Drammatico

SONETÀULA

TRAMA

Nella Sardegna tra il 1937 e il 1950 Sonetàula è un giovane pastore che, dopo che il padre è stato ingiustamente mandato al confino, cresce tra i monti con il nonno e lo zio. Finirà per diventare un bandito._x000D_

RECENSIONI

A tre anni di distanza dall'interessante Ballo a tre passi (vincitore della "Settimana della Critica" al Festival di Venezia), Salvatore Mereu resta fedele alla sua terra natia, la Sardegna, e a uno stile scabro. Anzi, radicalizza lo sguardo nel raccontare, dall'omonimo romanzo di Giuseppe Fiori, tredici anni nella vita di un ragazzo (dal 1937 al 1950), dall'adolescenza all'età adulta, tra le tentazioni del progresso e l'incapacità di uscire da una solitudine con radici ataviche. Il protagonista è infatti un bambino figlio di pastori che a dodici anni vede il padre mandato ingiustamente al confino e finisce per maturare un distacco che lo porta prima a isolarsi e poi ad abbracciare il "banditismo". Un tragitto il cui capolinea pare deciso in partenza. Nelle mani di Mereu l'inevitabile discesa agli inferi assume la forma di una ricerca antropologica molto attenta alle scelte linguistiche (il logudorese parlato dai personaggi rende necessari i sottotitoli), alla verità dei luoghi, aspri come i caratteri di chi li abita, e alla ruvida espressività dei non-attori (quasi tutti non professionisti, a parte Lazar Ristovski, già interprete per Kusturica e Paskalijevic, Giselda Volodi e la cilena Manuela Martelli). Se l'opera di debutto traeva forza dal contrasto tra un mondo arcaico e immutabile e la modernità in continua evoluzione, in stridente convivenza a pochi chilometri di distanza, la necessità di indirizzare lo sguardo unicamente al passato non giova all'opera seconda. In assenza di antitesi, infatti, il racconto di formazione percorre strade rodate (i primi turbamenti sessuali, l'amore non realizzato, l'iniziazione alla vita randagia con il primo agguato, la voglia di riscatto, la lezione dell'amico/rivale, la possibile redenzione), confuse un po' pretenziosamente dalla forma ostica ma fin troppo prevedibili negli sviluppi. In questo senso non aiuta la sceneggiatura, in disequilibrio nel cadenzare gli eventi (pochi e non sempre a fuoco), e nemmeno la scelta di un unico protagonista (il bravo Francesco Falchetto) per coprire un arco temporale così ampio e mutevole. A minare la sospensione di incredulità contribuisce anche l'avvicendarsi di ben quattro direttori della fotografia: momenti efficaci (l'incontro finale, virato in giallo, tra i due impossibili innamorati - l'atmosfera fumosa nel cinema del paese) si alternano ad altri più disorientanti (la desaturazione di gran parte degli esterni che allontana dal periodo storico in cui è ambientata la vicenda ammantando l'atmosfera di contemporaneità), senza che l'insieme riesca a rendersi omogeneo. I riferimenti cinematografici spaziano da Rosi ad Amelio, ma il film è più che altro un dichiarato omaggio all'opera di Vittorio De Seta, esplicitato con la presenza di Giuseppe Cuccu, già tra i protagonisti dell'acclamato Banditi a Orgosolo. Si continua ad apprezzare il rigore per la messa in scena, la capacità di scavare nei volti facendo parlare i silenzi e quindi il coraggio di un artista che non si piega ai presunti gusti del pubblico ma segue il suo sentire; sta di fatto, però, che l'opera seconda di Mereu colpisce solo parzialmente (e comunque solo da un punto di vista razionale) senza convincere appieno. È prevista anche una versione televisiva che sarà trasmessa dalla Rai, doppiata in italiano, in due puntate di novantacinque minuti.

Il secondo film di Salvatore Mereu ha come protagonista Zuanne, un giovane pastore sardo che, dopo la morte del padre durante la seconda guerra mondiale, per problemi con la giustizia è costretto a farsi bandito.
Primo e fondamentale tratto del film è la sua doppia natura, oscillante tra racconto individuale e canto collettivo: attraverso il percorso di un ragazzo, Mereu racconta la storia di una terra e della sua gente, al tempo stesso sottomessa ai ritmi lenti e ripetitivi della Natura, e animata da inquietudini sotterranee, da esigenze di cambiamento. E' per questo che una vicenda semplice e lineare come quella di Zuanne, viene costruita con un procedimento di accumulo, e alla storia centrale ne sono legate altre, antecedenti (l'omicidio di cui è accusato il padre), parallele (l'amore di Maddalena e Giuseppino, le storie dei vari criminali) e successive (i bambini che raccolgono, in senso sia morale che materiale, l'eredità di Zuanne), storie condensate nei diversi volti che si affacciano nella vita del protagonista e che vengono fissati per un attimo da quelle scritte che appaiono a intervalli regolari sullo schermo. Quelle scritte, che non sono, come lo spettatore è portato a credere all'inizio, i titoli di testa, ma i nomi dei personaggi, rappresentano una delle scelte più singolari del film e costituiscono un procedimento analogo a quello del fermo-immagine, scandendo in una galleria di figure, le tappe fondamentali dell'evoluzione di Zuanne. Non è un caso che il protagonista soltanto dopo la morte del padre, quando dei militari a guerra finita gli regalano un mitra in cambio di formaggio, momento che segna il battesimo alla violenza della vita adulta, può essere chiamato con il maturo e completo nome di Zuanne Malune, ed è solo dopo la sua morte che si consacra per sempre come il bandito-ragazzino Sonetàula.
Mereu delinea un complesso percorso iniziatico con uno stile asciutto che mira a restituire la purezza arcaica di quell'universo rurale primitivo attraverso la stretta parlata dialettale e un affascinante uso del colore e della luce che tende perlopiù verso toni freddi e scabri (mirabili sul piano estetico le sequenze notturne, in particolare quella in cui Zuanne si tinge il volto di nero). Riesce quindi, non indulgendo mai in facili compiacimenti estetici, a rendere quel paesaggio "petroso" – in senso sia fisico che figurato – che caratterizza l'esistenza autentica, e per questo vissuta in tutte le sue asperità, di Sonetàula e della sua gente, da sempre e per sempre vinti, al di fuori del divenire storico. Molti sono i riferimenti cinematografici e non, su tutti spicca la vicenda dei Malavoglia nella sua doppia versione verghiana e viscontiana, con cui condivide uno sguardo pieno di rispetto e partecipazione verso le tragedie degli ultimi della società.
In questo magma di storie è possibile ritrovare alcune simmetrie, tutte legate al ricorrente rapporto padre-figlio su cui il film è strutturato. Infatti, oltre al più ovvio legame tra Zuanne ed Egidio, sono molte le figure che potrebbero esser fatte rientrare in uno dei due ruoli di questa coppia: innanzitutto il nonno, nuovo educatore del protagonista; poi uno dei criminali, padre di un bambino che Zuanne incontrerà anni dopo nei boschi, e che assumerà per un attimo per lui la veste di figlio. Inoltre Zuanne è in un certo senso padre del figlio di Maddalena, la donna da lui amata, per il quale è disposto a sacrificarsi. Attraverso questo intreccio di rimandi, Mereu affronta i processi di formazione dell'identità e il ruolo necessario dell'opposizione a una figura paterna che deve "morire" per permetterci di cercare noi stessi. Il percorso accidentato di Sonetàula è dunque anche un'interessante figurazione traslata della ricerca dell'io come rifiuto del "padre", ovvero il rifiuto di quell'istanza autoritaria, sin dalla nascita costitutiva della persona, che può andare a coincidere con la terra o ancora più in generale, con la forma dell'esistenza, verso cui Zuanne si ribella - e affiora per un attimo il ricordo di 'Ntoni Malavoglia - nell'attesa disperata e impossibile di una vita diversa, lontana dalle montagne e dalle pecore.
Il lavoro di Mereu, a tratti estremamente suggestivo, si incaglia però in alcuni passaggi narrativi che lo rendono troppo prolisso e pregiudicano la riuscita generale. Molto efficaci, invece, tutti gli attori e in particolare il protagonista e Maddalena.