Commedia, Drammatico

SOMEONE SOMEWHERE

Titolo OriginaleDeux moi
NazioneFrancia
Anno Produzione2019
Durata110'
Fotografia

TRAMA

Rémy e Mélanie sono due trentenni che vivono nello stesso quartiere parigino. Entrambi sono vittime della solitudine della grande città. Due individui, due percorsi diversi. Senza saperlo, prendono quindi due strade che li condurranno nella stessa direzione… Quella di una storia d’amore?

RECENSIONI

Ognuno cerca il suo gatto titola uno dei film più celebri di Cédric Klapisch, ondivago autore francese che, attorno al passaggio del secolo, fra L’appartamento spagnolo e Bambole russe, ha collegato il suo nome ad un cinema di freschezza umanista e brillante romanticismo. E un gatto torna anche nel suo ultimo lavoro, Someone Somewhere: un felino bianco del destino, che passa da un appartamento all’altro collegando due ignare solitudini che scalpitano nel medesimo quartiere parigino. Due anime in bilico su assi paralleli, deux moi, “due io” come recita più acutamente il titolo originale. Rémy e Mélanie, un ragazzo e una ragazza, due percorsi di vita che viaggiano su binari (anche sociali) apparentemente opposti: licenziato dal posto di lavoro in un grande magazzino lui, in carriera in uno studio di ricerca medica lei. Lui soffre di insonnia, lei non vorrebbe far altro che dormire. Ad unirli, idealmente, c’è solo la loro l’infelicità. Una sensazione di irresolutezza senza fondo, di mancanza di scopo, di appigli. In un mondo iper-connesso, l’insoddisfazione di relazioni sociali senza sostanza. Lui è in cura da uno psicoanalista fornito dal servizio sanitario nazionale ormai prossimo alla pensione, lei è seguita da una psicoanalista con una propensione al pianto. Giorno dopo giorno, affastellando incontri virtuali, Rémy e Mélanie percorrono le strade del loro quartiere in attesa di un incontro che noi – gli spettatori – sappiamo che dovrà necessariamente arrivare. Ma quando? È elaborando attorno a questo punto che Klapisch impreziosisce la sua opera e la arricchisce di dettagli. La prevedibilità dell’epilogo è una carta scoperta e il regista si diverte a giocarci – e a giocare con lo spettatore – ritardando il momento dell’incontro, elaborandone modalità, cause, significati. Klapisch modella insomma un malinconico dramedy contemporaneo che, partendo dal suo espediente psicoanalitico, si pone quasi come un manuale di auto-educazione ai sentimenti. Ci invita a considerare che il fine di tutto non è l’incontro, ma la sua attesa. O meglio, che l’incontro potrebbe non arrivare mai se non si rende fruttuosa la sua attesa. È nell’attesa e nella risoluzione di sé che si nasconde l’antidoto ad ogni malinconia.