Drammatico

SON FRÈRE

Titolo OriginaleSon Frère
NazioneFrancia
Anno Produzione2003
Durata95'
Tratto dadal romanzo di Philippe Besson
Fotografia

TRAMA

RECENSIONI

Chereau ha dimostrato in più occasioni (L'HOMME BLESSE', INTIMACY) di propendere per una rappresentazione priva di filtri in cui l'umanità, i suoi corpi, i suoi volti, sono esposti in maniera esplicita, diretta, non di rado cruda. Non smentisce questo assunto, tutt'altro, l'ultimo SON FRERE, Orso d'argento alla Berlinale 2003: attraverso una scabra e alquanto dura descrizione di una malattia il regista racconta di un rapporto tra due fratelli che trova, nella sofferenza di uno dei due, l'occasione per rinnovarsi faticosamente ma positivamente. Scenario privilegiato della pellicola è un vero ospedale, con veri medici ed infermieri, elemento che contribuisce, accanto a sparse, a tratti fin troppo sottolineate, notazioni, a dare sostanza e tangibilità allo strazio vissuto dal protagonista (così il regista: E' un film sui corpi, sul disfacimento di un corpo, sulla trasformazione dei volti. Un film su come i corpi occupano lo spazio. Un film sul silenzio e la logorrea. Alla ricerca dell'epidermide, dei peli, delle rughe, della peluria e del sudore. Lividi, ematomi arrossamenti, spalle che spuntano nude, pantaloni, scarpe e calze che scivolano via. I segni che lasciano. Cicatrici viola, pus, macchie sulle lenzuola).  
Se all'inizio il racconto della sofferenza di Thomas coinvolge e tocca (lo sguardo attonito di Luc di fronte al fratello privo di sensi dopo un prelievo di sangue suona come una prima, lancinante presa di coscienza della gravità dello stato patologico del congiunto) alla lunga l'ostinazione sul nudo dato della realtà della sua degenza rende l'opera sempre più straniante e fredda. Non c'è dubbio che sia questo l'obiettivo dell'autore che perseverando non poco su certi dettagli (la scena della depilazione in tempo reale - buona la prima, per ovvi motivi -) associa all'osservazione sfrontata della malattia fisica di Thomas una descrizione, non sempre centrata, di uno stato psicologico allo stremo. Non funziona granché neanche il tentativo di fare della condizione di Thomas, fantasma che torna da un passato di non svelati dissidi, il rifugio in cui il fratello trova finalmente la comprensione che questi, omosessuale inquieto, non aveva mai rinvenuto nell'ambiente familiare - sorta di nido di vipere, zeppo di livore e recriminazioni - ed è forzato anche il parallelo tra la nudità "ospedaliera" di Thomas e quella "sessuale" di Luc, sempre più assorbito dal rigenerarsi del sentimento fraterno e conseguentemente sempre più distante, fino al distacco, dal suo partner. Come in INTIMACY il registro è di chiara matrice teatrale, con netta preferenza per lunghe scene di confronto a due, mentre la macchina a mano finisce con il soffermarsi su insistiti e strettissimi primi piani. Neanche il rigore della messinscena riscatta il film da una certa stentata elaborazione: gli ampi vuoti, evidentemente voluti, soprattutto nella descrizione dei rapporti tra i personaggi (quello tra i fratelli, con i loro genitori, con i rispettivi compagni, con i medici etc.) e affidati a un tratto fulmineo fino al puro schizzo, anziché suggerire conclusioni o essere significativi di per sé suonano come quello che non dovrebbero essere: puri e semplici buchi narrativi. Lo stesso andirivieni temporale non ha grande funzionalità risolvendosi in mero espediente diversificante che non vela le numerose contratture dello script. Dunque il film vaga, fin troppo discontinuo, tra sequenze invero toccanti e altre di tormento psicologico tutto di maniera fino alla squilibrata, brutta scena allucinatoria, sulle note di Sleep della vecchia conoscenza (recitava in INTIMACY) Marianne Faithfull.