Fantascienza

STAR WARS III: LA VENDETTA DEI SITH

Titolo OriginaleStar Wars: Episode III – Revenge of the Sith
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2005
Durata146'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Anakin Skywalker e Obi-Wan Kenobi s’imbarcano nella missione di salvataggio del Cancelliere Palpatine, tenuto in ostaggio dal perfido Generale Grievous. Ma questa feroce battaglia è solo il primo di una serie di eventi che porteranno Anakin a mettere a rischio la sua amicizia con Obi e la sua fedeltà alla Repubblica, per salvare dalla morte per parto sua moglie Padmè. Sedotto dal lato oscuro della forza, Anakin si trasformerà infine nel malvagio Darth Vader.

RECENSIONI

Il rito collettivo è cominciato e "La vendetta dei Sith", grazie a un marketing senza uguali e con la complicità della critica che pare essersi divertita come non mai, è pronto a invadere i cinema del pianeta. Forse ha ragione George Lucas dicendo che i fan della saga si dividono tra chi ha più di venticinque anni, i detrattori della nuova trilogia che fremono ancora rivedendo la prima, e chi ne ha meno di venticinque, gli ignari della triade capostipite pronti a stupirsi per i prodigi tecnici degli ultimi episodi. Sta di fatto che il capitolo conclusivo, pur nello sfavillio di una confezione stupefacente, continua a deludere chi si aspetta di partecipare con un minimo di passione agli stellari eventi. I problemi cominciano già con la didascalia iniziale, sempre obliqua e tendente all'infinito come vuole il mito, in cui il breve e complicatissimo sunto accende subito un punto interrogativo nello spettatore fedele ma non ossessionato. Per fortuna Lucas riesce a creare un "qui ed ora" in grado di rendere elementari (e comprensibili) le dinamiche narrative e costruisce conflitti dai presupposti coinvolgenti. Purtroppo, però, i personaggi non godono di alcuno spessore e l'ambiguità dei contrasti finisce per risolversi banalmente a suon di smazzolate laser. La fascinazione del male, il lato oscuro della forza, subita da Anakin Skywalker attraverso la manipolazione dell'infido Palpatine, è il perno del racconto, ma la sua scissione ha una problematicità solo di facciata, perché Bene e Male risultano entità comunque chiare e riconoscibili, di cui viene negata la coesistenza. O stai di qua o stai di là, con buona pace di chi cerca conforto al proprio "naturale" malessere nelle sfumature. Il profondo conflitto di Anakin poteva quindi trovare una soluzione più interessante di un Dottor Jekyll che sceglie di diventare Mr. Hyde. Così come appare sbrigativa la consapevolezza acquisita dalla senatrice-bambola Padmè Amidala, vittima di un amore da telenovela (e di un parrucchiere che ama l'azzardo). Anche Obi-Wan Kenobi, futuro maestro di saggezza, si riduce a uno spadaccino dalla battuta pronta tutt'altro che carismatico. L'unico che continua a effondere un  naturale magnetismo è ancora il piccolo Yoda. Quanto alle scene di battaglia e ai molti combattimenti, godono di una resa visiva impareggiabile a causa dei tanti dettagli che vivacizzano ogni inquadratura, ma le coreografie non garantiscono stupore e di tensione è inutile parlare. L'epilogo di ogni scontro è infatti sempre prevedibile. Tra le tante sequenze movimentate, troppo caotica quella di apertura e bruttarello, perché traboccante pixel, lo scontro finale con sfondo lavico (pare, stando alle note di produzione, si tratti dell'Etna in eruzione), mentre colpisce la capacità di Lucas di tenere sotto controllo l'enormità visiva che arricchisce senza sosta l'azione sul pianeta in cui ha trovato rifugio il cattivo e zampettante Generale Grievous (anche se i ragni di "Starship Troopers" facevano molta più paura). In cotanto splendore digitale gli attori si perdono un po' meno rispetto agli episodi precedenti, ma nessuno si distingue per particolare espressività. L'aspetto più piacevole della roboante visione, che farà comunque sfracelli al botteghino, è nella sua funzione di raccordo con il primo episodio della prima serie, l'ormai remoto "Guerre Stellari" del 1977, anno in cui tutto cominciò. In pratica si creano a posteriori le premesse della saga e le ultime immagini, sempre più affini a quelle che hanno generato il mito, producono una sorta di spaesamento temporale non privo di fascino. Non si tratta di mera nostalgia, anche se forse la sensazione di ineluttabilità che si percepisce ha poco a che fare con il cinema. È la consapevolezza di un cerchio che si chiude intorno a personaggi che hanno accompagnato, da vicino o lontano poco importa, la crescita, perlomeno anagrafica, di ognuno di noi. Può sembrare poco, ed è senz'altro riduttivo attribuire al film il solo valore della rimpatriata tra vecchi amici, ma è probabilmente uno degli stimoli più forti che porterà lo spettatore globale a varcare con eccitazione la soglia del cinema e ad uscire con la faccia da Gioconda, indolente, prossima alla delusione, ma finalmente riconciliata.

L'ultimo capitolo della nuova trilogia è il migliore dei tre. La qualità degli effetti speciali digitali è stata ulteriormente migliorata, anche se non sembra superare la perfezione di quelli de “Il ritorno del re” (2004). Gli ambienti sono molto più vari dei precedenti, e anche la sceneggiatura è più curata e articolata, senza tuttavia essere all'altezza della vecchia saga. La regia è nella media, così come il montaggio (prevale quello parallelo con un omaggio esplicito al padre del cinema spettacolare americano: E. W. Griffith).
I temi di questo episodio sono ancora più cupi e tenebrosi di quelli precedenti: il tradimento, la discesa nell'abisso della perdizione, lo scontro mortale tra vecchi alleati, ma soprattutto la morte, sia fisica –quella della co-protagonista - che morale - quella del protagonista -. Queste tematiche sono accompagnate per tutto il film da molteplici motivi e figure tipiche del cinema gotico classico, quando non da aperti omaggi e citazioni: il volto sfigurato e scarnificato del nemico; i costumi delle due fazioni in lotta - immacolati per i buoni, mantelli scuri per i cattivi -; la nascita di Dart Fener messa in scena come la resurrezione del mostro di Frankenstein - con tanto di tavolo operatorio e alambicchi -; la furia degli elementi a fare da sfondo alle azioni e ai sentimenti dei personaggi; e soprattutto un sentimento insistito di perdita, perdizione e disfacimento che cala come un ineluttabile sudario sul destino dell’universo e di tutti i personaggi. E' il capitolo dedicato ai cattivi, alla loro genesi e trionfo. Purtroppo però i dialoghi non sono all'altezza delle ambizioni del progetto, lasciando spesso a desiderare. La trama narrativa è troppo sfilacciata per reggere il complesso ordito del racconto, mentre spesso si percepisce con fastidio la sensazione che la storia non sia altro che il pretesto per la messa in scena dei "mirabilia" tecnologici degli effetti speciali. Scene memorabili: la battaglia stellare all’inizio del film, e la nascita di Dart Fener.
Anche in questo capitolo Lucas gira tutto in digitale ad alta definizione. Il risultato è notevole e molto convincente a livello visivo, però non supera gli standard del cinema fantastico attuale (“Il signore degli anelli”, “Matrix”). L'enorme quantità di computer grafica e la sua varietà tentano di mascherare la qualità ormai standardizzata dell'effetto, ma non sempre ci riescono. E' ancora da stabilire quanto profondamente questa trilogia cambierà la storia del cinema e delle sue tecnologie (il super digitale soppianterà la pellicola?), e se innescherà una rivoluzione pari a quella inaugurata dalla vecchia trilogia (che rimane ancora la preferita dai fan over 25).

Gli investimenti sull’esalogia di Guerre Stellari sono senza paragoni nella storia del cinema, non stiamo parlando della sola questione monetaria (di fatto incommensurabile a qualunque altra cosa) ma dell’intreccio di industria, cultura pop, fanatismo e memoria individuale che ha fatto – e continuerà a fare – di questo corpus una pietra angolare per la comprensione dell’evolversi della cultura popolare, del gusto e del marketing di fine millennio. Nonostante tutto ciò, in questo momento, affrontare il terzo capitolo della saga galattica è una questione irta di spine, si presenta una svolta: nel complesso drammatico sono cruciali la fine della Repubblica e del consiglio dei Jedi, il sorgere del Lato Oscuro e della Resistenza ma d’altro canto sappiamo che ben altre vicende si svolgeranno, con tutt’altri personaggi, ad una distanza di, diciamo, circa vent’anni.
E’ proprio in questa duplicità che si consumano le disfunzioni, la distinzione appena fatta tra le due trilogie può certo apparire pretestuosa, riduce a pensare questa prima trilogia come rush finale a ritroso che completa un sogno, le attese di un popolo – di fan in attesa - quasi si trattasse di un dettagliato flashback dopo la festa ed i fuochi d’artificio dell’ episodio VI. Non mettiamo certo in discussione che tra dieci anni tutto questo sarà superfluo, il primo episodio verrà visto prima del IV (è così ovvio!) e allora la percezione sarà del tutto differente: si potrà parlare di un possibile disegno complessivo che fa dell’età della decadenza dell’impero, con le sue fastose architetture digitali, la curiosa partizione drammaturgia (sbilanciata, non si può negare) un “luogo” di buio e luci definite, confusione nell’azione, alta tecnologia ed una certa mollezza dei costumi come si evince bene dai pomposi dialoghi. La seconda trilogia sarà invece, spartana, figurativamente legata alla materia ed alla terra, in cui la tecnologia mostra la sua sconfitta, la disillusione segna il dialogo ed il sottinteso è un veicolo necessario alla sopravvivenza, elementi sfruttati da una regia complessiva scarna e classica in cui la cadenza degli avvenimenti è strutturata secondo un chiaro progetto. Una differenza, come diciamo poco sopra, che è data dalla materia trattata, una funzionale corrispondenza di regimi retorici.
Di fatto, ora, siamo in condizioni completamente differenti e davanti agli occhi danza scomposto questa “Vendetta dei Sith”, un agglomerato esplicativo più che strutturante la cui tensione non è tanto alla costruzione armonica di una continuità con i precedenti Episodio I e II quanto a stringere i fili dei sottintesi che reggono la fascinazione della trilogia storica.
Brevi appunti mentali di inutilità e risposte (mal date) a domande mai poste : l’aspetto da vecchia mummia dell’imperatore, la cicatrice sulla testa di Darth Vader, il medesimo costretto all’outing sulla sua natura di mostro frankensteiniano, la provenienza di Chewbekka, l’esilio di Yoda, il metodo per parlare con i morti, il salto mortale carpiato per giustificare il buco nella memoria del droide diplomatico (una vertigine di spazio tempo se solo ci si sofferma).
Il dubbio è enorme, già con “La guerra dei Cloni” ci eravamo interrogati su queste tematiche ma la stessa andatura piana dei primi due capitoli non poteva fare presagire un’accelerazione improvvisa-ta: sommersi da pezze atta a soddisfare spettatori in attesa (e di portafogli aperti se il solo merchandising di Star Wars ha fruttato circa 4 miliardi di dollari, fin qui e non sono decollati del tutto la serie animata e il telefilm), tutto si perde, l’aggiornamento stilistico, che si fa evidente nei combattimenti, confusi e arzigogolati (ma soprattutto confusi, proprio come nell’ultimo Scott) non si integra, i registri narrativi cozzano (dal romanzane, al kammerspiel, alla pura azione Lucas le ha provate un po’ tutte) spezzettando il disegno complessivo sino alla sua dissoluzione. Come uno shooter qualunque Lucas concepisce ogni sequenza come unità slegata, non c’e’ un progetto di continuità che non sia puramente figurativo e ci si può convincere senza molta difficoltà che questo sia solo un costosissimo catalogo di quello che LucasArts può fornire. Anche qui poche soddisfazioni, non tutto è impeccabile come dovrebbe, a partire dall’animazione di alcune figure di secondo piano (gli esserini che "fanno il pieno" alla navetta di Obi-wan, per esempio) cosa inaccettabile nell’epoca de Gli incredibili  ma anche solo quando una produzione “minore” riesce a mettere in campo “The Chronicles of Riddick”, un progetto multimediale che esce dalla scuola di Lucas ma che ha ben altro coraggio quanto a costruzione della saga.
La retorica basata sul sottinteso, sull’ambiguità che sorregge –per quanto ancora? – “Guerre Stellari”, “L’impero Colpisce ancora”, “Il Ritorno dello Jedi” e che ha permesso la fusione di questi con la cultura popolare, dai
Grossfilm col marchio UFA (non solo “Metropolis”, ampiamente citato, ma pure “Wunder der Schoepfung” del 1925) fino alle favole magiche si è qui disintegrata. Rimangono secondari una sceneggiatura congestionata ed un dialogo oltre i limiti dell’udibile;il doppiaggio italiano è ben sotto i consueti pietosi standard, Anakin con la voce di Francesco Pezzulli è un unidimensionale ragazzino viziato, ma d’altro canto Christensen non fornisce grandi appigli mimici; la Portman si limita ad essere un bel cadavere.
Quanto speravamo di riuscire a sistematizzare dopo il decoroso Episodio II rimane ancora misterioso, ma se il quadro complessivo (forse) si nasconde il singolo accadimento è disperante.

Furono tre gli elementi decisivi per il successo galattico della prima trilogia di Star Wars, di cui quello che oggi si conclude è il prequel: un vivace e avvincente plot romanzesco per ragazzi, nelle sue varianti avventurosa e favolistica; una componente mitologica capace di affascinare anche un pubblico più adulto ma disponibile ad essere sospinto “tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…” – uno degli stilemi con cui principiano favole e leggende; e un’inesauribile ma disciplinata fantasia visiva al servizio dei primi due. Peraltro, già sul primo film (Episodio IV – Una nuova speranza, 1977) si levarono gli strali della critica più accigliata, che accusò Lucas di voler fomentare ora una forma di irrazionalismo misticheggiante e regressivo, ora un sincretismo formale e ideologico (attinto con equanimità al fumetto, alla cinematografia giapponese, al western, alla saga di Tolkien, alla Tetralogia wagneriana), confuso e ambiguo in pericolosa misura (1).
Per tal modo, dopo averne riconosciuto la presenza, si sminuiva il ruolo giocato nella struttura dell’opera dalla soglia mitopoietica alla quale essa sostanzialmente si richiamava e si dichiarava fedele; soglia la quale non poteva non implicare una funzione determinante da affidare all’apparato di archetipi attivati dal film; nella loro elementarità, certo, ma anche nel loro durevole fascino. E uno dei meriti di Star Wars fu proprio questo: l’aver conferito un nuovo appeal ad antiche leggende; per fare solo un esempio, si pensi al valore simbolico dell’ordine dei cavalieri Jedi con le loro spade(laser) e il loro decalogo morale: quale reincarnazione più accattivante di questa, nella nostra epoca tecnologica, dell’epopea dei cavalieri della Tavola Rotonda e della loro lotta contro le ingiustizie?
Negli altri episodi della prima serie Lucas, pur affidando la regia alle fide mani di Irvin Kershner (V – L’impero colpisce ancora, 1980) e Richard Marquand (VI – Il ritorno dello Jedi, 1983), mostrò di non voler sottrarre la propria narrazione a quella caratura mitologica che ne costituiva la componente più controversa e rischiosa. Essa andò dunque accrescendosi di peso, ma solo sporadicamente a scapito della fabula e delle sue avventurose emozioni.
In tale direzione, venne rafforzandosi la creazione di un mondo che raccoglieva etnie multiformi e distanti per lingua, cultura e costumi (2), e di personaggi fantastici animati però da valori che possiedono radici in ciò che conosciamo; ma si fece anche più corposo il profilo di vicenda iniziatica e morale, e di saga famigliare con evidenti richiami psicanalitici. Questo disegno non poteva che apparentare ancor più Star Wars all’Anello del Nibelungo (3); è veramente difficile infatti non riconoscere i topoi della Tetralogia del compositore tedesco – che a sua volta pescavano nella mitologia nordica e in quella mediterranea: una vera e propria “aria di famiglia”, per noi occidentali – nell’opera del regista statunitense: il padre vuole uccidere il figlio; il figlio si ribella al padre; il maestro guida o sfrutta l’allievo; il fuorilegge è portatore di una rigenerazione morale; l’antica saggezza è stata corrotta dalla brama di potere; il recupero dell’armonia è legato al ritrovato equilibrio tra le forze naturali; la sete di dominio produce solitudine e nevrosi prima, infine una distruzione totale; la sola pulsione positiva che alberga nell’uomo è l’amore, inteso soprattutto come servizio altruistico e dimentico di sé che ripara, spinto fino al sacrificio, i torti dell’universo. Il finale della prima trilogia lucasiana era, sotto questo aspetto, consolatorio, perché il Bene vi trionfava e perfino il Malvagio – meglio, un Malvagio – sapeva ritrovare se stesso, sia pure in limine mortis, e la propria umanità fino a quel punto rinnegata.
Quando nel 1999 uscì il primo capitolo del prequel (Episodio I – La minaccia fantasma), anche la critica più benevola fu concorde nel ritenere il ritorno di Lucas alla saga un completo passo falso (e si sprecarono le ironie à la Mel Brooks: “palle stellari” et similia). Le ragioni di quel fallimento erano di palmare evidenza: il miracoloso equilibrio fra le ragioni dello spettacolo e quelle diciamo così filosofiche era andato perduto. Ne aveva preso il posto una miscela dal ritmo solo apparentemente più vorticoso (perché le battaglie vi infuriavano senza posa), ma immersa in un tessuto narrativo afflitto da pesantissima inerzia, nonostante vi si accalcassero gli effetti speciali; quel film, se ci è concessa la logora metafora, non si librava mai in volo perché non offriva sufficiente spazio (cioè tempo narrativo) alla presentazione e allo sviluppo dei personaggi, dei loro mondi, dei loro dilemmi umani e morali. L’essere umano, anche se di dimensioni ridotte, suscita sempre interesse; il manichino, mai.
L’altro elemento a nostro avviso decisivo nell’affossare Episodio I, fu l’inflazione intertestuale: una sorta di serializzazione del rimando, che sopperiva all’incapacità di inventare una nuova appassionante avventura con l’abuso di link a quella precedente e gloriosa.
Naturalmente, in questo diversivo è sempre presente un ammicco allo spettatore in grado di riconoscere la citazione, l’anticipazione, l’allusione, e dunque di compiacersi con se stesso della propria superiore competenza. Con codesto meccanismo, Lucas contava forse di assicurarsi una facile comoda presso il popolo dei fan, ma il gioco era troppo facile, troppo scoperto, troppo insistito per non mostrare la materia di cui era fatto; e non crediamo di essere sospettabili di prevenzione, appartenendo noi alla categoria degli appassionati della prima ora e della più bell’acqua (4).
In Episodio II – L’attacco dei Cloni (2002), Lucas corse ai ripari, infondendo qualche linfa vitale in una macchina spettacolare che girava a vuoto. In ciò fu aiutato dalla circostanza che il rapporto filiale-fraterno-pedagogico fra Obi Wan e Anakin era ormai divenuto patente e si avviava a replicare o meglio ad anticipare, anche se in negativo, quello fra lo stesso Obi Wan e Luke in Episodio IV.
Il risultato fu ampiamente interlocutorio: la vicenda si avvantaggiò di qualche elemento di tensione discretamente amministrato, ma la noia venne evitata solo a tratti. Difatti, da un lato si rivelò un secco errore l’intrusione di una storia romantica – pur necessaria al disegno della saga – condotta in modo completamente anonimo quando non addirittura insulso (nonostante la bellezza strepitosa dei suoi protagonisti); dall’altro, continuava la difficoltà della sceneggiatura ad architettare e intrecciare i fili del racconto, a seguire l’evoluzione di fatti e coscienze con strumenti diversi dal più elementare espediente: dividere la storia in due tronconi e seguire in quattro-sei minuti il primo, per chiuderlo su un colpo di scena o un momento di suspence e passare in montaggio alternato al secondo troncone, governato in identiche cadenze.
Si confermavano poi l’abuso dei richiami intertestuali e l’opacità dei dialoghi, che nella prima trilogia avvicendavano alla compostezza Jedi di Obi Wan, Luke e Yoda la brillantezza non sopraffina ma godibile delle schermaglie fra i nuovi Stanlio e Ollio – intendiamo la coppia di droidi al servizio di Leia e Luke (5) – e fra Leia e Han.
Nell’ultima puntata della saga, terza in ordine diegetico, Lucas vira quel tanto da essere capace di proporci una macchina spettacolare e drammatica che, giunta al proprio Höhepunkt, non manca di produrre emozione. Anche perché, confessiamolo, il trionfo del Male è assai più interessante del trionfo del Bene: l’interrogativo del pubblico non è mai “perché Tizio ha fatto del bene”, ma “perché Caio si è vòlto al male”. E qui finalmente i fan e gli spettatori tutti ottengono risposta alla domanda che aleggiava sin dal 1977: chi è realmente Darth Vader, quale umanità è stata celata o rimossa con quella maschera di ferro, e perché è così cattivo? Tralasciamo la qualità della risposta per evidenziare come il fatto stesso che sia stata data produce catarsi nello spettatore (e qualche lacrima in quello più emotivo), anche se si tratta di una risposta prevedibilmente luttuosa. Ecco, diremmo che della seconda trilogia questo è l’unico episodio realmente necessario all’appassionato, i primi due procedendo con inalterabile monotonia a raccontar cose prive d’interesse.
Violente percussioni aprono il film e schiudono la scena di una furibonda battaglia spaziale che lascia un po’ stordito lo spettatore non aduso ai videogiochi e alle playstation di n-sima generazione (ma si sa, se la prima trilogia improntò di sé un immaginario, la seconda è al contrario debitrice d’un immaginario già formato). La prospettiva schiacciante e opprimente con cui si apriva Episodio IV è sostituita da una prospettiva opposta, dall’alto verso il basso, vertiginosa e caotica, molto riuscita.
Subito il tono della conversazione fra Obi Wan e il suo indisciplinato allievo, il giovane Anakin segretamente sposato con la bella Padme, ci rivela che Lucas ha cercato – con risultati alterni, ma nel complesso non disprezzabili – di riprodurre quella leggera ironia che era uno dei punti di maggior fusione degli eterogenei ingredienti della prima serie.
L’ironia è affidata soprattutto a Obi Wan, ed è meno frizzante di quella che caratterizzava il personaggio di Han Solo, impenitente cow boy dello spazio; in Obi Wan essa è impassibile e british, se così possiamo dire, coerentemente con l’evoluzione futura del personaggio. Se ne giova anche Ewan McGregor, che gioca di rimessa ma con generosi risultati, e fa il possibile per arricchire il suo personaggio di sfumature protettive, paterne; e infine di un disperato senso del dovere.
Purtroppo, in diversi momenti fa la sua apparizione quella pesantezza didascalica dei dialoghi dei due film precedenti, che dicevano la storia più di quanto la facessero procedere. Per fare un esempio, quando Obi Wan osserva la registrazione dei misfatti di Anakin, non c’è proprio bisogno che al suo volto inorridito e incredulo si sommino le inutili parole “Non posso più guardare”.
In ordine all’insulsaggine delle osservazioni verbali, ancora una volta Yoda regna sovrano; le solenni e un po’ banali massime Jedi sono di molto peggiorate (fatto già penosamente evidente negli episodi I e II), trasformandosi in banalità tout court; per di più, il venerabile Maestro continua a proferirle con la ben nota inversione degli attanti e con una compunzione per lo più del tutto sproporzionata e perciò risibile (ma a lui appartiene anche – sublime eccezione – la battuta più bella e segretamente triste del film: “Dobbiamo imparare a distaccarci da coloro che temiamo di perdere”).
Parlando di banalità, ci corre l’obbligo di accennare a quelle romantiche che già avevano fatto la loro parte ne L’attacco dei Cloni. Esse tornano purtroppo in primo piano, in un plot che continua a penalizzare il personaggio di Padme: l’avevamo lasciata nel primo episodio pugnace guida di popolo, la ritrovammo nel secondo donna innamorata o poco più. Qui rimane a casa a far la calza in attesa del ritorno del suo uomo, fin quasi al finale. Ma quale finale!
Resta naturalmente il personaggio di Anakin, al quale Hayden Christensen offre uno sguardo di volta in volta più tenebroso e talora davvero inquietante; la sua smorfia perversa conosce un certo fascino (sarà il potere del Lato Oscuro ad averci sedotto?), mentre si muove da giovane ambizioso e insicuro, nevrotico e combattuto tra la fedeltà al consesso Jedi, il melodrammatico amore per Padme, i sogni di gloria. Con segni ed esiti rovesciati, e sostituendo all’affezione per la donna quella per gli amici, saranno gli stessi termini del conflitto interiore di suo figlio Luke. Quello di ogni uomo, nella metafora visualizzata dalla favola.
Purtroppo, in Episodio III Lucas non ha perso il vizio dei continui, estrinseci richiami alla prima trilogia, e ciò produce arresti nella vicenda che suonano innaturali (dato il patto di credulità originariamente stipulato), in quanto detti richiami sono per lo più pretestuosi, narrativamente superflui, dramamticamente inutili e dannosi esattamente in ragione della propria gratuità. Per spiegare quanto intendiamo, si pensi alla presenza di Chewbacca, che strappa un sorriso infastidito; e meno male che ci viene risparmiata l’apparizione di un bambino di nome Han Solo (che avrebbe trascinato l’amato Star wars verso i grami lidi troiani di Petersen, ove si mostrava un Enea bambino a fare da trait d’union fra Omero e Virgilio).
Il medesimo atteggiamento conduce poi Lucas a clamorose papere; magari necessitate da un’esigenza di circolarità, di tout se tient o di quel che volete voi, comunque dall’esito imbarazzante per lo spettatore che vorrebbe abbandonarsi alla fiaba. Qualche esempio? Il capitano della nave del pianeta Alderaan – Antibes o Antilles è il suo nome – che evidentemente in venticinque anni non ha fatto carriera e non è invecchiato, perché lo ritroveremo ugualmente prestante, all’inizio di Episodio IV, a capo della medesima astronave; il preannunciato ritorno dall’oltretomba di Qui Gon Jinn; Padme muore nel dare alla luce i due gemelli, mentre Leia in Epsodio VI racconterà di ricordare il tenero affetto e la bellezza della sua madre naturale.
Ancora parole inutili e dannose all’intensità del momento drammatico, volte a evidenziare ciò che lo spettatore sa benissimo; nella citata scena del parto Padme morente chiama per nome i due neonati; molto più efficace ed emozionante sarebbe stato lasciare ai muti fatti – e allo sperdimento di McGregor – l’impatto sulla sensibilità dello spettatore, nella cui mente si sarebbe innescato con vigore ben maggiore il richiamo alla circolarità della Storia e al destino di Luke e Leia, con l’ovvio conseguente volano emotivo, e si sarebbe potenziata la commozione per la loro madre infelice.
Se si vuole un esempio di come il richiamo intertestuale sia molto più efficace quando è solamente accennato, si pensi alla scena finale, con Obi Wan che affida a Owen e Beru il piccolo Luke e, nell’osservare dopo tanto dolore il bimbo insieme agli zii, compie l’identico semplice gesto di Alec Guinness in Episodio IV: allo spettatore non può mancare un moto di malinconia e tenerezza.
Passate in rassegna le falle de La vendetta dei Sith, possiamo enumerarne i molti meriti; si è detto dell’ironia, ma non meno importanti sono il ritmo, tornato in generale sicuro ed efficace (mozzafiato la sequenza d’apertura, e veramente bella e terribile quella della strage al tempio Jedi), e la fantasia delle trovate: due in particolare, i droidi insetto e il personaggio del generale Grievous, robot sofferente e crudele. Ma ancor più importante è la recuperata centralità dei personaggi; si è già detto del rapporto fra Obi Wan e l’irruente, caratteriale Anakin, bisognoso d’amore e terrorizzato dalla propria solitudine e dalla paura della morte di coloro che ama almeno quant’è assetato di potere. Si dirà di Padme e del grande momento suo e della deliziosa Natalie Portman. Ma una parola merita Sua Eccellenza il Cancelliere Palpatine (nome poco simpatico, invero), al secolo Darth Sidious, pernicioso Signore dei Sith.
Egli entra in scena da protagonista, finalmente. Le trame di potere, di vendetta, di onnipossente arbitrio con cui avvolge il fragile Anakin si dispiegano principalmente in due scene di conversazione; la prima è insinuante e subdola e si svolge naturalmente a teatro, luogo della finzione sistematica, con una bellissima e non sottolineata citazione evangelica (contrariamente alla verginità di Shmi Skywalker, che ci era stata sbattuta in faccia senza complimenti ne L’attacco dei Cloni); la seconda è diretta e violenta, meno complessa ma d’uguale efficacia.
La sete di potere è la rovina dell’uomo. Il prezzo che il potere estorce, a chi lo brami e a chi sta intorno a lui, è una spaventosa solitudine, una crescente paranoia, un’inevitabile rovina. Elias Canetti scrive che il potente deve uccidere, almeno simbolicamente, tutti gli altri, perché vuole essere il solo a sopravvivere. Nell’Oro del Reno, parlando dell’anello magico che donerà a chi sia in grado di forgiarlo la sovranità sul mondo, le Ondine dicono “Solo chi rinuncerà alla potenza dell’amore, solo chi bandirà da sé la gioia dell’amare, soltanto questi potrà trasformare nel magico anello quest’oro”. Il funesto percorso di Anakin è in fondo il medesimo di Wotan, che ne La Valchiria dirà: Il mio spirito ha desiderato il potere; furiose brame mi hanno spinto alla follia, e mi conquistai il mondo. … Ma non potei rinunciare all’amore: al culmine del mio potere, io desideravo l’amore.
Non è necessario soffermarsi su quanto la strategia di Lord Sidious – sollecitare con ogni mezzo la paura dei sudditi per assicurarsi un maggiore potere e reprimere la libertà in nome della sicurezza – somigli da vicino, molto da vicino, alla strategia di taluni governanti attuali; preferiamo ricordare una semplice battuta di Padme valida sempre nei regimi basati sul consenso di massa, come mostrano fra gli altri Moses Finley (La democrazia degli antichi e dei moderni) e Pierre Bourdieu (Proposta politica): “È così che muore la libertà: fra scroscianti applausi”. Lucas non è certo un teorico della politica, ma ci basta che la sua narrazione, schematica e basilare quanto si vuole e com’è giusto che sia, abbia messo sull’avviso gli spettatori.
L’insipida coreografia bellica dei due episodi precedenti ha lasciato il posto a scontri vissuti e feroci. Su tutti, è di grande effetto quello fra Yoda e l’Imperatore nell’aula del Senato; ma bellissimo è quello fra Obi Wan e Anakin, ennesimo scontro edipico su uno scenario infernale, con l’ultima espressione d’odio del giovane nella quale s’insinua, chissà come, un grido d’aiuto. Subito prima, l’incontro fra i due giovani sposi, il momento più toccante del film; solo chi ha una pietra al posto del cuore può non trepidare per il derelitto amore di Padme, e per il non meno derelitto abisso di furore del suo amato.
Infine, è d’uopo accennare a una componente fortemente unificante dell’intera saga. La colonna sonora di John Williams, giustamente celebre con i suoi leitmotive, raggiunge qui il proprio compimento, e ci regala la più amara e formidabile delle proprie invenzioni. Con una serie di impercettibili variazioni tonali o melodiche, non solo il tema cupreo e marziale di Darth Vader, e quello metallico e aggressivo dei Sith, ma anche quello maestoso e solenne – gravido di dolore e di speranza – della Forza (che accompagnava fin dall’inizio Luke, quando il ragazzo osservava il rosso tramonto di Tatooine, e che qui sigla l’ultima scena del film), e perfino quello delicato e struggente – una vera gemma – dell’amore di Padme e Anakin vengono fatti germinare da un nuovo lugubre tema, di certo il più nero di tutta l’esalogia, che udiamo qui per la prima volta e che si potrebbe chiamare “della trasformazione di Anakin”. È il suo suono cinereo e fatale che accompagna impassibile, fra misteriosi e tremendi echi di gemiti infantili, la dannazione del giovane Jedi e l’accorato sgomento dello spettatore di fronte a tanta disperata ineluttabilità.

George Lucas ha chiuso dunque la sua esalogia, e non l’ha fatto esattamente in bellezza. Oberato da troppe responsabilità e obbligato a creare incastri impossibili, l’Episode III si accascia sotto la sua volontà (rectius: necessità) di grandezza e di congruente perfezione. Chiudere in bellezza e completare il puzzle era insomma il duplice dilemma, magra e sbrigativa la soluzione; le ultime e decisive tessere del mosaico sono appiccicate infatti alla bell’e meglio, badando più alla forma che alla sostanza. Tutti i rimandi della sceneggiatura all’Urtrilogia appaiono scontati, telefonati, facili: nella consueta struttura “a episodi paralleli” abbondano i momenti gratuiti (la presenza di Chewbekka), le battute campate in aria (Padmé che in punto di morte dice “c’è ancora del buono in lui”), le forzature (la storiella buttata lì da Yoda su Obi-Wan che imparerà come sconfiggere la morte) e molti altri esempi di coerenza e solidità interna sacrificati sull’altare di una coerenza e solidità superiori. Visivamente, invece, il finale può dirsi col botto (si veda il long take d’apertura, sorta di prepotente rivendicazione di paternità del concetto cinematografico di “spettacolarità spaziale”), così come puntuali e graditi gli agganci, sempre estetico-visivi, alla prima trilogia, da ricercarsi nella punteggiatura filmica (tendine e iris) nel progresso(-regresso) verso l’Episode IV (astronavi e costumi) e nel riproporsi di momenti mitici (la chiosa sui due soli di Tatooine). Ma non basta. Dopo il sussulto dell’Episode II, che sembrava trasudare rinnovato vigore ed entusiasmo, Gorge Lucas dà tutta l’impressione di essersi tolto un peso, di aver completato, controvoglia, un’opera più grande di lui nella quale forse non credeva più.