Commedia

TERAPIA E PALLOTTOLE

Titolo OriginaleAnalyze This
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1999
Genere
Durata103'

TRAMA

Il boss Paul Vitti, preda di attacchi d’ansia che lo ostacolano nell’esercizio delle sue funzioni, decide di consultare uno psichiatra…

RECENSIONI

Classificabile all’interno del filone [fino a poco fa molto in (non solo al cinema, vedi The Sopranos)] della mafia buffa, resa “umana” da vizi vezzi debolezze niente affatto epici, Terapia E Pallottole tenta di proporsi come felice innesto di commedia, farsa e metalinguaggio, ma le premesse (/promesse) non sono portate a compimento.
Schizzando una gloriosa organizzazione precipitata nella parodia involontaria, Ramis orchestra con mestiere un’operetta scandita da ritmi jazz e rock, su cui s’innestano gli stilemi del gangster movie. La mafia “classica” urla le proprie peculiarità per (fingere di) non cedere ai giovani concorrenti: la meccanica violenza degli inserti cattivi rende con efficacia la misera aggressività degli ultimi membri della Cupola à la Scorsese, e l’interpretazione di un Padrinico De Niro, assistito dai misurati Viterelli e Palminteri [già criminali (ben poco) da ridere in Pallottole Su Broadway], intreccia una gustosa partita a tennis con la prova sotto le righe (a tratti vulcanica) di Crystal, affiancato da un’istericamente composta Kudrow.
Purtroppo, l’incontro fra crimine e analisi è uno spunto per nulla sviluppato, scontato pre-testo per sketch che cercano invano di essere slapstick (il party nuziale “mandato a monte”), e il film sprofonda nella palude di una parabola amichevole e salvifica che è insieme improbabile e ovvia, volta all’inevitabile apoteosi accessoriata di promessa di sequel (ormai pronto per la distribuzione).

L'aggressività e la permalosità del maschilismo mafioso sotto analisi: un'altra idea originale da cui partire per Harold Ramis (Ricomincio da Capo), che ha sostituito Richard Loncraine alla regia. Il regista si conferma artigiano sagace, che sa coniugare un solido ed arguto divertimento ad una costruzione che non si accontenta dell'andamento standard, fine a se stesso. Lo spassoso rapporto di potere che s'instaura fra i due protagonisti potrebbe essere letto come un'allegoria delle dinamiche fra paziente e psichiatra, ma fra i due nasce anche un'anomala amicizia, basata sul rispetto nonostante tutto, tanto che l'unica a farci una figura ingrata è la meschina Fbi (peggio della Mafia!). Se è immancabile la morale finale per quanto misurata (quelli che ragionano solo con la violenza dovrebbero superare i propri traumi e tirare fuori la sensibilità latente), la pellicola non manca d'essere feroce (in modo innocuo, s'intende) al momento giusto. L'asso nella manica è Robert De Niro, irresistibile come gangster che vuole guarire dai propri attacchi...di "cuore": a parte le citazioni d'obbligo de Il Padrino (in cui interpretava Vito Corleone), quando impugna la mazza corre la memoria anche al suo Al Capone ne Gli Intoccabili. Billy Crystal ha i suoi momenti di gloria quando imita un mafioso nel finale e ascolta i "casi" dei pazienti. La scaltra sceneggiatura di Ramis, Kenneth Lonergan e Peter Tolan (che aveva già collaborato con Crystal per il serial tv con psicanalisi, “I Soprano”) segue in parallelo le vite dei due personaggi, facendo fare scintille al film quando s'incontrano. Anche la scelta di casting di un bambino ciccio e schietto al posto del solito ragazzino anonimo denota ingegno.