Drammatico

THE HUMAN VOICE

Titolo OriginaleLa voz humana
Anno Produzione2020
Durata30'
Interpreti
Trattodalla pièce teatrale La voix humaine di Jean Cocteau
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Una donna guarda passare il tempo accanto alle valigie del suo ex amante (ci si aspetta che l’uomo ritorni a prenderle, invece non arriverà mai) e a un cane irrequieto che non capisce di essere stato abbandonato dal padrone. Due esseri viventi affrontano l’abbandono.

RECENSIONI

La voce umana di Jean Cocteau è una vecchia fissa di Pedro Almodóvar: in La legge del desiderio Carmen Maura recita la pièce a teatro e - uno sguardo a quel frammento - già vi troviamo suggestioni ed elementi presenti anche in quest’ultimo adattamento (l'ascia, innanzitutto). A ben pensarci, però, l'essenza intima di quel monologo è presente soprattutto in Donne sull’orlo di una crisi di nervi dove Pepa, la protagonista, viene lasciata dal suo uomo e, nell’appartamento in cui tutto glielo ricorda, aspetta con ansia una sua telefonata. L’esito? La rabbia e un falò, proprio come accade in questa versione extralusso del famoso monologo. Sì, perché qui Pedro fa della protagonista non una vittima di se stessa e della propria passione (si guardi all’inevitabile pietra di paragone: Anna Magnani, nel celeberrimo episodio di L’amore firmato Rossellini), ma una donna che incamera con dignità l’abbandono e che lascia parlare il suo furore tra sé e Sé. Di qui l’infierire sull’abito dell’uomo in fuga: un completo che lo feticizza e, ben disposto sul letto, ne costituisce l’involucro vuoto, ne fa assenza rimarcata. E il fuoco, per l’appunto, messaggio che arriva a giochi fatti, vendetta implacabile che non consente replica.
Tilda Swinton è la perfetta incarnazione di questa femminilità forte e lucida: un’algida diva (tutta ghiaccio, l’opposto della lava incandescente della Magnani) che non si abbassa a scongiurare nessuno, che soffre in silenzio e pensa già al dopo, a come ricostruire la sua vita. E che non si immola sul letto come sull'altare del suo dolore, ma, indossati gli auricolari, si muove per l’appartamento, meditando, calcolando le sue mosse. Un corto che è un perfetto frutto di questo tempo (#meetoo + lockdown), si direbbe. O che è il reclamare da parte dell’autore una visione della donna autonoma, risoluta, mai succube, che a lui appartiene da tempi non sospetti (la chiusa - la protagonista si rivolge al cane: «Ora sono la tua padrona» - non fa che ribadire il concetto). Forse è in questo aspetto pedantemente rivendicativo che va vista l’urgenza dell’opera, il suo affrancarsi dal puro (e alto) esercizio di stile. Più che nelle sue peculiarità (il portare la protagonista fuori dalla casa, ad esempio) e nel suo carattere ostentatamente artificiale: siamo in uno studio cinematografico evidente, il montaggio smentisce la continuità del profluvio verbale con stacchi desultori, la diva si cambia d’abito in un defilé Balenciaga che mette a nudo, cromaticamente, le nuance cangianti del proprio interiore.