Poliziesco

SQUADRA OMICIDI, SPARATE A VISTA!

Titolo OriginaleMadigan
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1968
Durata100'

TRAMA

Gli agenti di polizia Madigan e Bonnaro hanno 72 ore di tempo per riacciuffare Barney Banesch, un criminale che ha sottratto le pistole ai due poliziotti e gira indisturbato per tutta New York.

RECENSIONI

L'incipit ricorda da vicino l'ouverture di Contratto per uccidere (The Killers), straordinario tv-movie girato quattro anni prima scaraventato direttamente nelle sale cinematografiche per la sua folgorata crudezza, la m.d.p. parte dai due eori della vicenda (due trai tanti, in realtà), primissimo piano per Contratto per uccidere e piano medio per Squadra omicidi, sparate a vista (Madigan), per poi addentrarsi rapidamente in medias res, così come, appunto, i rispettivi protagonisti fanno irruzione negli edifici, per entrare con sottolineatura topografica nel cuore della vicenda. Solo che in Squadra omicidi Siegel sta per la prima volta dalla parte della polizia (primo capitolo, se si vuole, di un'ideale trilogia poliziesca proseguita da L'uomo dalla cravatta di cuoio e conclusa con Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo), consegnandoci una lucidissima e parimenti amara visuale dall'interno. Gli elementi disposti con ordinata e controllata sicumera da Siegel sul piano strutturale della pellicola sono diversi, a cominciare, come si accennava, dal preciso lavoro topologico, spaziale: la città di New York, con le sue implacabili geometrie (le strade, i vicoli, gli isolati), costituisce l'inevadibile perimetro che delimita qualsiasi azione, mediante frequenti e sbalestranti spostamenti tra interni ed esterni. Il tempo, nel meccanismo narrativo (solida rivisitazione da parte di Howard Rodman, il quale tolse il suo nome dai crediti in aperta polemica con la Universal, e Abraham Polonsky, indimenticato regista di Le forze del male, del romanzo The Commissioner di Richard Dougherty) a orologeria, funge da componente decisiva, dettando i ritmi di una messa in scena tesa e sapientemente prosciugata da orpelli manieristici, come nel più asciutto e maturo dei b-movie, notte, giorno, attraversamenti, fermate, azioni, situazioni. Mise en scène che si avvale (ed è proprio qui che risiede la grandezza del film) di un calibrato squilibrio nella scomposizione dei piani e degli assi narrativi, cosa che consente una intrigante bifocalità nello studio dei caratteri: da una parte il dinamismo convulso di Madigan e il compagno Bonnaro nella disperata ricerca del delinquente, ovvero del ristabilimento di una dignità rubata insieme alle pistole, dall'altra i sagaci rallentamenti compositivi di Siegel nella descrizione apparentemente più sobria di un tipo psicologico come il procuratore capo Anthony Russell, da una parte il lerciume quotidiano dell’esistenza da sbirro costellata da problematiche di basso conio e, parallelamente, da una situazione coniugale vacante, dall'altra la faccia pulita di una polizia con la 'p' maiuscola, politicizzata, che si manifesta, e nello stesso tempo si nasconde, nelle feste lussuose, nelle lussureggianti parate, nei quadri gerarchici in cui serpeggia il germe dell'ipocrisia borghese. Due universi che non comunicano e non possono comunicare neanche in una presunta subordinata verticalità, per l'eterogeneità dei modi, dei tempi, dei linguaggi, se non nel momento finale, risolutivo di un'azione che mette in palio meriti e onore, l'istantia crucis struggente di un mondo ai limiti dell'umanità in cui qualcuno deve morire per ordine di un suo superiore. Superlativi Widmark, Fonda e Whitmore.