CARTOLINA DA CANNES 2019 – SEMAINE DE LA CRITIQUE: IL GELO DI PALMASON

In una piccola città sperduta in Islanda, un commissario di polizia in congedo sospetta un uomo del posto di aver avuto una relazione con la moglie recentemente morta in un incidente d’auto. La sua ricerca della verità si trasforma in ossessione e lo porta inevitabilmente a mettere in pericolo lui e i suoi cari. Una storia di lutto, vendetta e amore incondizionato.

Dal regista di Winter Brothers – oggetto piuttosto interessante premiato a Locarno – un film che allude dichiaratamente al cinema di Chabrol, entrando, con la chiave della menzogna, dell’adulterio e della pulsione violenta, in un ambiente di solida civiltà borghese. Ingimundur, persa sua moglie in un incidente, cerca di riprendersi, ma è ossessionato dal sospetto che lei lo tradisse.
Il cinema di Palmason è sempre assai cosciente a livello visivo: i momenti più astratti di White, White Day sono anche i migliori, come la lunga sequenza composta da piani fissi sulla casa, in cui si ambienta la gran parte delle vicende, in momenti temporali diversi. Si racconta così, senza usare parole, il lento mutare della situazione esteriore in parallelo con il maturare di un dolore interiore che esploderà nel corso del racconto: la ristrutturazione della residenza dicendo anche della tormentata costruzione di un presente dopo il trauma della perdita. Oppure quel sasso che continua a rotolare senza trovare alcun ostacolo, a sottolineare l’inevitabile caracollare degli avvenimenti. O quella ricerca spasmodica del dettaglio significativo, mentre il protagonista narra degli indizi che sembrano dire dell’adulterio della moglie. O quell’insistere felice sui riquadri delle finestre, ad alternare lo sguardo indagatore, che diventa dello spettatore, dall’esterno all’interno e viceversa. Sono momenti figurativamente potenti che spezzano la narrazione, che aprono squarci significativi alla riflessione, come il sapiente giocare con le atmosfere sospese, i paesaggi naturali e i colori diacci.
Quello che funziona meno, purtroppo, è la scrittura che si affida troppo alla stilizzazione delle situazioni, alla loro resa geometrica, all’algore della rappresentazione, alle svisate ironiche (a volte fortemente squilibrate).
Rimane la tensione della resa dei conti, con un interrogatorio all’amante, drammatico quanto basta, in cui il protagonista sembra voler semplicemente capire come costui vedesse la donna, rubare un punto di vista inedito sulla moglie scomparsa. Ma il film non trova mai la misura, inciampa negli estremismi e arriva a un prefinale  che urla simbolismo: Ingimundur e la nipote – il saldo ancorarsi alla realtà degli affetti, fuori dall’ossessione – si parlano e si perdono nell’oscurità di una galleria.