THE GREEN INFERNO

Titolo OriginaleThe Green Inferno
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Genere
  • 67965
Durata103'
Interpreti
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Un gruppo di pacifici attivisti va in Amazzonia per “bloccare le ruspe”. Facevano meglio a restare al Campus.

RECENSIONI


I precedenti di Roth, per motivi diversi, avevano molti motivi di interesse. Cabin Fever destrutturava ironicamente l’horror anni 80 tornando, semplicemente, al testo. Hostel portava (rectius: fingeva di portare) il torture porn nei multisala, con massicce dosi di autoironia critica. Hostel 2 alzava decisamente il tiro, mettendo a fuoco ciò che nel primo capitolo rimaneva sottotraccia, dai risvolti politici di stampo anticapitalista, alla riflessione sulla violenza cinematografica e il posizionamento dello spettatore nei confronti della violenza stessa, per arrivare alla componente cinefila, palesata al di là di ogni ragionevole dubbio: le presenze di Edwige Fenech, Luc Merenda e Ruggero Deodato (nella parte di un cannibale) parlavano infatti abbastanza chiaro.


The Green Inferno riparte proprio da lì, dagli Hostel(s) e da Deodato. Anche strutturalmente, il film ripercorre le tappe dei suoi due predecessori, con una prima parte innocua tendente allo stupido, divertente solo se letta al secondo grado (ammesso che vi sia) e una seconda in cui irrompe la violenza e le cose prendono la loro piega inevitabile. L’immaginario cinematografico di riferimento è invece, evidentemente, il cannibal movie nostrano, con Cannibal Holocaust in prima fila (la cui “seconda parte” si intitolava proprio The Green Inferno). Sulla carta, insomma, le cose sembrano andare bene e, più o meno, sappiamo cosa aspettarci. Più o meno.


Perché in realtà la prima parte è davvero mooolto stupida e per trovare il secondo grado di lettura bisogna impegnarsi più del dovuto. In attesa che il film esploda e dia un senso al tutto. Ma che le cose cominciano a mettersi male lo si intuisce alla prima, vera gag: la sosta bagno lungo il fiume, con la tarantola che sta per mordere il pene del ragazzo, ha un che di Oldoini – ossia – può diventare divertente solo pensando che qualcuno possa averla pensata divertente. Può diventare addirittura raffinatamente divertente se si pensa che chi l’ha pensato abbia pensato che chi la guardava pensasse esattamente che il divertimento sta proprio nel fatto che è divertente pensare che qualcuno possa ritenere una stronzata del genere veramente divertente. Capite cosa intendevo quando parlavo di “impegno”?


E c’è dell’altro. I più attenti si ricorderanno che in Cannibal Holocaust era stato proprio un ragno (spiaccicato) a inaugurare la parte avventurosa del film e la sequela di animali uccisi (topo muschiato, tartaruga, porcellino e scimmietta), il che rende la sequenza un cripto-omaggio a Deodato. Ecco, tutto il film appare giocato su questo limite, su questa zona d’ombra tra lo stupido voluto e il grado zero della stupidità, col gioco dei rimandi a buttare fumo negli occhi. Perché, insomma, The Green Inferno spesso si rivela decisamente imbarazzante, anche accettando il suo status di sostanziale commedia, quasi (meta)parodia più che tributo al genere cannibalico. Sequenze come quelle della diarrea o della masturbazione sono irricevibili, e anche la “trovata da fumetto” della bustina di marijuana bruciata che stende in intero villaggio e induce la fame tossica (sic) negli indigeni lascia basiti (benché dia la possibilità a Roth di girare una scena/calco da The Day of the Dead di Romero).


Venendo al gore, vero fiore all’occhiello del cannibal movie nostrano, di nuovo, Roth sembra prendere in giro il suo pubblico. L’atteso, primo (e unico) smembramento in diretta, con fiero pasto finale, è girato e montato coi piedi. Sembra, meglio, un film della Categoria III che ha subito sforbiciate arbitrarie per abbassarne il divieto: inquadrature sghembe, montaggio subliminale, sostanziale inintelligibilità. E il film è comunque epurato dei due aspetti più infami ma caratterizzanti del Cannibal, la violenza sulle donne e le uccisioni di animali (pratica, quest’ultima, ovviamente scomparsa dalla cinematografia contemporanea, con l’eccezione di qualche pretenziosa operetta underground tipo Melancholie der Engel). Si va avanti nella visione cercando un po’ di intelligenza, qualche reale motivo di interesse ma si continua a trovare solo un po’ di cinefilia spicciola e qualche tentativo di aggiornamento alle nuove tecnologie (il found footage diventa diretta streaming).


Resta, a volercelo vedere, un ipotetico tentativo di riprodurre la meta-ipocrisia del lavoro di Deodato, la cui forza un po’ spiazzante stava nel riprodurre per vie traverse i comportamenti che stigmatizzava: la manipolazione della realtà operata dai reporter di Cannibal Holocaust estremizzava quella dei mondo-movie-makers che non solo spacciavano per vere sensazionalistiche bufale, ma interferivano direttamente, a fini spettacolari, sul naturale svolgersi degli eventi per poi aggiungere alle immagini voci over di insopportabile moralismo qualunquista (è noto ad esempio che Gualtiero Jacopetti, durante le riprese di Africa Addio, fece sospendere una fucilazione per cambiare obiettivo alla cinepresa). E però lo stesso film di Deodato faceva del sensazionalismo la propria ragion d’essere, facendo uccidere gli animali on camera, e lanciava messaggi contradditori: assolve i cannibali nel finale (“chi sono i veri cannibali?”) mentre li ha comunque dipinti come spietati selvaggi dalle usanze raccapriccianti (lo stupro con la pietra e conseguente, efferata uccisione). Tutti particolari che rendeva CH veramente ambiguo e disturbante.


Roth tenta qualcosa di vagamente simile, girando e rigirando la frittata: attivisti divisi tra egocentrici senza scrupoli e collusi con le multinazionali, ingenui e/o ingenuissimi figli di papà (studentesse universitarie che non hanno mai sentito parlare di infibulazione?), che alla fine scambiano il perfido Alejandro per il nuovo Che Guevara mentre Justine sogna di essere diventata una cannibale (chi sono i veri cannibali?) e i cannibali li copre/difende per motivi sicuramente cinefili (la fuga grazie all’indigeno buono e il finale in cui la protagonista si dà al negazionismo sono presi pari pari da Cannibal Ferox) ma narrativamente, appunto, un po’ ambigui fino al cerchiobottismo.

Ma, insomma, si rischia di avvitarsi inutilmente ché, alla fin fine, la sensazione è che a forza di scavare alla ricerca di profondità, di altre chiavi di lettura d rovesciamenti e sorprese, si rimanga davanti a una buca vuota con accanto un inutile mucchio di terra.