Drammatico

SHORT SKIN

TRAMA

Pisa. Edoardo ha 17 anni e un problema al prepuzio che gli impedisce di crescere.

RECENSIONI


Sul filo del coming of age dei nostri anni, che va da Submarine a Les Géants, da Céline Sciamma a Les combattants, si innesta l’esordio di Duccio Chiarini. Educazione sentimentale di un ragazzo, in miniatura (86 minuti), segnata da una premessa dislocante che spariglia il genere: il dilemma di Edo non attinge al contesto emotivo, bensì è un problema fisico che per sciogliersi richiede uno sforzo relativo (una piccola operazione). E’ una fimosi simbolica, ostacolo alla crescita e passo necessario, sia medico che mentale, per la realizzazione anche emotiva. Non usare una parte del corpo, non provare piacere sessuale è il segno della difficoltà di crescere, elemento di stasi nella propria parabola esistenziale, nemico da vincere per innescare un percorso. Racconto d’estate low budget, che dialoga con Rohmer (non è un caso, forse, la vicinanza fisionomica tra Matteo Creatini e Melvil Poupaud) coltivandolo e smentendolo, perché Edo non fugge ma comincia a trovarsi, con la data interiore di fine estate che è termine di una stagione ma inizio di qualcosa (qui concretizzato nella scena della pioggia estiva: un tempo svanisce, un altro si apre). Il regista gira con spessore ma semplicità, fra dramma e commedia, e riserva alle parentesi sessuali un registro realistico dunque impacciato e dolorante: finché non si risolve il problema, i rapporti tentati portano solo uno spiazzamento, quello dell’adolescenza, che viene superato all’istante dell’intervento chirurgico. La rimozione del prepuzio coincide con l’inizio della crescita.


Esponendo apertamente il simbolo pelvico, Chiarini include l’anatomia nell’inquadratura, e la sua scelta è più pudica di un’esclusione: mostrare un dettaglio, nel corso della visita andrologica (ispirata a La mia vita disegnata male di Gipi), è un atto di onestà, candido e scoperto proprio perché quel dettaglio vive naturalmente nel quadro con gli altri, senza sottolineare né omettere. La cinepresa pedina un’espressione, che da malinconica e dimessa gradualmente - a sprazzi - si schiude e intravede una strada, oscillando col mutamento del protagonista. Non tutto torna in Short Skin, che propone alcuni automatismi narrativi (un amico puntello comico, una vicina da amare) e un sottotesto particolarmente didascalico nella rottura tra i genitori (mentre Edo si forma, di rimando avviene un conflitto madre/padre a rimarcare i “problemi dei grandi”). Ma nelle sequenze più riuscite rilascia accostamenti arditi e collegamenti spiazzanti, come nell’accoppiamento dei cani confrontato implicitamente alla condizione di Edo (la copula canina, al contrario di quella umana, si può prevedere e dirigere: ma anch’essa è sempre rimandata). E soprattutto il regista, consapevole del topos che nutre, lo immerge in dimensione locale con stratagemmi lievi ma efficaci - come la ripresa alla stazione - e disegna un racconto di formazione che parla due lingue: il pisano e la lingua della crescita, e qui si fa globale, perché nella complessità di “diventare grandi” arriva all’universale e ci sfiora. Alla fine non si trova se stessi, ma il percorso è cominciato.