Drammatico

SULLA MIA PELLE

NazioneItalia
Anno Produzione2018
Durata100’
Fotografia
Montaggio
Musiche

TRAMA

2009: Stefano Cucchi è arrestato dai carabinieri con l’accusa di detenzione e spaccio di droga. Viene percosso e si sente male: trasferito in un carcere-ospedale, dichiara di essere caduto dalle scale.

RECENSIONI

Instant-movie (perché con processo ancora in corso) che non lascia indifferenti, intriso di dolore e ansia di giustizia: gli autori dichiarano di essersi attenuti alle carte processuali senza fare processi, partendo dalla cronaca per andare oltre, ma dove? Se l’unica realtà è quella che non si può modificare, la morte del protagonista è assurda ed inconcepibile sotto custodia statale e medicale. Cremonini sceglie di raccontare, senza contraddittorio, dal punto di vista del deceduto: le sue azioni, quindi, sono il metro della credibilità drammaturgica di ciò che accade. Cucchi è bipolare nell’omertà dettata da paura: è tanto implausibile (mal motivato) il suo silenzio, quanto sono incoerenti gli scatti in cui accusa gli aguzzini o rifiuta le cure. Restituire la discordanza delle testimonianze poteva essere una scelta estetica alla Rashomon, ma non è filmicamente dichiarata: l’apparenza, ingannevole, è sempre quella del “fatto vero”, mediata da un’impostazione da film “civile” secondo tradizione, con tanto di scritte “inoppugnabili” finali. È una scelta, anche, sposare quest’estetica del dolore, ai limiti del morboso, con sofferenza aumentativa e declino fisico del cristo pasoliniano. Ma non c’è la visione sacrale dell’autore di Accattone. La contingenza al fatto di cronaca è ricattatoria tanto per lo spettatore quanto per gli autori, cui manca il coraggio di abbracciare un punto di vista, che sia politico, umanista, poetico, malsano o rabbioso. Andava bene qualsiasi sfumatura di grigio fra la politica del corpo di Steve McQueen, l’estetica del martirio di Mel Gibson, i limiti del visibile di Gaspar Noé, la rabbia partigiana e “di pancia” di Francesco Rosi o Ken Loach, il film-dibattito da Tv generalista e il reportage giornalistico. Dire e non dire, attaccare e non essere attaccabili non genera potenza di sguardo. L’accusa degli autori, linguisticamente, è inequivocabile: lo dimostra la scena del pestaggio, “off” formalmente ma non sostanzialmente. Le formalità chiamano la celata programmaticità: il nervosismo del carabiniere che teme di essere denunciato durante il processo; la forzata dichiarazione di (ex) fiducia nella Legge della genitrice; le malinconiche note di pianoforte. La programmaticità porta manipolazione, apparentemente negata nella fumosità di intenti. La fumosità di intenti fa passare per atto “artistico” quei non-detti generati, anche, da troppa carne al fuoco (non c’è figura o procedura che non sia sibillinamente additata), figli più del compromesso e dell’assenza di personalità che sottrazioni/addizioni autoralmente coscienti. La lodevole prova di Alessandro Borghi resta schiacciata in un paradossale nulla, dove il suo personaggio, più che delle assurdità del Sistema, pare vittima della propria incoerenza, di una finzione in cui non si prende posizione pur prendendola, simulando luci e ombre.