Star Wars

STAR WARS Episodio VII

Titolo OriginaleStar Wars VII
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2015
Genere
Durata135'
Interpreti
Fotografia

TRAMA

Luke Skywalker è scomparso. La Resistenza, guidata da Leia Organa, e il Primo Ordine, nato dalle ceneri dell’Impero, lo stanno cercando. Ma c’è parecchio Déjà vu.

RECENSIONI


C’è un approccio critico/analitico giusto per parlare di Star Wars VII? E se c’è, qual è? E’ davvero difficile, forse impossibile, giudicarlo come film a sé. Come film in sé, anzi. E’ un (semplice) film? Certo, è anche un film. Ma è anche una gigantesca operazione di marketing, è il fan service portato alle sue estreme conseguenze, è un sequel che sembra un remake ma anche un po’ un reboot e un po’ anche un newquel, è il tentativo di perpetuare La Saga Fantascientifica per antonomasia, è l’abiura della nuova trilogia digitale di George Lucas, è un atto d’amore nerd per la trilogia classica ma insieme una sua demistificazione postmoderna che sfocia nell’affettuosa parodia, nel distacco ironico. Quest’ultimo aspetto, in particolare, non mi sembra affatto trascurabile. Diversamente, sarebbe difficile contestualizzare la puntualità con cui Abrams ha ripercorso i loci di Una Nuova Speranza. Perché qui non stiamo parlando solo del ricreare il look analogico della Prima Trilogia, del girare in 35mm, dei pupazzi, del digitale che fa di tutto per de-digitalizzarsi, della riproposizione di immagini iconiche (Han Solo che spara in quella posa caratteristica), di nuove “cantine” multietniche, di una spada laser caduta nella neve da recuperare con la Forza (L’Impero Colpisce Ancora) o di un robottino-scatola che è proprio quello capovolto e marchiato a fuoco nella fortezza di Jabba de Il Ritorno Dello Jedi. Qui stiamo parlando di due fabule e due intrecci sovrapponibili. In definitiva, se si sostituisce Luke con Rey, il pianeta Tatooine con Jakku, R2D2 con BB8, l’Impero col Primo Ordine, la Resistenza con la Ribellione, Obi-Wan Kenobi con Lars San Tekka, i piani della Morte Nera con la mappa per trovare Luke, la Morte Nera stessa con la base Starkiller, Han Solo con Han Solo, Chewbacca con Chewbacca, il Millennium Falcon col Millennium Falcon e Darth Vader con Kylo Ren, ecco, abbiamo con ottima approssimazione lo stesso film traslato di 38 anni.


Ed è proprio Kylo Ren, forse, che esplicita in maniera poco equivocabile il rapporto invece equivoco e contraddittorio tra gli episodi IV e VII. Si rende subito protagonista della duplicazione di una straniante incongruenza del passato, quello in cui Darth Vader, nell’episodio IV, veniva redarguito da un generale dell’Impero alla stregua di un soldato semplice privo di potere (non solo decisionale). In questo settimo episodio, al nipote accade esattamente la stessa cosa, benché sia l’allievo/pupillo del Leader Supremo Snoke. Ma Kylo Ren, apparentemente, non è il successore spirituale di Vader, non ne riproduce la statura epico/shakespeariana. Ren è più un disadattato che gioca a fare Darth Vader. Somiglia, per certi versi, a un nuovo Lord Dark Helmet (parla anche da solo). Prova ne è il fatto che il suo è un vero e proprio travestimento: il casco, che gli copre il volto e ne modifica la voce, non è una necessità come per nonno Any, ma un gratuito camouflage carnevalesco (si pensi, di nuovo, a Space Balls). E quando si trova a combattere, si fa ferire da un Signor Nessuno (Finn), impunemente armato di Spada Laser, e viene quasi ucciso da Rey, che sarà anche molto dotata in quanto a Forza ma che è totalmente digiuna di qualunque tipo di addestramento. E anche queste ultime non sono forse delle trasgressioni quasi derisorie rispetto al Canone Star Wars? Un comune mortale può impugnare una Spada Laser e cavarsela perfino dignitosamente? E una novizia della Forza è già in grado di sconfiggere il Pupillo del Lato Oscuro, benché ferito? Qualcosa non torna.


O forse sì. Perché Il Risveglio Della Forza, autoreferenziale e stratificato fin dal titolo, è un oggetto controverso e un po’ schizofrenico, come si diceva in apertura. E’ il massimo del calcolo unito al massimo dell’affetto incondizionato, è la fredda e quasi asettica copia di un originale amato alla follia, è un ossequio che rasenta la pedanteria ma insieme una destrutturazione ironica che si concede deviazioni decis(iv)e e spiazzanti. Come se Abrams avesse voluto/dovuto fare molte cose, tutte insieme. E quando non ci scherza su, in maniera più o meno esplicita (le battute sull’acconciatura di Leia, sulla giacca di Han, sulla Morte Nera/Starkiller che “ha sempre un punto debole”, un po’ alla Family Guy: Blue Harvest), qualcosa di un po’ più serio ce lo dice, scoprendo le carte: Rey che si rifocilla all’ombra di un AT-AT rottamato nel deserto, il Falcon e i Tie Fighter che si inseguono tra le imponenti rovine della Trilogia Classica, non sono solo scorci suggestivi ma innescano un mood nostalgico e crepuscolare e ci dicono che, sì, gli episodi IV, V e VI sono il Verbo ma sono comunque il passato. Un passato al quale siamo tornati con rispetto e devozione ma dal quale ci stiamo emancipando. Dolorosamente, anche, e non solo (iper/meta)ironicamente. La morte di Han Solo è IL momento chiave, da questo punto di vista. Arriva nel bel mezzo di un’altra sequenza/calco (l’incontro/scontro tra Luke e Darth Vader, trasfigurato in quello tra Han e il figlio Kylo Ren), ma si chiude come non ti aspetti, con un personaggio (classico) chiave che ci dice addio. E’ la morte di un buono “importante”, fondante, ed è la prima volta che una cosa del genere avviene nell’eptalogia (Obi Wan e Yoda morivano ma in quanto Jedi rimanevano in forma ectoplasmico-spirituale). Abrams, cioè, ci ha rituffato in un passato caldo e accogliente (“Chewbe, siamo a casa”) ma poi ci ha costretto, con le cattive, a liberarcene obbligandoci a guardare avanti, a proiettarci nel futuro degli episodi VIII e IX e ad affezionarci, quasi obtorto collo, ai nuovi personaggi e ai futuri sviluppi. E infatti, a sancire il passaggio di consegne, in Casa Falcon la nuova padrona diventa Rey, che rimpiazza Han Solo a fianco di Chewbacca.

Ecco spiegato, forse, il mistero delle re-visioni: molti di quelli che hanno visto più volte Il Risveglio Della Forza (io sono solo a due ma mi sono fatto un’idea), parlano di esperienze diverse. A volte balza all’occhio il calcolo sotteso all’operazione, altre volte il cuore emotivo, altre le componenti ironiche, altre quelle più malinconiche e tragiche, altre ancora il mero effetto nostalgia o, al contrario, l’effetto novità, lo sguardo sul futuro della terza trilogia. L’impressione, insomma, è che Abrams abbia costruito qualcosa di complesso, embricato, multiforme e cangiante, qualcosa che sarà possibile vedere e rivedere senza stancarsi mai, proprio come avveniva – e avviene – con i film della Trilogia Originale.


Registicamente, JJ Abrams sembra ripartire da quella che, col senno di poi, fu la prova generale de Il Risveglio Della Forza, ossia Super 8. Dunque Steven Spielberg, i film della Amblin e ovviamente (anche, proprio) George Lucas. Regia gioiosamente asservita all’intrattenimento, spettacolarità cercata e trovata in modo relativamente semplice e diretto, senza virtuosismi troppo visibili o insistiti. C’è giusto qualche long take nelle battaglie aeree, campi lunghi spaziali che accarezzano un’epica nostalgica e ingenua, montaggio metronomico e invisibile, campo/controcampo, trasparenza. E’ un modo, se vogliamo, elementare di intendere e ottenere il coinvolgimento spettatoriale, finanche sobrio e sicuramente “classico”. Ma, hey, è Star Wars, è quel cinema lì, ed è proprio così che dev’essere. Per giunta senza troppi lens flare (che comunque non mancano) a invadere la scena a mo’ di marchio di fabbrica abramsiano. JJ, insomma, conferma di non essere affatto un simpatico furb(acchi)one un po’ paraculo, come vorrebbe certa vulgata, ma uno dei più consapevoli e diabolici intrattenitori contemporanei, tra i pochi a saper coniugare riflessione teorica e senso pratico, cinismo e innocenza, vivisezione e atto d’amore, ragione e sentimento. C’è più di un sospetto che le nuove Guerre Stellari non potessero finire in mani migliori. Ed è forse per questo che non nascondiamo un po’ di apprensione, perché da un finale bellissimo girato da Abrams con gli occhi dell’Herzog di Cuore di Vetro si passerà il testimone al Rian Johnson di Looper (che comunque non era affatto male) e/ma potrebbe non essere esattamente la stessa cosa. Si vedrà.

Diamo invece fiducia ai nuovi attori/personaggi, da John Boyega settato su un perenne registro comico/subliminale, passando per Adam Driver che inizialmente lascia perplessi ma alla fine incuriosisce con qualche riserva ma più di una speranza per il futuro, fino a un’ottima Daisy Ridley, ossimoro di semplicità e complessità, fragilità e decisione, pronta a riportare equilibrio nella Forza. Harrison Ford sembrava sentirsi davvero “a casa”, sul confine dell’autoparodia senile ma senza sconfinare, mentre dispiace aver trovato una Carrie Fisher monocorde, poco convinta e per nulla convincente.


Quanta paura e insicurezza troviamo nei volti di Kylo, Rey e Finn, i nuovi personaggi di un universo troppo più grande di loro, dove le gesta degli eroi del passato sembrano pesare come un macigno. Tutto è così familiare, ma allo stesso tempo pervaso da una nostalgica impossibilità di partenza. Possono/possiamo essere all’altezza di quanto è stato? C’è ancora un barlume di (nuova) speranza per rivivere quella leggenda che fu?
Non resta quindi che togliersi la maschera e mostrare quella fragilità in primo piano, in un misto di desiderio e necessaria paura nell’affrontare la sfida.
L’atto di mostrare il volto smarrito, privo ancora di un’identità forte, accomuna tutti e tre i giovani. Finn si toglie il casco e cerca la fuga continua da un mondo che lo spaventa e lo minaccia, senza trovare una posizione al suo interno.
Rey sopravvive nel deserto di Jakku tra le macerie dell’immaginario, ha una casa dentro un AT-AT dismesso, vende i pezzi di astronavi abbandonate per guadagnarsi qualche porzione di cibo e resta nell’eterna attesa del ritorno dei genitori che a suo tempo l’hanno abbandonata.
Kylo Ren è ossessionato dal paragone con il nonno Vader, tentenna anche lui nel limbo di un ruolo non ancora trovato e, smascherandosi, mette in luce tutte le tormentate difficoltà nell’impersonare il lato oscuro.
Non poteva che essere così per Star Wars VII ovvero fare i conti con l’eredità della tradizione nella quale un po’ tutti ci ritroviamo. E non è un caso che solo attraverso la ripetizione, in quel senso di déjà-vù, dove tutto è una suggestione apparentemente già scritta e in parte rielaborata, che può integrarsi il nuovo. E’ come se Abrams ci dicesse quanto sia necessario rivivere il Mito e farlo proprio, quasi letteralmente, per andare verso altri orizzonti. Ecco perché nel vedere Il risveglio della Forza si ha la sensazione di stare davanti a una sorta di remake (semplificando). Niente però di più sbagliato. Cerchiamo per un momento di lasciare stare tutta l’operazione ammiccante alquanto inevitabile per un film-evento di questo tipo. Star Wars VII si presenta fin da subito come uno spudorato rimando alla prima trilogia di Lucas, è pieno zeppo di memorie, ricordi, ma tale approccio rievocativo non è una mancanza di originalità. Perché il conflitto all’interno dei tre protagonisti prima citati è il medesimo che si riscontra nello stesso farsi film. Con la presenza/assenza di antenati così ingombranti, la nuova generazione non ha altra scelta se non ripercorrerne le avventure, renderle proprie, in un atto che diventa contemporaneamente interiorizzazione del passato e apertura al nuovo. Non solo è un taglio, è un convivere verso altre evoluzioni. Possono sì morire i padri, ma c’è sempre bisogno di loro, ed ecco che Rey, completando quell’insistente scalata verticale che la caratterizza per tutto il film, raggiunge il grande assente e gli chiede aiuto. La morte di Han Solo e il ritrovamento di Luke rappresentano la speculare ricongiunzione con il passato, il colmare quella mancanza che ci assillava con le sue responsabilità, e l’aprirsi a nuove prospettive, fiduciosi di aver trovato la giusta posizione.


Ma è tutto vero? La domanda è più che lecita.
Star Wars VII non poteva che essere un prodotto studiato in maniera maniacale, capace di assecondare le esigenze dei vecchi fan (non tutti) con quelle dei nuovi potenziali. L’effetto nostalgia su cui fa leva il film per tutta la sua durata è sì, come spiegato prima, una riflessione sull’immaginario e le sue (presunte) problematiche, ma anche una chiara operazione d’accatto, un sedativo che può essere una facile via di uscita.
Si poteva quindi osare di più? Era necessaria una transizione di questo tipo? La risposta è nel singolo spettatore e nelle aspettative che aveva riposto sull’oggetto in questione.
L’esperienza è un vortice immersivo d’intrattenimento, un’antitesi dello stile Lucasiano, molto più statico nei quadri rispetto alla regia di Abrams che è una sequenza ininterrotta di puro movimento, tra raccordi in swish pan, carrelli laterali che curvano ed entrano in profondità, acrobatici inseguimenti nello spazio. C’è tutto quello che serve per creare una continuità serrata dedita a inebriare chi guarda. Se si sta al gioco, il divertimento è assicurato.
Questo non toglie l’eccesso di siparietti ironici che sembrano doverci ricordare la quasi impossibilità di poter vivere oggi un senso epico del racconto. Telefonate e insistite, le battute, perlopiù poco riuscite, a lungo andare stancano, tra Kylo Ren che si perde in inverosimili sfuriate e Han Solo ammiccante ogni cinque minuti con Chewbecca pronto a fargli eco con i suoi classici acuti. Non se ne esce, è tutto programmato, come le infiltrazioni di marca Disney su un BB-8 che pare uscito da Wall-E o una Maz Kanata spiccicata alla Edna de Gli Incredibili o le suggestioni fantasy che ritraggono un Leader Supremo dalle fattezze simili a un Voldemort . Un insieme di contaminazioni più o meno riuscite, che sottolineano ancora una volta il ricorrere a soluzioni facili, fin troppo accomodanti.


Insomma, c’è del buono e del meno buono. Nel complesso però questo Star Wars VII fa il suo dovere. Ammette i propri limiti di fronte all’ansia da prestazione, abbraccia il vecchio in vista del nuovo, mette le basi fondanti per un pubblico che non può fare altro se non accettare il corso dei tempi.  C’è calcolo e cuore, ma non poteva essere altrimenti.
Ora che la mappa è stata completata e il piccolo tassello si è finalmente integrato con quello dominante del passato (i due droidi), questo proclama d’intenti ha il dovere di aprire un percorso via via sempre più personale e caratterizzante. Il coming of age è giunto a compimento, non resta che differenziarsi.
“L’appartenenza cercala nel futuro, non nel passato”.
Che tutto questo accada, è un altro paio di maniche.