Spettacolo musicale

STOP MAKING SENSE

TRAMA

Perché Stop Making Sense?
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Perché un film?
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Perché un tour?
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Perché i musicisti entrano gradualmente?
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Cosa farà la band la prossima volta?
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Da dove vengono quegli strani movimenti?
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I concerti sono migliori o peggiori dei dischi?
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Perché nessun effetto speciale nel film?
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Perché un abito enorme?
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Perché è stato usato un sistema digitale per il suono?

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Dicembre 1983. I Talking Heads in concerto all’ Hollywood’s Pantages Theater.

RECENSIONI

Il regista

Robert Jonathan Demme (Baldwin, 22 febbraio 1944) comincia lavorando come regista e sceneggiatore nella factory di Roger Corman. Da sempre attratto dai generi, che ama contaminare, firma una serie di titoli peculiari e programmaticamente inclassificabili: dal carcerario, exploitation movie Femmine in gabbia, strizzatina d’occhio consapevole alla serie B, all’hitchcockiano Il Segno degli Hanna (1979); da Una volta ho incontrato un miliardario, commedia sul sogno americano rivisitata con coscienza quasi nouvelle vague (la stessa che lo portò, nel 2002, all’azzardato remake di Sciarada, The Truth about Charlie), fino a due grandi successi: Qualcosa di travolgente (1986) - ancora un film mutante che dallo slapstick passa al dramma fino al thriller - e Una vedova allegra… ma non  troppo (1988).


Il silenzio degli innocenti (1991) è la consacrazione: successo di pubblico e critica e i cinque maggiori Oscar (film, regia, attore, attrice e sceneggiatura). Philadelphia (1993) è l’ultimo clamore al botteghino, il successivo, lo sfortunato Beloved (1998), dall’omonimo romanzo di Toni Morrison, rimanendo comunque il suo capolavoro misconosciuto.
Dopo il discutibile remake di Va’ e uccidi, The Manchurian Candidate (2004), gira il pregevole Rachel sta per sposarsi (2008).
Molto attivo sul fronte documentaristico, con la sua casa Clinico Estetico (The agronomist per tutti), e sempre a stretto contatto con il mondo della musica, le dedica grandissima attenzione e spazio nel suoi film (le prestigiose colonne sonore)  e, a parte i Talking Heads di Stop Making Sense, dedicherà lavori a Robyn Hitchcock, Neil Young (ben tre) ed Enzo Avitabile.

La Band

Nel 1983 i Talking Heads sono un gruppo giunto a un punto cruciale: la collaborazione con Brian Eno si era esaurita con l'epocale Remain in Light, il relativo tour mondiale era stato un trionfo, tutti i membri avevano partorito (ottimi) progetti solistici: David Byrne, oltre al disco-faro My Life in the Bush of Ghosts, con Eno, aveva pubblicato The Catherine Wheel per la coreografia di Twyla Tharp; Jerry Harrison aveva dato alle stampe il sorprendente The Red and the Black, Chris Frantz e Tina Weymouth, dando vita al progetto Tom Tom Club, col disco omonimo avevano spopolato, raggiungendo livelli di vendite sconosciuti agli Heads.
Speaking in Tongues, il disco che si sobbarcava della pesante eredità e spazzava via le incertezze relative alla sopravvivenza della band, ottiene un largo consenso, vende meglio del “pesante” predecessore, ma, a fronte del magnifico songbook, patisce l'assenza delle strategie sonore di Eno: la produzione si rivela eccessiva e squilibrata, sbilanciata da un'esasperata ricerca dell'effetto; dalla voce di Byrne costantemente filtrata; da brani magnifici ingabbiati in curatissime quanto artificiose gabbie sonore. Il disco, imprescindibile accessorio di qualsiasi scenario radical chic degli anni Ottanta (Bret Easton Ellis lo eterna in un passaggio memorabile de Le regole dell'attrazione), si muoveva a metà strada tra le sperimentazioni del precedente (il titolo, che si riferisce all'uso di lingue sconosciute dei predicatori in estasi religiosa, si richiama direttamente ai temi e alle suggestioni di Remain in light e al lavoro sulle “voci trovate” fatto da Eno e Byrne in MLITBOG), ancora insistendo sulla musica nera, con ampie concessioni al funky e al soul, ma distanziandosene attraverso un approccio più disincantato e meno intellettuale. La copertina e la versione in picture-disc erano creazioni di Robert Rauschemberg.


Il tour promozionale presenta il gruppo al meglio della forma, con un suono scintillante che, fortunatamente, butta a mare i sovrabbondanti orpelli che soffocavano l'ultima creatura: si confrontino, solo come esempio, le tracce registrate in studio con le trascinanti, viscerali versioni concertistiche di brani come Burning Down the House, Girlfriend is Better o Slippery People (quest'ultimo letteralmente nasce a nuova, esaltante vita).
Jonathan Demme assiste a una performance e ne rimane impressionato al punto da proporre al gruppo di trarre un film dall'esibizione: È stata l'unica volta che mi è capitato, alla fine, di uscire pensando ossessivamente di trarre da quella cosa un film. (...) Il progetto visivo dello spettacolo stesso era fortemente cinematografico. Penso che tutti i membri della band siano insolitamente carismatici, molto coinvolti ed eccitanti da guardare. A parte questo ho avuto dallo spettacolo una strana impressione narrativa, che non potrei descrivere - che non tenterò neanche di descrivere -, l’impressione che stessi guardando una specie di storia, come se sul palco si presentasse un gruppo di nuovi personaggi ogni volta che David attaccava una canzone. Me ne sono andato sentendomi commosso, stimolato e divertito. Ho pensato che fosse molto di più del solito, meraviglioso concerto.
(da Start Making Sense: an Interview with Jonathan Demme, Michael Dare, L.A. Weekly, 1984)

IL FILM

This is America's peerless rainbow-funk-art-and-party band, and Demme makes it seem like they're playing just for you.
(Peter Travers, Rolling Stone, 1984)


Cosa rende Stop Making Sense un capolavoro, modello a tutt'oggi insuperato di film concerto (ma il regista insiste sulla definizione film-spettacolo)?
Quanto accade sulla scena innanzi tutto: il film all’inizio mostra il palco nudo, privo di scenografie: lo spettacolo è trasparente nel suo farsi e comincia con il solo Byrne che attacca Psycho Killer accompagnato dalla sua chitarra e da un mangianastri che rimanda la base ritmica. Nel secondo brano, Heaven, entra Tina Weymouth e alla chitarra si associa il basso; nel terzo (un'esaltante versione di Thank You for Sending Me an Angel) Chris Frantz è alla batteria; solo nel quarto (Found a Job, con la finale ripresa laterale, momento che cattura con pienezza miracolosa la dinamica strumentale ed esalta quell'incrocio di chitarre elettriche lineari,  secche, precise – quella martellante di Byrne, quella a ricamo sublime di Harrison – che si era affermata, all'inizio della loro carriera, come la marca della band e che sarebbe stata soluzione straimitata nei due decenni a venire) il gruppo è al completo e suona il brano mentre i tecnici al lavoro continuano ad allestire il palcoscenico. Mano a mano che il concerto avanza altri musicisti si aggregano e nuovi elementi si aggiungono alla scenografia: tutto il film si compone come una graduale storia musicale del gruppo - dal rock minimale degli esordi al massimalismo degli ultimi dischi - ogni brano ha un diverso impatto scenico ma indissolubilmente legato al precedente.


L'aspetto cangiante della performance è affidato a poche e semplici idee, ma decisamente efficaci: pannelli luminosi, gigantografie, giochi di luci imprevisti (che siano quelle sparate dal basso per What a Day That Was, che vestono i volti dei membri del gruppo con ombre che paiono maschere tribali, o siano quelle improvvisate da un addetto che diffonde un fascio di luce con un faro sul palco buio), un costume che non è un costume (il geniale big suit indossato da Byrne), una lampada a stelo accesa (Home/ is where I want to be...); i movimenti dei musicisti, tra coreografia e improvvisazione, che assecondano la musica con una gioia e un godimento evidenti; l'incredibile, energetica, strampalata performance dell'irrefrenabile uno-nessuno e centomila David Byrne, autore dell'impianto scenico. Puntando su una messa in scena minimale e priva di colori (le attrezzature vennero mimetizzate o dipinte di nero, i musicisti indossavano vestiti opachi, le luci erano per lo più bianche) David Byrne cercava quel nitore che aveva notato nelle produzioni del regista teatrale Robert Wilson (il light designer, Beverly Emmons, aveva appunto lavorato col maestro americano) e oggi dichiara di essere stato influenzato dal teatro asiatico e dalla sua tendenza a non nascondere gli artifici («Nel buranku i burattinai manovrano le marionette sotto gli occhi di tutti, nel kabuki gli assistenti salivano sul palco per aiutare l’attore a trasformare il costume» scrive Byrne nel suo volume Come funziona la musica). Lo stesso grande exploit scenico, il big suit, l’abito extralarge che il musicista indossa per Girlfriend Is Better nasce dalle medesime suggestioni («Una sera a Tokio lo stilista Jurgen Lehl citò il vecchio adagio secondo cui sul palco tutto deve essere più grande. Ispirato scarabocchiai l’idea per un look da palco. Un completo, ma più grande e stilizzato come un costume di scena del teatro No», ibidem).


E poi c’è la musica, naturalmente: canzoni di bellezza cristallina che centrifugano l'esperienza del gruppo con momenti di sabba parossistico (Life During Wartime), ironici deragliamenti arty (Making Flippy Floppy), flash dal villaggio globale rappresentati con la debita, schizoide (anti)teatralità (Once in a Lifetime o la marziana-marziale Swamp, con Byrne che si effetta la voce da solo).  
Ma non meno fondamentale fu la capacità di Demme di restituire senza filtri l'energia, la passione, l'entusiasmo del palco, di preservare l'aspetto deviantemente narrativo dello spettacolo, di concedere spazio a tutti i musicisti, di fare dell'esibizione un evento che prescindeva dalla dimensione live (il pubblico non viene inquadrato se non alla fine), una sorta di alieno e gaudente rito musicale privo di coordinate spazio-temporali. L'insieme di questi elementi fecero di Stop Making Sense un vero istant-classic, immediatamente incensato, un'opera che prescinde dal genere per assurgere a grande film tout court (è ancora oggi il miglior risultato di Demme), la classica esperienza in cui cuore e cervello sono egualmente coinvolti, che non accetta confronti con altri similari progetti, precedenti o successivi, e che ha anche l'ulteriore merito di eternare l'esaltante esperienza live di una band seminale che non oserà andare oltre: sarà l'ultimo tour del gruppo.[1]

Demme dixit

Nell'ultima pagina del booklet dell'album che contiene la colonna sonora c'è una serie di domande. Vorrei portene qualcuna.
Uh oh.

Perché nessun effetto speciale nel film?
Ho pensato che qualsiasi effetto speciale avrebbe offuscato la ricchezza della pura performance, di conseguenza non li ho previsti e non ce ne sono stati.

Perché un abito enorme?
Per far sì che la sua testa apparisse più piccola.

Da dove vengono quegli strani movimenti?
Sì, sono ottime domande. Da dove vengono quegli strani movimenti?

Perché Stop Making Sense?
Ottima domanda.

(da Start Making Sense: an Interview with Jonathan Demme, Michael Dare, L.A. Weekly, 1984)

Quindici modi in cui Stop Making Sense ha cambiato la musica per sempre → qui


[1] La produzione discografica del gruppo proseguirà ancora qualche anno con tre lavori: Little Creatures (1985), il loro più grosso successo commerciale, True Stories (1986, in cui, come per il precedente, Byrne spadroneggia) e Naked (1988) che in apparenza riequilibra l'assetto del gruppo anche se la cosa suona oggi come l'ultima concessione di Byrne agli altri membri, stante il fatto che alla fine delle session il musicista considerò conclusa la parabola dei Talking Heads. Nel 1989 David Byrne pubblicava da solista Rei Momo e lo portava in tour, riprendendo quell'attività concertistica interrotta proprio all'indomani di Stop Making Sense. Solo nel 1992 veniva ufficializzato lo scioglimento, non privo di strascichi, della band.
Una reunion "coatta" (tre brani suonati dal vivo) si consuma nel 2002, con un Byrne solo formalmente presente, per l'inclusione dei Talking Heads nella The Rock and Roll Hall of Fame [foto].
Così Chris Frantz, in una recente intervista: «Non c’è stata alcuna rottura. Ciò che accadde fu che David abbandonò il gruppo. Credo che si sia sempre sentito in qualche modo più importante della band stessa e ritengo che la pensi ancora così. Ma non c’è mai stata alcuna discussione o un momento in cui ci siamo detti: “Ok, ci sciogliamo”».