Drammatico

STONE

Titolo OriginaleStone
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Genere
  • 66542
Durata105'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonima opera teatrale di Angus MacLachlan
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Jack Mabry, agente correzionale quasi alla pensione, deve decidere del rilascio sulla parola del detenuto Gerald “Stone” Creeson. E’ l’inizio di un confronto che lo coinvolgerà personalmente.

RECENSIONI


C’è stato un tempo, parlo solo di qualche anno fa, in cui pensavo che Edward Norton fosse il miglior attore americano in circolazione, assieme a Leonardo Di Caprio, ma se quest’ultimo, consacrandosi al cinema d’autore (sarà prossimamente Hoover per Eastwood - Oscar? -, poi il grande Gatsby per Luhrmann, per approdare infine tra le braccia di Quentin Tarantino), ha mantenuto sempre alto il suo standard, intraprendendo un percorso fatto di pochi lavori, molto ponderati, lo stesso non può dirsi per Norton che un po’ si è dato via consapevolmente (robe indegne per chiunque, come The illusionist), un po’ ha puntato su film zoppi (l’amara commedia coeniana Fratelli in erba, nella quale, peraltro, forniva una prova virtuosistica incorniciabile), altre volte, pur azzeccando il titolo (la sottovalutata tragedia poliziesca Pride and Glory), lo ha visto passare sotto silenzio. Il cammino accidentato di questo magnifico interprete ha finito col bruciare delle premesse assai chiare, ovvero quelle che lo indicavano come l’erede di una scuola attoriale che vedeva Marlon Brando come decano e Robert de Niro come suo erede. Queste premesse erano state stentoreamente messe su pellicola: The score di Oz era il film-pretesto che riuniva prima (Brando) e seconda (De Niro) generazione indicando con chiarezza la terza (Norton). Dopo quel fuoco fatuamente profetico, invece, poco di davvero rilevante è accaduto e quanto ciò sia un peccato, quanto Norton invece meriterebbe un carrierone degno di quella profezia ce lo dice, per l’ennesima volta, questo Stone.


Diretto da John Curran (altri tre titoli all’attivo, nessuno memorabile - il penultimo, Il velo dipinto, anodina trasposizione di un Maugham non certo nuovo per lo schermo, ancora interpretato da Norton -), il film è tratto dall’omonima opera teatrale di Angus MacLachlan (autore anche dell’adattamento), responsabile dello script dell’apprezzato Junebug di Phil Morrison che, al netto dello sfondo thriller, si riconduce a questo film per moltissimi aspetti.
Sempre molto attento al gioco attoriale che finisce col sostanziare e caratterizzare ogni sua opera, Curran impernia la pellicola sul duello interpretativo, ponendo sulla griglia del campo-controcampo De Niro da un lato (Jack Mabry, anziano parole officier di un istituto di pena) e Norton dall’altra (Stone, detenuto coinvolto nell’omicidio dei nonni, che spera in un parere positivo del primo per ritrovare l’anelata libertà).
La scena primaria (l’incipit vede il giovane Jack minacciare di buttare la figlioletta dalla finestra qualora la moglie decidesse di lasciarlo; la donna si arrende e sottomette la sua esistenza a quelle parole - l’insetto spiaccicato dalla chiusura della finestra è l’immagine del tentativo fallito di liberarsi -) contiene il nucleo tematico del film: dietro la quieta vita di una coppia (ritratta in chiesa nella scena successiva, al tempo attuale della narrazione, a dire che gli anni sono trascorsi e l’allarme è apparentemente rientrato) c’è un inferno di repressione e una follia prevaricatrice che solo una lucida rassegnazione riesce a tenere sotto controllo, ma che non smettono di tormentare, in diverso modo, marito e moglie. La situazione esistenziale dei coniugi Mabry viene chiarita attraverso poche pennellate: l’acquisto di due bottiglie di whisky – in casa l’alcool è ingollato in larghe dosi da entrambi -; lo sguardo eloquente di Jack a una bella fanciulla che incontra il suo ragazzo; la radio accesa su un’emittente episcopale, ossessiva, martellante; i deprimenti puzzle cui la moglie si dedica mentre il marito è sprofondato sul divano davanti al televisore, riproposizione in chiave falsamente pacificata del violento incipit.


Ciò che fa deflagrare tutto è Stone: il giovane che appare nell’ufficio di Jack non è altri se non il suo inconscio fatto carne, un inconscio capace di proporsi in termini dialettici, di argomentare e seminare dubbi; è la voce di una verità avita che Jack non ha voluto mai ascoltare, una voce che ha soffocato per anni e che adesso espone le sue ragioni e chiede il conto.
Che quella di Stone sia una figura in qualche modo simbolica ce lo dice il primo incontro tra i protagonisti: si ha subito l’impressione che il giovane conosca Jack e le sue debolezze, che abbia immediatamente carpito il quadro ipocrita in cui l’anziano ufficiale, oramai alle soglie della pensione (Stone è, ovviamente, l’ultimo caso della sua carriera) ha collocato la sua vita. Ai fini prettamente narrativi la strategia del detenuto serve a far entrare in scena la sua avvenente consorte, Lucetta, che tenta di manipolare Jack e porlo in una posizione ricattabile; descrittala come un’aliena, la creatura di un altro mondo, al fine di scatenare la curiosità dell’uomo, Stone, con studiata indifferenza, sonda il rapporto coniugale di Mabry e la conseguente vita sessuale dopo più di quarant’anni di matrimonio e non lesina, di contro, in particolari sulla sua attività erotica con Lucetta (Ho intenzione di metterti delle immagini in testa che ti terranno sveglio la notte).


Su un piano di definizione dei personaggi, invece, la strategia manipolatoria di Stone è solo il motore tematico che dà avvio allla crisi esistenziale di Jack e ha la funzione di aprire quella porta interiore che l’uomo, complice una religione dietro la quale l’ha camuffata, ha tenuto sigillata per anni. Infatti Stone, a un certo punto, cambia rotta: cominciato un percorso spirituale (che potrebbe essere autentico o solo un ulteriore tassello della sua strategia), trovata la forza di resistere dentro un carcere che lo stava portando al suicidio, non sentendosi più (o, semplicemente, non mostrandosi più) in uno stato di sudditanza rispetto a Jack e alla decisione che questi prenderà, ostentando platealmente la forza interiore raggiunta, facendo apparire Jack come un uomo debole e frustrato che oramai non può più influire sul suo destino anche volendolo, il detenuto arriva a rappresentare davvero lo sguardo nell’abisso del vecchio agente (Sono pulito quanto te) e sembra abbandonare dunque l’idea corruttoria, anche se la seduzione di Lucetta si è già concretizzata in una relazione clandestina. La raggiunta autonomia psicologica di Stone (o, semplicemente, il suo diabolico piano di demolizione dell’antagonista) rappresenta il sovvertimento degli equilibri in campo: Jack perde il controllo della situazione, sapendo di non avere più il destino di Stone nelle sue mani, tanto che viene avvertito dallo stesso giovane della circuizione di Lucetta (Ti fotterà, amico). Da quel momento il tracollo della vita dell’agente è segnato: la ribellione di sua moglie, sottomessa per anni, che incendia (anche simbolicamente) la casa (incendio che rispecchia l’altro, anch’esso liberatorio, appiccato da Stone a casa dei nonni); la volgare e ricattatoria avance del vecchio, la cui libido è allo stato brado, alla collega che prende il suo posto in ufficio; l’aggressione a Stone, tornato libero.


C’è molta carne al fuoco insomma, ma il film, pur ripiegato integralmente su dramma e personaggi e contando su una regia solo corretta, riesce a esporre con la dovuta ambiguità il rimpiattino psicologico dettato dai percorsi opposti dei suoi protagonisti, seminando molti dubbi, non contando, il gioco tra gatto e topo che viene a innescarsi, su nessun dato certo e conclusivo: se Stone dall’inferno cerca di risalire, Jack lentamente sente di scendervi, mentre uno vede la luce fuori dal tunnel, l’altro si addentra nel suo lato oscuro, non essendo assolutamente in grado di affrontare le mostruosità che vi si celano e che intimamente lo rappresentano: nell’incrocio fatale delle traiettorie si illumina la consapevolezza reciproca dell’espiazione come destinazione comune, prescindendo dalle condizioni di libertà e di detenzione dell’uno e dell’altro.


Lontano da certi toni fintissimi da commedia drammatica adulta (il mediocre I giochi dei grandi - Nichols, dove sei? -) o, peggio, dallo stereotipico birignao letterario e patinato de Il velo dipinto (Ivory, ti vogliamo bene), Curran in questo caso modula con maggiore polso la banda interpretativa e ne fa punto di forza tanto decisivo da determinare l’esito finale, facendo dimenticare certe legnosità di messinscena, le promesse mancate e le semplificazioni di uno script diseguale: il ruolo di Jack (ri)trova un De Niro calibrato ed efficace, quello di Stone è esaltato dall’interpretazione cesellata di un Norton semplicemente sublime, piena di sfumature, ricca di toni, tic, preziosismi in punta di carattere, mai fuori registro (lo dico? Un po’ alla De Niro dei tempi d’oro). Curran, com’è sua abitudine, dà adeguato spazio ai duetti tra i due mattatori, variati dai perfetti contraltari rappresentati dalle consorti: una dolente Frances Conroy e, in particolare, Milla Jovovich che gestisce con innegabile bravura il suo ruolo di sacrosanto oggetto del desiderio.