Fantascienza

SPLICE

Titolo OriginaleSplice
NazioneCanada, Francia, Usa
Anno Produzione2009
Durata104'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Clive ed Elsa, nel tentativo di sintetizzare una proteina in seguito alla richiesta dell’azienda per cui lavorano, falliscono il progetto._x000D_
Desiderosi di portare avanti le ricerche utilizzano del DNA umano dando vita ad una creatura ibrida, Dren. Ben presto il loro esperimento sarà difficile da gestire…

RECENSIONI


Non è cosa nuova la totale mancanza di fiducia nei confronti del genere umano. Natali aveva già racchiuso l’ironico giudizio nel suo (anti)teorico The Cube.
Tocca a Dren, creatura chimerica amorevole e distruttiva allo stesso tempo, formalizzare il divertito gioco terapeutico della coppia protagonista.
Una mitologia fondante (?) che si assume i propri limiti di riflessione, intrappolata com’è da una sentenza a priori che vede l’uomo impotente nel controllare la propria natura (non solo creativa).Non c’è scampo, solo un progressivo scherzo interpretativo, pieno di rime interne, iconografie riconoscibili, siano archetipi o sovrastrutture psicanalitiche. Complessi d’Edipo, proiezioni, sentori ancestrali, tanto materiale orchestrato per irridere una semplice verità patologica.
Attenti a non cadere vittima di edificanti riflessioni morali, perché rischierebbero di banalizzare un’opera piena sì di limiti, ma coraggiosa nel sospendere la facilità del giudizio.


La tracotanza della scienza che gioca a fare Dio, premettendo i tanto conosciuti interessi economici, è una cornice alla quale dare poco peso. Più importante è l’ambigua scelta di Clive ed Elsa, sospinti da una malata esigenza di liberare le proprie fantasie represse, di riscontrare nella complementarietà le mancanze di un rapporto serenamente ipocrita . Poco spazio però al desiderio, al voler essere qualcosa di diverso, eticamente accettato. Muta Dren nella sua delirante evoluzione, mutano le dinamiche interne del rapporto di coppia. Si susseguono atteggiamenti contrastanti, opposti, convulsi. L’uomo cade in balia di incessanti trasformazioni dalle quali emerge come il seme marcio sia spietatamente sotterrato nella sua dimensione più profonda.


E qui si ritorna alla trappola dello spazio, nell’esplicita dialettica tra esterno ed interno. Fragile questa volta, un po’ scontata, ma pur sempre in linea con la coerenza autoriale. Da una prima parte deformata otticamente, con un laboratorio-cella claustrofobico e geometricamente limitato, si passa ad un costante aumento del desiderio di evasione (incarnato da Dren) che porterà alla risoluzione del conflitto. Uscire è perdere il controllo e togliersi una volta per tutte la maschera, liberi dalla sua angosciante patina illusoria. Ma non per tanto. Uno zoom out di speranze apocalittiche mostra Elsa in una struttura che richiama il modello cubico. Il controluce del suo corpo entra in contrasto con la città sullo sfondo, tetra ed inquietante. L’esterno fa paura, perché è accettazione.
Natali ce lo ripete.
Sarcasticamente.