquandolo con litri di miele. Irriconoscibili le musiche di un Eno particolarmente compiacente.

Post scriptum: La produzione della coppia Soderbergh-Clooney potrebbe spiegare molte cose. La partecipazione al progetto di Gran Bretagna e Germania, invece, racconta i danni incalcolabili della globalizzazione produttiva; loro saranno pure ovunque ma al fine di non rendere normale questa tendenza scellerata è d’uopo bollare il film con una cifra volutamente derisoria.

Ancora una sciocchezza dagli U.S.A. vestita a festa per attrarre il pubblico globale: sforzi economici di piu' paesi, storia thriller dalle possibili venature horror, interpreti glamour e quel tanto d'attualita' che non guasta. Eppure l'unione delle forze produce un risultato privo di interesse, impersonale nella confezione e pessimo negli sviluppi. Si comincia senza troppi preamboli con il protagonista che muore confessando al pubblico "avevo 27 anni la prima volta che sono morto". Dal prologo-trailer si passa a un eterno videoclip in cui e' un continuo entrare e uscire da una cella frigorifera andando avanti e indietro nel tempo. Si pensa alla routinaria presentazione caotica di personaggi e situazioni per poi trovare un filo narrativo in grado di dare ordine, o perlomeno fascino, alla scansione degli eventi, invece i minuti si succedono paradossalmente lenti mentre il racconto corre a perdifiato. Lo spettatore finisce cosi' per essere sballottato tra il 1992 e il 2007 senza un degno motivo. Il ritmo incalza, succedono un sacco di cose, tutte improbabili (dai metodi curativi di uno scienziato da fumetto alla appiccicata liason tra i due protagonisti), ma scarseggia il collante di un copione in grado di distribuire ruoli intensi e snodi narrativi ben congegnati. Ad ispirare l'azione pare essere unicamente il riciclo nella variante scopiazzatura (per una volta, grazie al cielo, niente citazioni): da "L'esercito delle 12 scimmie" a "Butterfly effect", non dimenticando "Memento" e ricalcando soprattutto il bellissimo "Allucinazione perversa" di Adrian Lyne. Ma le implicazioni politiche (gli esperimenti dell'esercito durante la guerra del Golfo) restano un mero pretesto, i personaggi di contorno un puro riempitivo e la ragione per cui tutto accade l'unico mistero degno di menzione. Il punto piu' basso e' di sicuro l'ennesima rappresentazione della pazzia attraverso tic e nevrosi tutte hollywoodiane (terribile la "maniera" della sequenza in cui la riunione dei matti sfocia nella rissa); l'aspetto migliore l'interpretazione degli attori, un po' carichi ma comunque convinti: da Adrien Brody alla graziosa Kira Knightley (anche se non basta bere e fumare in continuazione per conquistare il titolo di reginetta dark), non dimenticando la faccia da sequoia di Kris Kristofferson. A garanzia dell'anonimato, la fotografia desaturata di Peter Deming, il montaggio frenetico di Emma E. Hickox e alcune scelte opinabili di regia, come il passaggio tra realta' differenti attraverso la prolungata alternanza di fotogrammi colorati. Uno stratagemma vuoto di contenuto, povero nell'effetto e datato anche per un episodio di "Spazio 1999". Nella pura superficie in cui tutto accade si invoca il rapido giungere della conclusione, che arriva con il chiaro intento di spiazzare ma priva di effettivo stupore. Nonostante infatti la seconda parte abbia comunque maggiore mordente, e' tutto troppo approssimativo e gratuito per coinvolgere davvero. Nella miriade di domande senza risposta mosse dalla visione, una si affaccia con prepotenza: perche' nei vari passaggi temporali nessuno pare riconoscere il protagonista? Ma, soprattutto, perche'?