Drammatico

SOGNI E DELITTI

Titolo OriginaleCassandra's Dream
NazioneGran Bretagna/ U.S.A.
Anno Produzione2007
Genere
  • 66542
Durata108'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Due fratelli, molti debiti, un delitto che potrebbe risolvere tutto. Forse._x000D_

RECENSIONI

Diciamolo subito, tanto per toglierci il pensiero: Cassandra's Dream (diffidare, una volta di più, di traduzioni arbitrarie e stucchevoli da classico Harmony) annoia e irrita un po' meno di Match Point, pur derivando dalla stessa matrice, quella di un Allen che gioca a "non fare l'Allen" e scimmiotta gli stilemi del thriller psicologico oggi tanto à la page (e anche stavolta, per inciso, la scena chiave è segnata da un temporale). Il nuovo film parte da una vecchia idea (ancora Crimini e misfatti, naturalmente) e finge di svilupparla con un discreto ritmo, trovando anche un paio di sequenze riuscite (il dialogo con la futura vittima e l'epilogo marinaro), a dispetto di dialoghi quanto mai legnosi (oltre che, al solito, imbottiti di aforismi) e attori che non sono da meno. I cliché d'autore ci sono tutti, ma svuotati di senso e ormai ridotti a oggetti di arredamento trasportati di set in set: le ambizioni e gli scrupoli (o l'assenza degli stessi) della middle class; il personaggio di Woody "sdoppiato" e le sue caratteristiche spalmate sui fratelli Blaine (Ian egocentrico e brillante, Terry sognatore e fragile); l'accenno alla California fashion e danarosa, meta sognata da Ian e Angela, quest'ultima descritta come la tipica attricetta carrierista (vedi alla voce Christina Ricci in Anything Else); conversazioni parabergmaniane "en famille"; accenni volonterosamente metalinguistici alla natura di "moral play" del film e alla sbandierata insensatezza della vita; rovelli materiali e spirituali (esiste Dio? e se sì, quanto ci mette a presentare il conto?); sinuosi movimenti di macchina, un po' di citazioni a buon mercato, la musica di Philip Glass a far da cullante mastice sonoro. Un film gradevole, che potrebbe essere stato diretto da qualunque buon mestierante. Per un autore che ha segnato, con il suo ironico disincanto, due decenni abbondanti di storia del cinema, è decisamente poco. Il tentativo, evidente, è quello di trovare un nuovo pubblico, che non sia interessato ai confronti con il passato o che magari non sappia farli. Buona fortuna.

E se non ci fosse nulla lassù, a parte i ragni?
(Fjodor Dostojevskij, Delitto e Castigo)

- Abbiamo infranto la legge di Dio!
- Quale Dio?!… Quale Dio?!… Quale Dio?!

(Woody Allen, Cassandra’s Dream)

L’ipotesi dell’assenza di un ordinamento morale dell’universo, che scandalizzava il cristiano Dostojevskij spingendolo alla densa parabola di Delitto e Castigo e all’incubo filosofico de I Demoni, divenne con l’esistenzialismo laico del Novecento (la deriva di Jaspers, il cielo nero di Sartre, la naturale ricorrenza della peste di Camus) una consapevolezza imprescindibile; accettata finanche dal pensiero teologico più acuto e meno ortodosso, nel momento in cui riconobbe l’ impotenza di Dio (o, in un’alternativa meramente ipotetica, la sua malvagità). Allen non è nuovo al tema: battute ricorrenti in tutti i suoi film (ad esempio, in Settembre, “l’universo è una casualità moralmente neutra d’inimmaginabile violenza”) e poi opere dedicatevi parzialmente (Hannah e le sue Sorelle) o ex professo: il bellissimo Crimini e Misfatti (1989) soprattutto, ma anche Ombre e Nebbia, e di recente Match Point; parimenti, l’autore non è nuovo comunicare la sconsolata percezione di come il Bene non trionfi, neppure in un’ansiosa prospettiva di dover essere, nelle vicende umane. Si tratta anzi di uno dei suoi leitmotiv. Non mancano tensioni, contorsioni e conati etici, ma la loro somma è casuale come il lancio dei dadi, ingiustificata come il beffardo ghigno degli dèi.
Rispetto a Match Point, Cassandra’s Dream accusa qualche fatica nello srotolarsi dell’azione, ma illustra con tocchi meglio riusciti – rapidi, come distratti – un ambiente piccolo-borghese invischiato nell’ambizione del possesso e del successo (“i cinesi sono molto più capitalisti di tutti noi”, esclama ammirato il maligno mentore dei protagonisti), nell’invidia di status (disseccamento consumistico di quella che una volta era l’invidia di classe), nella frustrazione delle proprie velleità, in una vita agra fatta di doveri e fedeltà mal sopportate, in un familismo rancoroso, recriminatorio, avido (ma capace di riscoprire, d’un tratto e sorprendentemente, la solidarietà e con essa la priorità degli obblighi rispetto ai sogni). Fosse stato più corrosivo nei confronti dei personaggi e del loro milieu, avremmo potuto scambiare Allen per uno Chabrol dominato dalla fretta: dalle torbide misture del quale sembrano comunque sortiti il fasullo intellettualismo degli attori di teatro, l’attivismo carrierista della fidanzata di Ian, la farisaica ambizione di escalation dei genitori di lei, la raggelante sequenza finale.
Il film procede per rapidi squarci, con un’asciuttezza che potrebbe essere interpretata come sommarietà o brutalità. I caratteri, appena sbozzati, vibrano meglio che in Match Point; non solo per la bravura pur diseguale degli interpreti (sovraccarico Farrell, eccellente McGregor), ma anche perché – a parità di nettezza didascalica della fabula – la spirale drammatico-grottesca (la memoria dell’infanzia che rinviene il mezzo di morte; la discussione sulla tecnica più efficace per uccidere) nella quale precipitano è più da ordinary people (“una coppia di falliti”) e risalta perciò, nell’incalzare dell’inquieto accompagnamento musicale di Philip Glass, di bagliori più cupi e più veri.
Troppo avevano confidato i due fratelli sulla svolta che l’omicidio avrebbe potuto dare alle loro vite; il riaffiorare dell’imperativo morale non è loro d’aiuto. Si compie lo scherno definitivo che occulta il responsabile e distrugge le sue pedine. Ignare, le due fidanzate si dedicano allo shopping (anestetico sociale fra i maggiori, in coerenza con le premesse duramente passate in rassegna), credendo che la propria vita sia ancora la stessa. Nelle acque immote del porticciolo galleggia la barca dei sogni: inciampo della vista, malizia ai danni del secolo, destino da maledire.

La novità dell’ultimo film di Woody Allen è che la musica non è più, come solitamente usava il Nostro, di repertorio ma è costituita invece da una partitura scritta appositamente da Philip Glass. Philip Glass è un musicista dal peso specifico considerevole, così particolare e caratterizzata che risulta difficile percepirla come un mero accompagnamento. È per questo che se suona bene in una pellicola visionaria e fuori dagli schemi come Mishima di Schrader (che rimane a mio avviso il suo score migliore) in molte altre occasioni, per quanto bella e atmosferica risulta fuori posto o sbagliata. Scelta azzardata dunque per Woody Allen, che allontanandosi per la prima volta dal rassicurante jazz et similia, si mette tra le mani del più ingestibile (in senso puramente filmico) dei musicisti. Mi sto dilungando su questo aspetto perché, se non lo si è ancora capito, a parte questo dettaglio della colonna sonora non c’è altro di notabile in questa terza fatica londinese del regista (la novità del prossimo film è che è stato girato in Spagna): le composizioni glassiane sono alla fine ben inserite nell’ambito del solito, abitudinario film stanco, che ricicla una cosa già riciclata di suo come Match point e ne fa la stinta fotocopia. Parabolina sulla famiglia e sul modo distorto di concepirla: corsa a caratterizzare i personaggi (una caratteristica deliziosamente senile questa), solita sventagliata di dilemmi etici già ampiamente trattati (collochiamolo nel cassetto “Allen con omicidio”), sviluppo elementare, brodaglia allungata a dismisura, finale a sorpresa (si fa per dire) che, dopo una trentina di minuti passati a cincischiare, risulta facilmente precipitoso.
Forse c’è ancora chi ha voglia di confrontarsi con queste opere stereotipate e prodotte con lo stampino, io continuo a ritenere che la sbrigativa liquidazione sia l’atteggiamento più consono per questa materia che viene spacciata ancora, inspiegabilmente (i giudizi di Venezia sono lì a testimoniarlo), per roba importante, salvo scordarsela dopo un giorno (i tanti di questi anni, ma chi se li fila più?). Allen emulo di se stesso che emulava i maestri (siamo alla versione 2.3, ma gli aggiornamenti rispetto alla precedente sono minimi).
Cosa aggiungere? Ah sì: bella colonna sonora.