Horror, Recensione

THE EYE

Titolo OriginaleJian Gui
NazioneGran Bretagna/Hong Kong/Thailandia/Singapore
Anno Produzione2002
Genere
Durata99'
Fotografia

TRAMA

Cieca dall’età di due anni, Mun riacquista la vista con un trapianto di cornea. Inizia a vedere i morti.

RECENSIONI

Mun non è abituata alle visioni, lo spettatore sì, e attende esacerbato la presa di coscienza di tutti i personaggi. Mun preferisce rinchiudersi in se stessa, lo spettatore chiude gli occhi per non (ri)vedere un racconto cinematografico che, dallo spunto abusato, approda al colpo di grazia (di scena?). L’occhio immaginifico dei fratelli Pang non è iscritto nel miglior segno dei gemelli, si limita all’uso di effettacci sonori, soggettive sfuocate e facce deturpate alla Tom Savini: uno sguardo che non ovvia alla drammaturgia rustica, incapace di elaborare la scarsezza di vedute sull’animismo e gli spiriti in conto sospeso. Quando si cerca la commozione la pellicola brucia; quando si rinuncia a giocare sull’ambiguità fra soggettiva e realtà, un paio di mani aspira a squarciare la tela bianca di tale miopia. Il Terrore Cieco nasce dalla cecità, s’accascia accanto alla calotta cranica sezionata di una dolce bambina (simbolo dell’amore verso la vita), si spaventa per la solita Morte in nero in un Il Regno da kindergarten e muore senza trapasso nell’impasse di un prologo infinito dove il fenomeno paranormale non è un punto di partenza ma di arrivo. Gli spettri (in pena, penosi) che perseguitano la visione sono altri: quelli dei medici (ben tre) scettici che si ravvedono in un batter d’occhio e quelli delle “storie di fantasmi cinesi” lasciate morire in favore di un cambio di scena (in Tailandia) altrettanto epidermico. Il sopralluogo nella casa della veggente è maleducato (perlustrano e alloggiano senza permesso), l’esplosione finale è truccata (Mun corre verso l’epicentro, muoiono le persone in ultima fila e lei si salva. Bel montaggio). Se la parabola sussurra d’imparare a convivere con le ombre, il volto allo specchio inizia un flashback in bianco e nero che corre parallelo e contrario, all’insegna della reiterazione e dell’impotenza dell’handicap, che può convivere con se stesso solo reindossando gli occhiali da cieco, tanto per quel che s’è visto…

E' il gennaio 2003 quando nelle sale esce "Darkness", il poco riuscito horror di Jaume Balaguerò. Allo stile divenuto maniera del regista spagnolo, la "Eagle Pictures" affianca un trailer che lascia il segno, di quelli che fanno subito venire voglia di vedere il film pubblicizzato, con dettagli, effetti sonori, fotogrammi, tutti al posto giusto. Il titolo "The eye" resta nella memoria, come la dipendenza instillata dalla prima sigaretta fumata a sedici anni, ma nei lunghi mesi invernali del film di Danny e Oxide Pang si perdono le tracce. Proprio quando le speranze sembrano perdute, eccolo arrivare nelle sale in primavera, tra l'altro distribuito in modo massiccio, probabilmente per sfruttare l'eco dell'ampio successo di "The ring" e l'aura di culto che incensa, non sempre a proposito, gli horror provenienti da oriente.
In genere le aspettative alte sono anticamera di cocenti delusioni e, purtroppo, "The eye" conferma la regola. Il film dei fratelli Pang, campione di incassi a Hong Kong e Singapore, è infatti un vero e proprio bluff. Il soggetto, anche se non particolarmente originale (tra gli altri pure Vincenzo Salemme con "Amore a prima vista"), potrebbe garantire brividi o perlomeno intrattenimento, invece la noia regna sovrana. Si racconta di una ragazza che, cieca dall'età di due anni, subisce un trapianto di cornea e, insieme alla vista, acquisisce anche la capacita di vedere altro, soprattutto presenze ectoplasmiche. Lo spunto orrorifico si sviluppa con eleganza formale, ma a parte la prima apparizione, che gioca bene la combinazione di effetti sonori e movimenti della macchina da presa, lo spettatore non viene mai colto alla sprovvista. La colonna sonora, infatti, funziona da didascalia e, cambiando in modo brusco, non completa e arricchisce l'atmosfera, ma annuncia gli eventi e nega in partenza qualsiasi tensione. Oltre all'assenza di brividi, il film sconta però anche una sceneggiatura di desolante ingenuità, con assurde e ridicole svolte narrative (tutta la sbrigativa parte finale), personaggi dalla caratterizzazione elementare, situazioni accennate e poi non sviluppate (l'appuntamento con un non meglio specificato medico americano e l'incontro casuale, al ristorante, con una ragazza capace anch'essa di vedere i fantasmi), voci-off immotivate, che spiegano cioè che le immagini non sono in grado di chiarire, e dialoghi caricaturali anche per le pagine di un fumetto. I due medici che compaiono, poi, sembrano giovani amici reclutati all'ultimo momento per il cast di un filmino in famiglia (uno dei due e' invece Lawrence Chou che, oltre ad essere totalmente fuori parte, è un noto cantante cino-canadese). In tal guazzabuglio, l'unica a salvarsi è la giovane protagonista Angelica Lee, che aderisce con intensità allo smarrimento e al terrore del personaggio che interpreta. A questo punto non resta che attendere il seguito, per chi diabolicamente se la sente di perseverare, o il rifacimento americano. I fratelli Pang sono già al lavoro e la "Cruise-Wagner", la casa di produzione di Tom Cruise, ha già acquistato i diritti per un remake made in U.S.A. Chissà, forse per una volta il saccheggio occidentale riuscirà a produrre un risultato migliore dell'originale. Visto il prototipo ci sono buone possibilità!