Drammatico

SHORTA

Titolo OriginaleShorta
NazioneDanimarca
Anno Produzione2020
Durata108'
Fotografia

TRAMA

I dettagli esatti di ciò che accadde a Talib Ben Hassi, 19 anni, mentre si trovava sotto custodia della polizia rimangono poco chiari. Gli agenti Jens e Mike sono di pattuglia nel ghetto di Svalegården quando la radio annuncia la morte di Talib, facendo esplodere la rabbia repressa e incontrollabile dei giovani del quartiere, che ora bramano vendetta. Così all’improvviso i due poliziotti diventano un bersaglio facile e devono lottare con le unghie e coi denti per trovare una via d’uscita dal ghetto.

RECENSIONI

Ci sono film clamorosamente “in tempo”, a volte in modo perfino preterintenzionale. Shorta (Sbirri), debutto alla regia dei giovani danesi Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid, inizia con un ragazzo atterrato dai poliziotti che dice “Non respiro”, ovvero I can’t breath, come George Floyd. E continua come Les Miserables che incontra L’odio e lo installa nella periferia di Copenaghen. Ispirato a un fatto realmente accaduto il racconto segue la parabola di due poliziotti, Jens e Mike, l’uno violento e razzista e l’altro più etico, dalla parte della legge: i due si trovano nel quartiere proprio mentre arriva la notizia della morte del giovane pestato e scoppia la rivolta. Per farsi scudo e provare a sopravvivere prendono un ragazzo arabo come “ostaggio”, già arrestato in modo strumentale. Non sarà facile uscire dal ghetto: per farlo si passa da una riconsiderazione delle proprie posizioni che porterà, nel corso della vicenda, ognuno a “cambiare idea” in virtù di ciò che vede. Il teatro di guerra è fatto di carne e sangue, ma è anche un luogo mentale: uno spazio che porta al confronto con sé e con l’altro e chiama a riformare le proprie convinzioni.
Shorta rende il film sociale un thriller palpitante, segnato da fughe e inseguimenti, scomparse e ritorni, trappole e agguati: raramente si è vista una guerriglia di periferia messa in scena con questa esattezza, spietata, quasi crudele. Non c’è edulcorazione in quello che accade nel quadrato, un terreno di battaglia, né si affaccia alcun “messaggio”: lo scontro è un cul de sac da cui nessuno esce, una trappola che scatta implacabile appena innescata la miccia. Quando i poliziotti e il giovane aprono una “trattativa” per uscire da lì, per restare vivi, è già troppo tardi: l’integrazione, la convivenza e il rispetto della minoranza non si fanno a tavolino, ormai l’esplosione è avvenuta. Se tutto parte dall’abuso della polizia, che non viene mai dimenticato, anche quando le posizioni si ribaltano non c’è redenzione possibile: la guerra è iniziata e porta al suo tragico esito. Che siano le figure più teoricamente “positive” a impartire e subire il dramma finale è decisivo per suggerire che nel gorgo della violenza sono tutti uguali. Ma Shorta è soprattutto un film di immagini, che non va in automatico, bensì lavora sulla visione e si consegna a una paziente costruzione delle inquadrature. Colonna sonora tambureggiante, camera a mano e spalla iper-adrenalinica, scontri duri e rigorosamente in campo: il cinema sulla e nella periferia dal Nord Europa muove un altro passo. E la rivolta diventa etimologica: “rivoltamento”, messa in discussione delle certezze, dei personaggi e le nostre.