Fantascienza

THE HOST (2012)

Titolo OriginaleThe Host
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2012
Durata125’
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo di Stephenie Meyer

TRAMA

Una razza aliena, che si dichiara pacifica, ha preso possesso dei corpi degli esseri umani, ma non di tutti. Melanie resiste all’ospite extraterrestre impiantatole e lo convince a rifugiarsi nel nascondiglio dei superstiti. Una cercatrice aliena è sulle sue tracce.

RECENSIONI

Niccol meyerizzato

È e non è Niccol. Come recitano i titoli di testa, è tutto perfetto ma non è il suo Mondo. La guerra è dentro, non fuori: il corpo dell’autore neozelandese è invaso dal racconto ultracorporale della scrittrice Stephenie Meyer (anche produttrice). Il pianeta è niccoliano: futurologia antropocentrica, anti-tecnologica ed esistenzialmente distopica che analizza società con il mito della Perfezione Totalitaria, con la Finzione retta a sistema che si specchia in design asettici e perseguita la fallibilità dell’anima umana (insensibilità vs. paura del diverso). Gli abitanti, usurpatori, sono di Mrs. Twilight e, purtroppo, nella messinscena non c’è opposizione che scalzi l’onnipresente sentimentalismo con patemi urlati e scene manierate di Sacrificio e Violenza. Stupisce che la sceneggiatura del regista (luogo dove, primariamente, si esprime il suo cinema) assecondi l’aliena in modo così sfacciato, senza sfumare ciò che ostenta e raffinarne allegoricamente le trame, faticando persino a contestualizzare, motivare e rendere credibili eventi fondamentali per la progressione drammaturgica, come la “conversione” alla causa umana dell’alieno-ospite, l’inconcepibile scelta di Melanie di tornare al rifugio mettendo in pericolo i superstiti, l’ostinatezza con cui le “due” protagoniste occultano la propria doppia personalità, lo sdegno di un’aliena complice di sterminio di fronte ai propri simili uccisi dagli umani. Banale e sovrautilizzato anche il meccanismo che restituisce le due menti in un unico corpo dando voce ai loro pensieri: si poteva giocare sugli scarti della recitazione, su di una figuratività sdoppiata e, sicuramente, evitare di innescare il registro della commedia con risultati involontariamente ridicoli (l’ammiccante “quadrilatero” delle attrazioni sessuali, alla Meyer). La Resistenza di Niccol alla Spersonalizzazione soccombe nonostante, all’interno della narrazione, sia persuasivo il progressivo svelamento dell’anima del parassita. O forse proprio per questo.