STORIA IMMORTALE

Titolo OriginaleUne Histoire immortelle - The Immortal Story
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1968
Durata46'

TRAMA

RECENSIONI

La prima cosa che stupisce è l'assenza delle intemperanze stilistiche tipiche di Welles. La storia arcana e bellissima, da un racconto mirabile di Karen Blixen, viene ricreata nella sua atmosfera con poche variazioni (Macao al posto di Canton, Clay americano e non europeo, la consegna della conchiglia al vecchio anziché al servitore), tra narrazioni, gustosi quadri d'ambiente (il mercato, la passeggiata sotto i portici), conversazioni di grande sottigliezza (il confronto fra Virginie e Levinsky), profezie, rivelazioni: solo la discrezione funzionale, “servente” della m.d.p. poteva consentire alla mistura di aromi esotici, misteriosi, mortiferi, erotici – espressa in una prosa sorvegliata ed essenziale – di esalare senza eccessi controproducenti tutto il suo fascino. Un esempio: il narratore inquadra il contesto della storia (brevi immagini della città), poi il protagonista, descrivendone le abitudini (campo medio di Clay che va in carrozza) e la solitudine (mezzobusto di Clay a bordo della carrozza); le chiacchiere dei passanti raccontano la storia di avidità e spietatezza di Clay, e l'anatema dell'ex socio in affari da lui rovinato (una “maledizione degli specchi” che ricorda i leggendari aneddoti wellesiani); l'inquadratura successiva mostra Clay che, imperturbabile come una sfinge, mangia lentamente in perfetta solitudine, mentre uno specchio ne riflette l'immagine: semplicità e perfezione. Il personaggio di Clay è l'ultima grandiosa creazione di Welles che recita praticamente da fermo, il volto truccato in modo da accentuare fino alle soglie del mostruoso le devastazioni del tempo: un uomo ricchissimo e senza compassione, nel cui tentativo di trasformare in “fatto” un racconto è la pretesa di abolire l'anarchica e inespropriabile libertà della fantasia, della creazione romanzesca. Ancora una volta, e in modo più immediatamente riconoscibile, Welles mette in scena la violenza del Capitale (“Quando si parla di me, si parla di un milione di dollari”) che pretende di ridurre ogni cosa al suo valore di scambio (e per questo non può concepire l'amicizia, o la speranza di cui parlano le profezie, o l'amore) e si circonda di servi (quasi) annichiliti come il contabile Levinsky (“Il mio padrone vuole che lei vada da lui. E poiché lo vuole, lei ci andrà”). Ma il tentativo è destinato al fallimento, le infinite possibilità del racconto (cioè della vita), che egli vuole imbrigliare, trovano percorsi laterali e inopinati: i protagonisti della messinscena – con la loro peculiare e imprevista psicologia, coi loro sogni sovrimpressi al racconto cui stanno dando vita – non saranno complici della volontà ordinatrice-distruttrice di Clay, vanificandone gli sforzi. Il racconto non diventerà fatto, l'ordine dell'immaginario non sarà sottomesso a quello della cronaca, il Potere è stato sconfitto. Nella spossata esibizione della sua Fama come nello stizzito rifiuto d'una realtà che sfugge al suo controllo, il vecchio avverte finalmente l'isolamento della sua condizione (il “peso della corona” di shakespeariana memoria), l'inutilità del suo regno, la propria esclusione da tutto ciò che è vivo, la tragica impotenza della sua superbia davanti a forze più grandi; quelle forze “della dissoluzione” che ha creduto di tenere lontano con montagne di denaro e di cinismo, assaporate per un momento attraverso l'orgoglio illusorio del creatore/regista e l'ansia desiderante del voyeur, e che ora lo inghiottono con l'eco lontana udibile in una meravigliosa e rara conchiglia.