Drammatico, Fantastico, Orrore

SIBERIA

TRAMA

In un rifugio remoto immerso nella neve, Clint è un personaggio enigmatico che si è ritirato a vita solitaria, gestendo una locanda che dà ristoro ai pochissimi viaggiatori del luogo. Una slitta e dei cani sono l’unico mezzo di trasporto e di contatto con il mondo esterno, e dopo la visita di una donna russa incinta e di sua madre, Clint decide di esplorare le profondità metafisiche della sua memoria e di sfidare la neve sterminata per intraprendere un viaggio tra l’orrore, il piacere e la scoperta.

RECENSIONI

Un film di Abel Ferrara ambientato nella profonda Siberia: perfino a leggerlo pare disorientante. Per uno come lui, instancabile indagatore di inquietudini e contraddizioni metropolitane (benché umanissime e universali), uno spostamento così radicale oltre i confini del mondo è infatti un gesto abbastanza inedito e a prima vista sorprendente. Eppure, proprio in questa apparente distanza geografica, si cela invece una dimensione vicinissima e soprattutto perfettamente coerente con il percorso di autoanalisi che il regista newyorkese porta avanti più o meno da sempre, ma che con il precedente Tommaso sembra essere approdato ad una nuova e decisiva fase. La Siberia di Ferrara, ovviamente, non esiste: altro non è che uno spazio dell'anima, un (non) luogo metafisico come lo era Skype in 4:44, assieme proiezione e specchio in cui doversi confrontare con le immagini-fantasmi del proprio passato. Territorio dell'interiorità dunque, e per questo oscuro e (s)conosciuto, distante anni luce dalle tanto scandagliate e fibrillanti New York, Roma o Napoli. Uno spazio da esplorare.
Il cinema di Ferrara, negli ultimi anni, si è fatto se possibile ancora più irrequieto. Impossibile non cogliere la tormentata vitalità che traspare dalla sua filmografia più recente, una bulimica e caotica produzione di documentario e fiction (e spesso le due forme si contaminano) che sono prima di tutto la testimonianza di una presenza, desiderio di raccontare pur restando orgogliosamente ai margini di qualsiasi tendenza linguistica o produttiva contemporanea. Forse mai come in questo periodo, il film secondo Ferrara non è un oggetto dotato di forza autonoma, ma sempre tassello di un percorso in divenire, continua ricerca espressiva e quindi incompiuta per forza di cose, perché in costante dialogo con i frammenti precedenti e sempre tendente ad un oltre che deve ancora essere filmato.

Com'è facile intuire, nell'esplorazione di Siberia tali angosce convergono in modo cristallino. Il pellegrinaggio cosmico di Clint si configura infatti come un viaggio iniziato molto tempo prima di quanto a noi visibile (non è un caso che il film, come da tradizione psicanalitica, inizi con un lungo racconto d'infanzia, che peraltro precede di molto le prime immagini: come se gli occhi dovessimo ancora aprirli) e mai davvero concluso. L'inquieta meditazione interiore ovviamente anticipa il viaggio fisico a bordo della slitta, ma è quest'ultimo, come in un Wenders dell'incubo, a traghettare Clint verso nuove e altrettanto irrisolte forme di consapevolezza e a (s)materializzare, nei luoghi, le epifanie dell'inconscio. In questo errare continuo senza direzione, in questo (Falso) movimento alla ricerca di un senso e di una qualsiasi forma di redenzione terrena, Ferrara riduce all'osso la componente narrativa, per perdersi in un vortice di immagini allo stesso tempo egoriferite e universali.
Con Tommaso infatti, Siberia condivide la stessa pulsione verso un cinema capace di comunicare dando quantomeno l'illusione di poter elidere qualsiasi filtro tra l'oggetto del racconto e il soggetto responsabile della messa in scena. Ancora una volta Ferrara mette in scena se stesso attraverso il volto e il corpo dell'amico Willem Dafoe (alter ego simbiotico tra i più vertiginosi visti negli ultimi anni) e ancora una volta non esita a filmare la figlia Anna e la moglie Cristina Chiriac, quest'ultima nel ruolo di una (Ma)donna incinta che con la sua sola apparizione spingerà Clint a intraprendere il viaggio (l'abbraccio al ventre materno, al di là di qualsiasi possibile cristologia: ancora il ritorno all'infanzia come propulsore della ricerca). Laddove però in Tommaso si andava a rappresentare una personalissima e infernale odissea terrena (e il linguaggio ben sposava tale dimensione, tra riprese d'assalto, fotografia bruciata e spontaneità da film di famiglia) che si chiudeva con una pasoliniana (e scorsesiana) crocifissione davanti alla Stazione Termini, le anime inquiete di Siberia sembrano vagare in un Purgatorio che è territorio di lenta espiazione e riflessione sui propri peccati (nonostante la dichiarata vicinanza al buddhismo, l'iconografia cristiana dei primi tempi rimane molto forte nel lavoro di Ferrara).

Un cinema completamente ripiegato sul suo autore dunque, in cui però non è difficile incontrare un'eco, un'immagine, un fantasma con cui entrare in empatia. Un cinema oltremodo sincero, perfino nelle sue soluzioni goffe e in alcuni schematismi e ridondanze che qua e là sembrano tradire il flusso libero della meditazione. Perché alla fin fine è proprio in questa tensione che si sviluppa il pellegrinaggio di Clint. E se il film a tratti appare come un percorso più lineare di quanto dovrebbe, se sembra emergere la tanto vituperata ombra del calcolo matematico, dell'operazione fredda e programmatica, salvo poi virare bruscamente verso parentesi più libere, fluide ed enigmatiche, tale incertezza di registro non potrebbe rappresentare meglio quella pulsione, quella testarda e faticosamente repressa tentazione di spingersi «al di là della ragione» per entrare nel territorio insondabile delle arti oscure, dove si celano le risposte a tutte le domande che si vanno cercando.
Vivere senza (il tormento del)la ragione è impossibile, se non per brevissimi istanti. Il tempo di un ballo per esempio: basterebbe muovere il culo come un qualsiasi mortale per congelarsi in un eterno e spensierato girotondo infantile e chiudere la ricerca con un happy ending da favola, con tanto di plongée aerea ad allontanare. Un frammento, un attimo. Poi è già tempo di mettersi di nuovo in cammino.