THE HORSEMEN

TRAMA

New York. Il detective Aidan Breslin, esperto di odontologia forense, è completamente allo sbando: dopo la morte della moglie, trascura i due figli e si dedica ossessivamente al lavoro. Un violento omicidio, con la scritta “Come and see” (Vieni e vedi) sul luogo del crimine, è l’esordio di un serial killer che colpisce ricalcando un passo dell’Apocalisse.

RECENSIONI

Il serial killer movie di Jonas Åkerlund si attiene strettamente alle maglie del genere. D’altronde l’autore ha un passato nel videoclip che dimostra la capacità di aderire al filone, qualunque esso sia; passando da Madonna ai Metallica, con rispettivi immaginari di appartenenza, il concetto si fa evidente nel video di Try, Try, Try degli Smashing Pumpkins[1]: un saggio sul tema Disperazione, come può esserlo un filmato che concentra povertà, amore, droga e aborto in 5 minuti e 24 secondi e li mette in scena attraverso un registro drammatico aperto e ostentato. Altrettanto strafottente è The Horsemen, secondo lungometraggio dopo Spun, una detection indiavolata dove l'investigatore è continuamente interrotto nel quotidiano da chiamate che gli annunciano nuovi omicidi; la sceneggiatura di David Callaham non teme di sfidare il pretesto, costringendo l’azione in una cappa grigiastra piuttosto seveniana. E quello con il film-riferimento di Fincher non è un paragone automatico o dovuto, ma realmente dettato da un sottofondo condiviso: in entrambi c’è un ordine sociale preordinato (ma anche vulnerabile) che guarda verso l’alto e, viceversa, c’è una dimensione profetica che ricade direttamente sulla vita concreta. Nessuno è immune, i poliziotti del nostro secolo parlano seriamente di una profezia biblica, la superstizione resiste al passo dell’evoluzione: è in questo senso che i peccati capitali e le piaghe dell’Apocalisse hanno lo stesso valore simbolico – il termine apocalisse significa “rivelazione” e costituisce un chiaro doppio senso in ambito thriller (ogni thriller ha il suo apocalisse: il colpo di scena, appunto). L’attenzione al dettaglio, poi, sembra aprire una riflessione sul filone, applicandone gli stilemi in modo quasi esagerato: non mancano il detective ostinato, la spalla efficiente, il medico legale disilluso. Il regista svedese, da parte sua, si comporta con mestiere indiscutibile; non tanto nelle parentesi smaccatamente di genere (l’analisi del crimine, il giallo procedurale, la rosa dei sospetti), dove c'è poco margine di intervento, quanto nel reparto stilistico che permette di animare lo stereotipo con grande eleganza (il flash sulla perforazione del polmone nel primo omicidio, lo stacco di montaggio sulla cicca di Breslin, tutti i ralenti "di raccordo" che lo riguardano), affermando una propensione a rileggere personalmente gli scenari assodati che culmina nel secondo confronto-colpo di scena Quaid/Ziyi – la nozione della colpevolezza della donna giunge estemporanea, volutamente senza premesse, per questo l'esibizione del feto "come se niente fosse", con cui la sequenza si chiude, è particolarmente turbante. Breslin insegue il colpevole mentre l’intreccio si dà all’accumulazione (di delitti, personaggi e situazioni) e costruisce scenari che provano a guardare dentro le perversioni attuali: fra tutte la violazione del corpo, manomesso da tatuaggi, piercing, innesti sottocutanei, e l’impazzimento come possibilità della tecnologia; i passaggi più contemporanei, però, sono accennati ma restano sullo sfondo, preferendo il film imboccare una più consueta deriva filosofico-vaneggiante ("We are nothing" è lo slogan del killer). Malgrado lo faccia per cenni, dunque, la pellicola squarcia la superficie; vedi l'esame introspettivo di Breslin che, se veste inizialmente un archetipo, è poi caratterizzato meglio di riflesso, ovvero rispetto alla successione degli eventi e al suo approccio verso l’evoluzione del caso: gli incontri con Kristen sono incontri interiori, non a caso inchiodati in ambienti asettici (la stanza degli interrogatori) con personaggi scolpiti negli spazi – il loro lato seduttivo segnala la condizione erotico-sentimentale inevasa dell'uomo, dopo la scomparsa della moglie -, lo scioglimento dell'enigma racconta semplicemente di un apocalisse domestico con affascinanti riempimenti di senso (la Guerra è conflitto famigliare, la Pestilenza è sfibramento degli affetti, la Morte è fine dei legami). E si arriva al punto più controverso, il finale: la morale famigliare, quasi familista, che senz'altro c'è, in primo luogo non va intesa come morale in sé, ma al massimo pensata in un quadro metaforico ampio e inclusivo - il genitore che trascura i figli è l'avvelenamento dei rapporti umani, in questa città/mondo dove cade molta neve e copre anche le pulsioni affettive -; in secondo luogo, a ben guardare, la morale non suona come "messaggio" del film ma solo come espediente per dargli una conclusione (convincente o meno), quindi risulta legittima. Che non si entri nel didattico e si resti nel filone ce lo conferma l'ultima battuta, da manuale del genere: "Ho fatto un brutto sogno". Doppiaggio umiliante, che attenta alla tenuta dei duetti tra Dennis Quaid e Zhang Ziyi, ma non intacca il dato fisico: la corporatura robusta dell’investigatore e l’estrema fragilità della donna si sovrappongono in un gioco al rovesciamento che disorienta, il più forte è chi appare più debole, lo scontro è sia psicologico che estetico.

[1] Nel 2000 gli Smashing scelgono Åkerlund per uno dei 3 pezzi degni sui 15 di Machina – The Machines of God (gli altri sono Stand inside your love e Heavy metal machine, ma siamo fuori tema).

All’appello mancava lo sceneggiatore di Doom (Dave Callaham) per rifare l’ennesimo Seven thriller-horror con torture: garanzia cioè di idee riciclate, meccanismi convenzionali, sagra del già visto. Reiterazioni che possono funzionare per uno sparatutto (che ha come target primario il numero di morti ammazzati), non per la fotocopia di un genere che, almeno sulla carta, ambisce a creare atmosfere e tensioni psicologiche di un certo livello. I soliti omicidi effettistici, la solita trama giallo-apocalittica di cui rinvenire i tasselli, il solito dramma personale del protagonista che si mescola alle indagini. L’unica novità è data dalla soluzione finale, non in quanto sorprendente (ad un certo punto si intuisce), ma perché potenzialmente epica/potente/disturbante: purtroppo Callaham opta per il lieto fine per famiglie e lo svedese Åkerlund, promosso in serie A dopo il suo Spun (piccolo cult movie lisergico, efferato e tossico), non ha una dote che sia una da mostrare, né drammaturgicamente, dato che espone in modo corretto ed accademico, rovinando il finale nel patetismo quando poteva sfruttarne la portata allegorica devastante (su di un’intera generazione stufa dei padri assenti), né figurativamente, nel momento in cui si limita a qualche effetto di ripresa e a molti insert sanguinolenti gratuiti. E pensare che è stato un grande regista di video musicali, a rigor di logica questo horror doveva somigliare alle prove incubali realizzate per Prodigy, Everlast e Metallica, invece finisce per ricordare quelle innocue dirette per i Roxette.