Drammatico

SINGOLARITA’ DI UNA RAGAZZA BIONDA

Titolo OriginaleSingularidades de uma Rapariga Loura
NazionePortogallo/Spagna/Francia
Anno Produzione2009
Genere
  • 66434
Durata64'
Sceneggiatura
Tratto dada un racconto di Eça de Queirós
Fotografia
Scenografia
Costumi
  • 56806

TRAMA

Su un treno diretto in Algarve, Macário si sfoga con la donna seduta accanto a lui raccontandole la sua sfortunata storia d’amore: contabile a Lisbona presso il negozio di stoffe dello zio, era rimasto folgorato dalla bellezza della giovane bionda dirimpettaia e se n’era perdutamente innamorato…

RECENSIONI


Conte (im)moral sul desiderio e il denaro di misteriosa e olimpica levità, gioiello beffardo intriso di umori buñueliani e racchiuso in un'ora d'inoppugnabile stile, Singolarità di una ragazza bionda è il penultimo lungometraggio del maestro lusitano, girato nel 2009 a 100 anni compiuti, e già superato nella sua filmografia da O Estranho Caso de Angélica, un cortometraggio e ben due film in preparazione. Il passo di De Oliveira rimane miracolosamente inarrestabile, inafferrabile, agilissimo.

Struttura scopertamente letteraria (la cornice narrativa in treno, il racconto nel racconto, la recitazione “virgolettata”, dotte citazioni sparse e omaggi diretti alla fonte originale, lo scrittore portoghese ottocentesco José Maria de Eça de Queirós), una Lisbona altoborghese sospesa nel tempo (scandito dal rintocco di un campanile il cui orologio è privo di lancette) e astratta in un raffinato salotto mentale, uno sguardo che incornicia con la parsimoniosa eleganza di pittorici piani fissi algido (eppur fulminante) erotismo, oggetti depositari di un feticismo silenzioso e nondimeno esplosivo (il ventaglio cinese, detonatore dell’amour fou), ironia tanto più affilata quanto più impassibile.


La frontalità della messa in scena deoliveiriana è sublime pratica illusoria e illusionistica, dichiarata fin dall’inizio nello sguardo “strabico” della confidente Leonor Silveira, mai fisso sull’interlocutore o sulla macchina da presa, sempre obliquo: l’uso della profondità di campo crea cunicoli di senso, la teoria di stanze e specchi e fughe di scale rende labirintica l’apparente chiarezza degli spazi da teatro borghese, le cornici ipnotiche di finestre, tende e quadri sfondano la staticità delle inquadrature.


Un minuzioso trompe-l’oeil, costruito con sorridente distacco, che denuda del suo idealismo il romanticismo anacronistico in scena (il civettuolo e delizioso dettaglio del piede sollevato durante il bacio) mostrandolo soggiogato da anguste meccaniche sociali ed economiche (già nei titoli di testa, col racconto del protagonista che può prendere il via solo dopo che il controllore ha vidimato tutti i biglietti dei passeggeri del vagone) e da un maschilismo più o meno inconscio (tra l’altro nel rifiuto categorico e sprezzante da parte dello zio ad acconsentire al matrimonio del nipote oltre a plausibili questioni di censo c’è anche lo spiraglio per ipotizzare una vendetta sentimentale da parte dell’uomo contro la madre della ragazza). L’approdo di quest’apologo di essenziale ambiguità è la magnifica inquadratura finale prima dei titoli di coda: Luisa, la ragazza bionda del titolo, si accascia sulla poltrona come una marionetta disarticolata, bambola meccanica cui il desiderio virile non ha più caricato la molla della sua proiezione immaginaria, l’amore rivelandosi un fallace tableau vivant. Stacco. Il treno del prologo, inquadrato adesso dall’esterno, procede verso un domani ignoto, carico di altre storie, di altre illusioni.